Tutto iniziò con gli Argonauti. Ufficialmente erano partiti per recuperare il Vello d’Oro, ma chiunque abbia mai organizzato un viaggio di gruppo sa come vanno queste cose: uno propone una missione epica, altri cinquanta si aggregano, nessuno legge l’itinerario e dopo tre giorni c’è già qualcuno che chiede se manca molto all’arrivo.

Giasone voleva entrare nella leggenda. Metà dell’equipaggio voleva soprattutto tornare a casa con qualche souvenir della Colchide e una storia esagerata da raccontare in taverna. Fu il primo pacchetto turistico avventuroso della storia: nave condivisa, tappe obbligate, attrazioni locali e inevitabili recensioni negative sugli scogli delle Simplegadi.

Da allora il turismo di massa non si è più fermato. I romani attraversavano l’impero per vedere le piramidi.

Arrivavano, facevano qualche graffito sui monumenti e ripartivano convinti di aver vissuto un’esperienza autentica.

Passano i secoli e arriviamo nel Medioevo, quando masse di pellegrini percorrevano migliaia di chilometri per raggiungere i luoghi sacri.

Dopo mesi di fatiche, malattie e stenti, arrivavano a destinazione solo per scoprire che c’erano altre masse di pellegrini che avevano già avuto la loro stessa idea e che la cosa più sacra in quei sacri luoghi erano i souvenir prodotti in serie per loro.

L’età moderna ci ha portato le grandi esplorazioni. Furono scoperti interi continenti dopo che a qualcuno venne in mente che si potevano scoprire terre abitate già da milioni di persone.
Più tardi vennero i treni, i piroscafi, le automobili e gli aerei low cost. Finalmente si poteva raggiungere qualsiasi angolo del pianeta per lamentarsi che era pieno di turisti. Era stato ideato il paradosso del turismo di massa, per cui ogni turista è convinto che i veri turisti siano tutti gli altri. «Peccato che questo villaggio non sia pittoresco come una volta», osserva il turista sceso dal torpedone assieme ad altri quarantasette turisti con addosso la sua stessa maglietta giallo limone dell’agenzia viaggi.
Il vero punto di svolta fu l’invenzione del trolley. Prima del trolley, viaggiare richiedeva una certa dose di sacrificio. La valigia pesante conteneva gli eccessi: due magliette, un paio di pantaloni e via. Da quando qualcuno ebbe l’idea di aggiungere le rotelle, l’umanità perse ogni freno.

Oggi il trolley non è un bagaglio: è una forma di dominio. Ogni anno cresce di qualche centimetro, come una specie fuori controllo.

Il capolavoro evolutivo è il suono che produce. Nessun compositore è riuscito a eguagliare la melodia di un trolley sul selciato del centro storico alle sei del mattino: t-tlak t-tlok t-tlik.

Ma il destino dell’umanità è andare sempre oltre. Una volta visitate tutte le spiagge, tutte le montagne e tutti i centri storici, il turismo di massa dovrà per forza conquistare il cosmo. Immaginate questo futuro. Arrivare sulla Luna, su Marte o su Giove per lamentarsi che la vista della Terra è rovinata dalla fila di astronavi parcheggiate male.

Infine arriverà il giorno in cui persino la galassia sarà troppo piccola. Il Millennium Falcon di Ian Solo emergerà dall’iperspazio dove era entrato per ammirare la sua nebulosa preferita; l’esotica e misteriosa XQ-17. E con suo grande stupore ci troverà un parcheggio orbitale da tremila posti, una bancarella di magneti per frigorifero interstellari e un cartello luminoso che dice: «Benvenuti sulla Nebulosa XQ-17. Esperienza autentica. Votata 4,3 stelle da 12 milioni di visitatori».

Ian Solo scuotendo la testa dirà: «Che disastro! Era un posto bellissimo» senza rendersi conto che è lì in vacanza anche lui.
Si chiuderà così un ciclo iniziato migliaia di anni prima sulla nave Argo, quando il primo gruppo organizzato della storia salpò verso l’ignoto e scoprì la più grande verità del viaggio umano: «non esiste luogo tanto remoto che qualcuno non riesca a trasformarlo nella meta della gita della domenica».

