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Dopo l’avvertimento

10/07/2025

John Bengan

La vicenda si svolge a Davao City, nell’isola di Mindanao, Filippine, negli anni in cui il sindaco della città era Rodrigo Duterte ed erano frequenti le esecuzioni sommarie di persone sospettate di essere criminali comuni o spacciatori.

 

I suoi genitori stentavano a crederci. Avevano letto il nome di loro figlio in televisione. Aveva una settimana per cambiare vita, aveva detto il sindaco, altrimenti…

Altrimenti cosa. Sua madre tremava. Altrimenti cosa?

Suo padre fu il primo a parlare. Dev’esserci un errore, le disse. Alex era solo un ragazzo. Non poteva essere la persona che avevano nominato. Quando avevano sentito l’uomo in televisione, avevano entrambi smesso di fare ciò che stavano facendo — lui lucidava un paio di scarpe di cuoio marrone, lei scriveva la lista dei vicini che avevano fatto una donazione per il velorio della porta accanto. Alex avrebbe ascoltato e riascoltato questi dettagli sempre uguali ogni volta che i genitori ricordavano quel momento agli amici più cari.

Alex era uscito un’ora prima e adesso era quasi ora di pranzo. Aveva detto a sua madre che andava a giocare a basket con gli amici. Potevano mandarlo a Manila dalle zie, gli avrebbe detto poi sua madre, dove poteva finire la scuola e andare all’università. Le migliori università erano a Manila e una delle zie aveva già detto che era contenta di aiutarlo.

Alex rientrò poco dopo, il corpo asciutto che traboccava giovinezza, la pelle del viso già in via di guarigione da un’infiammazione avuta in estate, i capelli che sembravano in fiamme controluce nel vano della porta.

Alex notò che stavano seduti stranamente in silenzio. Andò in camera sua e fece rotolare la palla sotto il letto. Tornò in salotto, asciugandosi viso, collo e braccia con un asciugamano.

«Siediti,» disse suo padre.

La prima cosa che gli venne in mente fu l’esame di trigonometria che non aveva passato il mese prima. La scuola aveva già spedito i voti?

«Cosa c’è?» chiese Alex, lisciando inconsciamente le fodere di lino del divano, dove si sedeva quando voleva monopolizzare la TV.

«Ti fai?» chiese il signor Abelar.

«Come?» Non c’entrava la scuola. Alex aspettò che suo padre parlasse ancora, ma quelle parole sembravano averlo stancato.

«Shabu!» disse la signora Abelar. «Shabu, droga. Ti droghi?»

Pensò se conosceva qualcuno a scuola, uno qualsiasi, che si facesse di shabu.

«Cosa?» Non era sicuro di aver capito bene. Cosa?

«Non mentire,» disse il signor Abelar con calma. «Cerchiamo di aiutarti.»

Scosse la testa. «Non faccio certe cose. Io… non so neanche com’è fatto lo shabu.»

Voleva dire che non l’aveva mai visto con i suoi occhi. Certo che li aveva visti i cristalli bianchi nelle bustine di plastica. Li facevano vedere ogni giorno al telegiornale.

«Il sindaco ha letto il tuo nome in TV,» disse il signor Abelar.

La stanza ondeggiava — l’immagine dei genitori che lo guardavano, attenti a ogni parola — e si deformava da dove era seduto. Come faceva il sindaco in persona a sapere il suo nome, il sindaco che pareva volesse divorare la carne dei nemici quando li menzionava in TV? Non si sbagliavano? Era davvero il suo nome? Si passò una mano sulla fronte. Chiuse gli occhi.

«A scuola fumo qualche sigaretta,» disse Alex. «Con gli amici. Tutto qui.»

Non combinava mai guai. Non più, almeno. Il massimo che aveva fatto era stato scrivere le sue iniziali con la bomboletta sul muro di un nuovo centro commerciale, per raccogliere la sfida di un compagno che aveva disegnato il simbolo dell’anarchia sul pilastro del cavalcavia.

«Non ci racconti una bugia?» disse la signora Abelar.

«Credi più a lui che a me?» rispose Alex.

«Troveremo una soluzione,» disse la signora Abelar. «Tuo padre e io conosciamo tanta gente.»

«La vendi la droga?» chiese il signor Abelar.

«Papà, insomma!» disse Alex.

«I nomi in TV,» disse la signora Abelar. «Il sindaco ha detto che spacciano droga, e non li vuole in città. Fuori.»

Voleva cambiarsi la maglietta; il tessuto si attaccava alla pelle umida e gli dava fastidio.

«Domani,» disse il signor Abelar, «domani vieni con me.»

«Dove? Devo andare a scuola.»

«Domani vieni con me!» ribadì il signor Abelar.

L’euforia del dopo partita era svanita. Alex avrebbe voluto non essere tornato a casa. Non capiva bene la situazione, ma sapeva di essere in un guaio che non si era cercato.

Quando il giorno dopo non incontrarono il sindaco per Alex fu un sollievo. Lui e suo padre andarono in jeepney verso un caffè vicino al parco pubblico. Un uomo che Alex non aveva mai visto li stava aspettando a un tavolo sul retro. «È un mio confratello,» gli disse il signor Abelar. «Ci aiuterà.» Alex non sapeva che suo padre facesse parte di una confraternita. Quell’uomo, scoprì Alex, era uno dei più stretti collaboratori del sindaco. Ad Alex sembrava che il sindaco fosse al potere da sempre, anche se non lo aveva mai seguito troppo.

L’uomo chiese al signor Abelar come stavano le cose. Il signor Abelar tagliò corto: «Mio figlio non si droga.» Dove avrebbe trovato il coraggio uno studente delle superiori di spacciare? Era solo al liceo, al liceo, ripeteva il signor Abelar, e ora avevano letto il nome di Alex da una lista di spacciatori di shabu. Certo non erano ricchi, ma gli davano tutto il necessario perché non si vergognasse con gli altri.

«Non conta niente,» disse l’uomo. «È sulla lista. È la lista che conta.»

L’uomo disse ad Alex e a suo padre che dovevano fissare un appuntamento con il sindaco. Alex doveva chiedere perdono e promettere che sarebbe andato in riabilitazione.

«Vi dirò io quando,» disse l’uomo.

«Quanto dovremo aspettare?» chiese il signor Abelar.

«Forse una settimana. Al momento è fuori città.»

«È in gioco la vita di mio figlio.»

«Vi farò sapere.»

Dopo l’avvertimento, pensò Alex, seguivano gli omicidi. I killer giravano in moto, spesso in pieno giorno. Il prezzo corrente, dicevano gli amici del quartiere, era di cinque o seimila pesos ad azione. Scappa dalla città o ti beccano. L’uomo in televisione appariva sia un dio che un pazzo. I maestri delle elementari invocavano il nome del sindaco quando sgridavano un alunno per un tatuaggio fasullo o i braccialetti fatti di monete forate. Te lo farà mangiare, dicevano. Presto iniziarono a girare storie di killer e di sparatorie per strada. Ma molti amici, e i suoi stessi parenti, non parevano preoccupati del fatto che, stando alle voci, dietro quegli omicidi ci fosse il sindaco.

«La gente ci si è abituata,» Alex aveva sentito suo padre dire a un parente di passaggio. «Ma ora che i delinquenti hanno paura la città è più sicura.» Gli zii e le zie gli avevano raccontato quanto fosse pericolosa la città quando erano giovani loro. Gli scontri tra militari e comunisti, dicevano, erano arrivati in città. Un prozio aveva fatto parte di una milizia i cui membri, fra cui molti civili, giravano con pistole e machete. Suo padre andava fiero di quel particolare. Il prozio di Alex era un eroe locale, diceva il signor Abelar, un uomo coraggioso che combatteva contro i nemici della città.

I suoi genitori decisero che Alex non sarebbe andato a scuola finché lui e suo padre non avessero visto il sindaco. Per un paio di giorni, Alex non uscì di casa, finché l’irrequietezza ebbe il sopravvento e un giorno sgattaiolò fuori per giocare a basket con gli amici. Al ritorno, sua madre gli fece una ramanzina.

Alex e suo padre arrivarono poco dopo l’apertura del municipio. All’ingresso, una guardia di sicurezza dal collo taurino e dall’aria torva chiese al signor Abelar dove stessero andando. L’atrio era pieno di funzionari e visitatori che andavano da un ufficio all’altro. Il signor Abelar rispose alla guardia, firmarono un registro, e si unirono alla fila che faceva il giro del palazzo. Solo la parola del sindaco, gli disse suo padre, poteva garantirgli la sicurezza.

L’anticamera era freddissima. Dentro, i funzionari che non stavano chiusi nei cubicoli li guardavano di sfuggita. Alla fine venne il turno di Alex e suo padre.

Il sindaco era una persona dall’aspetto stranamente ordinario, in jeans e maglietta a righe, come se non fosse davvero il sindaco ma un tecnico chiamato a riparare l’aria condizionata. Aveva il viso rude e cupo, la pancia gli sporgeva dalla cintura. Il signor Abelar gli strinse la mano con un eccesso di deferenza che imbarazzò Alex. In breve, il signor Abelar disse al sindaco che manteneva un’espressione scostante, che Alex era un bravo ragazzo e non era coinvolto in nulla di illegale. Anzi, faceva sport ed era bravissimo. Il sindaco annuì. Alex fissava il pavimento.

«Siete venuti per dirmi quanto bene hai cresciuto tuo figlio?» disse il sindaco.

«Signor Sindaco, quello che voglio dire è,» la voce del signor Abelar si incrinò, «mio figlio non è uno spacciatore. Glielo garantisco. Non è uno spacciatore.»

«Vedi cosa sta passando tuo padre?» Il sindaco si rivolse ad Alex. «Vedi come soffre tuo padre?»

Lungo la schiena di Alex correva un brivido gelato. Sapeva che il sindaco ci teneva alla semplicità, a essere come una persona qualunque. Da vicino, ad Alex quella normalità pareva sinistra, una recita che gli permetteva di fare cose raccapriccianti nonostante la carica. Il signor Abelar chinò la testa, e per un attimo Alex pensò che si sarebbe inginocchiato.

«Ho fatto controllare la lista,» disse il sindaco. «Tuo figlio non c’è.»

Il signor Abelar ringraziò profusamente il sindaco. Aveva fatto un po’ di scena, disse lui. Dopotutto erano venuti fin lì. Un po’ di suspence ci voleva, per non fare il viaggio a vuoto. Alex stava per piangere.

«È un corriere di shabu delle baraccopoli,» disse il sindaco. «E guarda la coincidenza, quella scimmia e tuo figlio hanno quasi lo stesso nome.»

Il signor Abelar si girò verso Alex con gli occhi che ridevano. «Ecco chi è il figlio di puttana! Vedi? Tutto a posto.»

«Hai avuto paura, eh?» Rise il sindaco. «Attento però, tuo figlio potrebbe farlo davvero. Ne ha tutto il tempo.»

«Non lo farò,» disse Alex, senza più saliva in bocca. L’ufficio era troppo piccolo. Forse non ce l’avrebbe più fatta a respirare, pensò irrazionalmente.

«T’ho messo una gran fifa, eh, dong?» Il sindaco gli sorrise. «Ragazzo, non hai nulla da temere perché non fai nulla di male. Sono quegli animali che devono aver paura. Anzi, devi metterla addosso a loro la fifa. Fumigarli dalle tane.»

Più tardi a casa, mentre suo padre preparava la cena e sua madre parlava al telefono — «Sì, tutto risolto, l’ha detto il sindaco in persona» — Alex pensò a come sarebbero potute andare le cose se non avessero preso l’iniziativa.

«Che ti serva da lezione» disse suo padre a cena. «Oppure rovini —»

«Non ho fatto niente,» disse Alex.

«Quello che voglio dire —»

«Non c’è nessuna lezione.» Alex allontanò il piatto. «Non ho fatto niente di male.»

«Attento a come parli,» disse sua madre.

«Certo,» disse suo padre. «Non hai fatto niente. Certo. Nessuno ti ha accusato di niente, niente davvero.»

Voleva aggiungere qualcosa, ma lo sguardo di suo padre lo fermò. Fissava la mano sul bordo del tavolo. Lasciando il municipio, Alex si era sentito sollevato, ma sulla via di casa non riusciva a non pensare a cosa sarebbe potuto accadere.

Quando Alex tornò a scuola dopo essere stato scagionato, i compagni ci scherzarono su. Loro lo sapevano che era impensabile che Alex spacciasse droga. E se lo faceva, adesso lo prendevano in giro, il segreto era perfetto. Pareva che molti avessero visto l’annuncio in TV, dai primi anni ai più grandi che non lo avevano mai sentito nominare.

Di pomeriggio la squadra della scuola si allenava per il campionato interscolastico. Giocavano nel campo all’aperto dove al mattino si teneva l’alzabandiera.

«Hai le scarpe nuove,» gli disse Roy, un suo compagno, quando si incontrarono in campo. Roy, che spesso batteva Alex nelle partite dopo scuola grazie alle sue gambe robuste e alla rapidità, gli parlava come se non sapesse nulla.

Alex passò la punta di una scarpa dietro la gamba. Gliele aveva mandate una zia che stava in America, gli disse. Le scarpe erano arrivate in una balikbayan box piena di cibo in scatola, cioccolata, lozioni, detersivo e asciugamani. Il pacco era arrivato quando lui e suo padre erano dal sindaco. Al ritorno, i regali della zia furono una gradita distrazione, come un premio perché il nome di Alex non era nella lista.

Dopo il riscaldamento, Alex e Roy si trovarono nella stessa squadra composta da giocatori nuovi e vecchi, i secondi già all’università e tornati solo per giocare.

«Sei ancora qui, Abelar?» disse uno degli avversari. «L’allenatore lo sa cosa hai combinato?»

Redner dela Rosa era un paio d’anni più grande, un po’ più basso ma muscoloso e Alex lo conosceva dalle elementari. Alex gli si avvicinò, ma Roy li separò.

La squadra di Alex rimase quattro punti avanti per gran parte del primo quarto, ma nel secondo gli avversari presero un vantaggio di dodici punti che mantennero fino al terzo quarto, quando Alex e la sua squadra riuscirono a ridurlo a sette. A un certo punto dell’ultimo quarto, si trovò a lottare sotto canestro contro due avversari quando Redner gli rubò la palla con una manata e nell’azione gli ficcò le dita nell’occhio sinistro.

«Smettila!» urlò Roy a Redner. Due compagni si avvicinarono ad Alex, che era piegato in due, una mano sulla faccia.

Redner si strinse nelle spalle. «Non sono io il tossico qui,» disse, allontanandosi.

La partita andò avanti, si lottava su ogni palla e Alex restava concentrato. Quando servirono Redner e questi cercò di andare a canestro, Alex lo afferrò e lo strattonò a terra. Colpì le costole di Redner con il viso e quando rotolarono a terra gli altri dovettero separarli. Alex finì con un occhio nero e Redner con un labbro spaccato.

La settimana dopo, l’allenatore disse ad Alex di prendersi un «timeout» dalla squadra, anche se il campionato interscolastico sarebbe iniziato dopo qualche giorno. La preside lo convocò in ufficio assieme ai genitori.

Parlarono del comportamento di Alex e dello scompiglio provocato dal suo carattere. C’era qualche problema a casa? No, disse il signor Abelar alla preside, nessun problema. La signora Abelar, seduta accanto ad Alex, annuì. Alex era stato provocato prima di prendersela con il compagno, continuò la preside. Sapeva delle voci che legavano Alex alla droga. Sperava che non fosse vero niente, ma in caso contrario, aggiunse, conosceva qualcuno che poteva aiutare loro figlio. Mio figlio non è un tossico, disse il signor Abelar. Non è uno spacciatore. Come può dire una cosa del genere di un suo studente? Che scuola di merda è questa? Prima che la preside potesse spiegarsi, Alex e i genitori erano già sulle scale, suo padre che gli urlava di sbrigarsi, tutti a casa.

Alcune sere, prima di chiudere gli occhi, Alex sentiva un buco nel petto. A volte dimenticava: passava la giornata senza quel peso addosso, un senso di normalità che tornava finché qualcosa non glielo ricordava di nuovo, i muscoli tesi, i nervi che vibravano di inquietudine. Ogni volta che si svegliava con il ricordo di quella lista, la paura cresceva, e a volte pensava che l’incontro in municipio fosse stato inutile.

Un venerdì, durante la settimana degli esami, Nikka Verano, una compagna e la ragazza di Roy, si avvicinò ad Alex all’ora di pranzo. Pensò che gli volesse chiedere di un compito. Invece, Nikka gli disse che due uomini erano venuti a cercarlo in classe. «Ho detto che si erano sbagliati d’aula,» disse. Alex chiese quando erano venuti.

«Di mattina,» rispose. «Ma se ne sono andati subito.»

«Hanno detto chi erano?»

Non glielo aveva chiesto. Pensava che lui li conoscesse.

Il pensiero di quei due tormentò Alex fino a sera. I genitori erano entrambi a casa. A cena, parlando del più e del meno, notarono che fissava il piatto. Cosa c’era stavolta, chiese suo padre. Sua madre domandò se si sentiva bene.

«Oggi due tipi sono venuti a cercarmi,» disse Alex.

«Cosa?» esclamò la signora Abelar.

«Non mi hanno trovato.»

«Che storia è questa» disse il signor Abelar.

Alex fissò suo padre. «La nostra mossa è stata inutile, papà.»

La signora Abelar chiese ad Alex che aspetto avessero. Sapeva chi erano? Li conosceva? Alex disse di no. Non li aveva neanche visti.

«Che cavolo dici,» rispose suo padre. «Sei stato scagionato.»

«E se tornano?» disse Alex. «E li incontro?»

Il signor Abelar probabilmente aveva sentito che ad Alex tremava la voce, perché il giorno dopo andarono alla stazione di polizia per denunciare l’accaduto. Gli agenti però non mostrarono troppo interesse, soprattutto perché Alex non aveva prove e in fondo non era successo niente. Il signor Abelar cercò di spiegare la storia della lista dei sospetti letta in TV, ma non servì; gli agenti non potevano far niente, nemmeno una segnalazione.

Il lunedì successivo Alex non andò a scuola. I genitori non dissero nulla. Quando Alex disse che non voleva andare a scuola neanche il giorno dopo e anzi parlò di voler lasciare la scuola, il signor Abelar rispose che lo avrebbe accompagnato personalmente. Alex obiettò che aveva già perso molte lezioni, forse era meglio ripetere l’anno, o cambiare scuola. Cosa avrebbe fatto per il resto dell’anno, chiese il signor Abelar, restare con il culo attaccato al divano fino a Natale?

Alex tornò a scuola ma nessuno venne a cercarlo. Il giorno dopo, lo stesso e così tutta la settimana.

Era diventato apatico, distratto. A casa, anche il rumore della televisione lo innervosiva. Evitava la stanza quando sua madre guardava qualcosa. Suo padre quasi non parlava, se non per necessità, come prima di mangiare o quando cercava qualcosa in casa. Quando la signora Abelar ripropose a suo marito l’idea di mandare Alex a studiare a Manila i due litigarono.

Da piccolo, quando era ancora alle elementari, durante una partita aveva colpito un altro bambino all’occhio, così suo padre lo mandò a Santa Cruz per l’estate. Stava con la zia che gestiva l’arena dei galli e all’inizio rimaneva quasi sempre in casa. Però si era potuto portare la bici. Le strade sterrate portavano a piantagioni di banani che gli parevano sterminate. I bambini lo seguivano perché era l’unico con una vera mountain bike, con la quale girava di pomeriggio. Durante una di queste uscite, decise di salire in cima a una collina vicino alla baia.

Non se lo aspettava, ma in cima alla salita trovò due ragazzi di qualche anno più grandi, seduti a guardare il mare. Se avesse saputo che lì c’era qualcun altro, sarebbe già tornato a casa.

Uno dei ragazzi, più alto, magro, forse il maggiore, lo provocava per farsi prestare la bici. L’altro aveva le orecchie grandi e gli mostrò i denti in un sorriso goffo, forse temendo che al primo venisse in mente qualcosa. Alex era nervoso e arrabbiato. Quei due non avevano buone intenzioni. Il più grande insisteva, ma Alex lo ignorò.

«Se non ci lasci la bici adesso,» disse il ragazzo, «te la prendo lo stesso.»

Alex tornò in città senza fiato. Quando, qualche giorno dopo, la bicicletta sparì davvero, Alex si trovò alla stazione di polizia.

Descrisse lui stesso i ragazzi all’agente che scriveva il verbale. Inizialmente non era sicuro se voleva davvero fare denuncia, anche se la zia glielo aveva suggerito, ma gli tornò in mente la risata dei ragazzi mentre si allontanava. Tornarono alla stazione di polizia qualche giorno dopo e quei due erano già lì, seduti in un angolo accanto a una scrivania. Rimase così sorpreso nel vederli che li indicò immediatamente, come se stesse salutando degli amici che non vedeva da tempo. «Sono loro!» disse alla zia.

 

Pochi giorni prima di lasciare Santa Cruz quell’estate, un vicino si presentò a casa della zia per dirle che avevano trovato la bicicletta. Aveva una gomma sgonfia e il manubrio leggermente storto e l’avevano trovata sotto un ponte che portava alla statale.

Anni dopo, ormai alle superiori, Alex avrebbe ripensato a quei due. Suo padre era andato a trovare un suo amico ufficiale dell’esercito per parlargli degli strani individui che cercavano Alex. Il signor Abelar ricevette il solito consiglio di stare attento. Quello stesso giorno, quando sua madre lo informò del colloquio raccomandandogli di non preoccuparsi e di concentrarsi sulla scuola, Alex pensò a quei ragazzi. Non si era mai chiesto cosa gli fosse successo dopo l’intervento della polizia.

Le cose iniziarono a girare meglio per Alex quando smise di fingere che andava tutto bene, che si era lasciato l’accaduto alle spalle. Andò avanti così fino alla fine dell’anno scolastico. Completato l’ultimo anno di liceo e impegnato nella preparazione dei test d’ammissione, si vedeva già nella vita universitaria.

Un giorno di aprile, Alex saltò le prove della cerimonia di fine anno per andare al centro commerciale senza sapere bene se voleva andare alle sale giochi oppure vedere un film. Aveva finito tutti gli esami e aveva la sensazione di trovarsi a scrivere una pagina nuova, elettrizzato all’idea di ricominciare, di qualcosa che poteva toccare con la mano.

Il centro commerciale non era lontano da scuola, ma prese lo stesso una jeepney per arrivare prima. Per errore, l’aveva presa nella direzione sbagliata e prima che Alex se ne accorgesse la jeepney si era già fermata due volte per far salire altri passeggeri.

Magari poteva scendere, ma ormai ci voleva di più a prendere un altro mezzo che aspettare il tragitto di ritorno. Così decise, tanto la jeepney doveva fare solo qualche isolato. Stava al centro del sedile, scesero alcuni passeggeri e scivolò più vicino all’uscita. Lo stesso fecero due ragazzi, non molto più giovani di lui. Avevano entrambi le maniche della maglietta tagliate. Uno era magro e scuro, l’altro aveva la pelle grigiastra e i capelli castani. Quando si era spostato lo avevano seguito, Alex era seduto accanto al tipo castano. I due facevano chiasso. Continuavano a blaterare di qualcuno così stupido che solo a pensarci scoppiavano a ridere, persino su una jeepney semivuota. Per qualche secondo, Alex ebbe l’impressione che stessero parlando di lui. Li ignorò continuando a guardare la strada.

Alex non fece caso al passeggero seduto di fronte a lui, vicino all’uscita. Quando accadde tutto pensava ad altro.

Il dolore provocato dal fragore del colpo lo avvertì soprattutto nell’orecchio destro, penetrandogli nel cranio. Alex pensò che il proiettile fosse arrivato a lui, e che il ragazzo seduto accanto stesse cercando di trattenerlo. Credeva che fosse suo il sangue che vedeva sugli avambracci, sulla divisa della scuola, sulle scarpe da basket. Non sentiva più nessun suono. La jeepney, così gli pareva, beccheggiava. Non riusciva a tenersi dritto, si sentiva le gambe debolissime.

Gli altri passeggeri erano scappati tutti, Alex era rimasto solo con il ragazzo a cui avevano sparato. Alex sentì la propria voce che gridava. Chiedeva aiuto. La testa del ragazzo gli poggiava sulla spalla, così lo spinse via e non si voltò quando quello cadde sul sedile. Saltò giù dal veicolo, c’erano delle persone che gli venivano incontro — forse l’autista, Alex non capiva — tutti uomini di una certa età, che gli chiedevano un sacco di cose. Lo conosci? Dove abiti? Come ti chiami, ragazzo?

Non sono stato io, diceva Alex, non sono stato io. Gli uomini gli chiedevano cosa aveva visto, ma lui non li ascoltava. Urlava invece, divincolandosi dalle loro mani, e giurava che non era stato lui, no non era stato lui ad ammazzare quel ragazzo.

 

Non avrebbe dovuto trovarsi da solo in vacanza a Cebu, ma il suo collega aveva annullato all’ultimo momento. Un’emergenza, aveva spiegato al telefono.

Alex aveva prenotato mesi prima. Al resort probabilmente avevano pensato che fossero una coppia, perché gli avevano dato un bungalow con letto matrimoniale e asciugamani modellati a forma di cigno che si baciavano sopra il copriletto. L’amico ci avrebbe riso su. Il resort era pulito e tanto grande da non sembrare affollato, anche se eravamo in alta stagione. C’era il Wi-Fi nella lobby. Solo all’arrivo scoprì che da quasi una settimana non avevano più notizie dal fratello minore del suo amico.

Nel pomeriggio, si presentò un uomo al bungalow per confermare la prenotazione delle escursioni. La guida aveva i capelli castani e folti, un viso largo e butterato e le orecchie leggermente a sventola. Quando Alex gli restituì il foglio firmato, la guida si fissò i piedi e poi se ne andò di colpo.

Il giorno dopo Alex si aspettava di rivedere la guida, ma nel suo gruppo non c’era. Ci volle un’ora e mezza per andare da Oslob a Badian. La destinazione era una cascata che cadeva su delle rocce coperte d’erba e muschio e spruzzava acqua sui rami di un alto boschetto di bambù. Alex scattò qualche foto, nuotò un minuto, e tornò al furgone prima degli altri.

Rientrando al parcheggio del resort, Alex riconobbe la guida maleducata che stava seduta sul marciapiede a fumare. L’autista si unì a lui non appena scesero tutti i passeggeri, compreso Alex. La guida lo fissò di nuovo mentre Alex gli passava davanti diretto al bungalow.

Quella sera, Alex sentì crescere dentro di sé una tensione ben nota. Era iniziato a cena e proseguì mentre camminava verso un bar sulla spiaggia lì vicino, dove ordinò una birra. Stava per andarsene quando vide l’autista del furgone e la guida maleducata seduti a un tavolo vicino alla riva del mare.

L’autista gli offrì un bicchierino di rum.

«Qusto è Kirk,» fece l’autista. «Anche lui viene da Mindanao.»

Alex si presentò. Si sentiva gli occhi di Kirk addosso mentre buttava giù il rum. Che problema c’aveva questo tipo? Pensò di ringraziarli e andarsene, ma cambiò idea e si sedette accanto all’autista.

«Perché è da solo, signore?» chiese Kirk meccanicamente, come se fosse normale iniziare così una conversazione con i clienti.

«Lascialo stare,» disse l’autista. «Uno non può andare in vacanza per conto suo?»

Alex si voltò per guardare Kirk. I loro sguardi si incrociarono per un attimo e poi Kirk si passò la manica della maglietta sulla faccia. Sarà alticcio, pensò Alex. Però distolse velocemente lo sguardo quando Kirk riaprì gli occhi e lo beccò a fissarlo.

«Me ne dai un po’?» chiese Alex, indicando il bicchiere di Sprite. Kirk glielo passò.

«Ci sono tante spiagge anche a Mindanao, no, signore?» disse l’autista. «Ma non credo che voi c’avete gli squali balena.»

Alex ascoltava solo a metà mentre, osservando Kirk, cercava di ricordare dove avesse già visto orecchie così a sventola. Kirk, dopo quella prima domanda imbarazzante, era rimasto in silenzio.

«Allora, signore,» riprese l’autista, «crede che staremmo tutti meglio se il suo sindaco diventasse presidente?»

Ancora con questa storia, pensò Alex. Quel giorno, scoprendo da dove veniva Alex, l’autista si era animato. Aveva detto che era ora che il potere lo prendesse qualcuno che veniva fuori dalla capitale.

Alex scelse le parole con cautela, rigirando la domanda. «Non so,» disse. «Lei che ne pensa?»

«Ehi, dong!» l’autista gridò a Kirk. «Parlaci tu con il tuo vicino!»

«È lei che ci abita,» disse Kirk ad Alex. «Ce lo dica lei.»

Alex non rispose, l’autista bevve un sorso di rum e disse a Kirk: «È solo modestia. Sappiamo quanto siete fieri del vostro sindaco. Lì da voi è come un dio, vero?»

Un calore si diffuse nella pancia di Alex. Era da tempo che non beveva rum, o una cosa così forte. Era convincente il modo in cui l’autista parlava del sindaco, come ne fosse affascinato. Certo non lo conosceva come lo conoscevano lui e suo padre. Ciò che lo metteva a disagio era che, in tutto quel tempo, aveva sentito come un’affinità. Era uno di noi, e noi eravamo suoi. Gli anni passati a Davao gli avevano insegnato a funzionare e a pensare in un certo modo. Erano tutti legati indissolubilmente all’uomo al comando, perché sembrava che l’unica alternativa fosse il caos. In cambio della sottomissione, venivano ricompensati con un po’ d’ordine, un po’ di pace.

L’autista si girò verso Alex e continuò: «Kirk qui non voterà per lui.» Gli lanciò una nocciolina. «Il sindaco ha ammazzato qualcuno che conosci, dong?» Sogghignò.

Alex chiese: «Sei di Davao?»

Kirk teneva gli occhi bassi.

«Hanno ammazzato un amico suo,» disse l’autista. «Dicono su ordine del sindaco.»

«Non parliamone più,» disse Kirk.

Ma l’autista lo ignorò. «Ora mi spieghi una cosa,» disse. «Signore, me lo spieghi lei. È possibile che un uomo solo sia responsabile di tutti quegli omicidi?»

Visto che nessuno coglieva la provocazione, continuò: «Magari il tuo amico qualcosa l’aveva fatto. Voglio dire, perché — perché avrebbero dovuto sparargli altrimenti? Giusto, signore?» Fece un cenno ad Alex. «Da voi funziona così, no?»

«Adesso basta,» disse Kirk.

«Di che parte di Davao sei?» chiese Alex a Kirk.

Kirk lo fissò per quello che gli parve un minuto intero. Alex ripeté la domanda.

«Non sono proprio di Davao,» disse Kirk. Aveva vissuto e lavorato a Cebu, spiegò, come fattorino mentre i datori di lavoro gli pagavano gli studi. Poi si era trasferito a sud, dove era stato assunto come guida turistica.

«Credevo che avessi detto —»

«Era il mio amico,» disse Kirk. «Be’, ci aveva abitato per un po’. Poi l’hanno ucciso.» Distolse lo sguardo.

Alex esitò, incerto se cedere al desiderio di approfondire. Avrebbe voluto tendere la mano a Kirk dall’altra parte del tavolo, come se anche lui avesse perso qualcosa, qualcosa che non poteva recuperare.

«È terribile,» disse Alex. Kirk lo guardò di nuovo. «Quello che è successo al tuo amico,» disse Alex. «Terribile.»

«Sì,» disse Kirk. «Una cosa terribile.»

L’autista si intromise. «Ecco perché se n’è andato. Avrebbero ammazzato anche lui altrimenti.»

La battuta colse Alex di sorpresa; non rise con l’autista. Si agitò sulla sedia. Poi si alzò e annunciò che tornava al bungalow.

Si infilò tra sgabelli e tavoli, in mezzo agli ospiti chiassosi. Un gruppo dal vivo aveva appena iniziato a suonare reggae. Per poco non sbatteva contro un cameriere con un vassoio di birra e cibo. Il rum gli era salito alla testa, pensò Alex. Alla fine superò una fila di palme da cocco e cercò la sua stanza tra i bungalow allineati sulla spiaggia. Dopo un po’ gli tornò in mente che il numero era sulla chiave.

Alex si sedette sul letto del bungalow. Tremava. Oppure era il pavimento sotto di lui che oscillava? La stanza, con le pareti color fango e le finestre scure, era come il ventre di un animale che l’aveva inghiottito. Il suo sguardo attraversò lo spazio vuoto della stanza e capì l’angoscia soffocante che avevano provato i suoi genitori. Gli venne addosso come un colpo di febbre. Avevano pensato che avrebbero eliminato anche lui, come tanti altri di cui Alex non si era più curato dopo che lui era stato risparmiato.

[Traduzione a cura di Ubaldo Stecconi]


 

Dove vado ora? Suggeriamo di provare Fernando Gentilini, Diego Marani e Karina Africa Bolasco [italiano/English]

John Bengan