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Il mare a Bologna

01/02/2026

Alessandro Marchi

Oggi vive nelle città poco meno della metà della popolazione mondiale, il 45% ad essere precisi. Nel 2050 sarà il 68%: circa 6 miliardi di persone in decine e decine di megalopoli, principalmente concentrate in Africa e Asia. Negli ultimi 50 anni, a un raddoppio della popolazione mondiale fino agli 8,2 miliardi di oggi, è corrisposto anche un aumento da 43 a 63 metri quadri pro-capite cementificati. Copriamo, letteralmente, la Terra di cemento, bloccandone il ciclo vitale che rende possibile la nostra esistenza e la alimenta.

Intanto il tasso di motorizzazione, cioè le auto per mille abitanti, è di 571 in Europa e ben 694 in Italia, ma solo 83 in Cina e 18 in India. E se volessero anche loro avere 6 auto per 10 abitanti come in Europa? E se lo volessero anche i cittadini dell’Africa subsahariana? Altre centinaia di milioni di veicoli a ingolfare le nostre città

Se pensate che cementificazione e automobili non siano strettamente legate, considerate che l’auto ha di gran lunga la peggiore efficienza spaziale di tutti i mezzi di trasporto. Significa che, a parità di persone spostate, l’auto occupa una superficie di città da 5 a 10 volte più ampia rispetto ai bus, i tram, la bici o i cari piedi. E che dire di tutte le infrastrutture di cui le auto hanno bisogno, dai parcheggi alle stazioni di benzina?

Negli Stati Uniti calcolano che circa il 50% della superficie di ogni città sia dedicata all’auto e alle infrastrutture ad essa collegate. Soprattutto i parcheggi, anche a bordo strada, in cui ogni auto passa in media il 94% della propria vita. Eppure, facciamo nuove strade e nuovi parcheggi che invece alimentano il circolo vizioso del mezzo privato, incentivando l’allargamento estensivo delle città, aumentando le distanze, rendendo meno competitivi il trasporto pubblico e le biciclette. È il paradosso di Braess nel quale ci infossiamo sempre di più col nostro egoismo. Una spirale che porta nuovo cemento, altre auto, e città sempre più invivibili.

Come cercare di scongiurare questo scenario, già lo sappiamo. Una pianificazione urbana attenta, la decentralizzazione dei servizi, un quadro normativo che garantisca la democrazia dello spazio urbano, trasporti pubblici capillari ed efficienti e un’infrastruttura ciclabile sicura. Ricominciare a costruire le nostre città attorno alle persone, e non alle automobili.

Un amico una volta mi raccontò di una ragazza californiana, che era venuta a studiare a Bologna. Innamoratasi della città, decise di trasferirvisi… «E poi a Bologna c’è il mare!», disse. All’obiezione del mio amico, la ragazza rispose che «a Los Angeles per andare dalla parte Est della città alle spiagge, col traffico impiego anche tre ore. A Bologna c’è il mare a un’ora».

Siamo davvero convinti di non voler cambiare?

Alessandro Marchi