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Il terremoto del linguaggio

20/11/2025

Ubaldo Stecconi

Tanta gente non vive più bene in città assieme agli altri. Ci fidiamo poco di quel che sentiamo in televisione, stiamo alla larga dagli sconosciuti e facciamo fatica a immaginare il futuro — meglio tenerci quel che abbiamo. Questa nota parte dall’idea che abbiamo preso questa brutta piega a causa di un terremoto che da diversi anni investe il linguaggio.

Non so dire con certezza quando sia iniziato, forse poco dopo il 2000. È difficile stabilire l’inizio perché le scosse non sono così forti da distruggere tutto, ma più simili a quelle che avvertono gli abitanti della zona dei Campi Flegrei, vicino Napoli. Il fenomeno è persistente e sembra che l’epicentro si trovi proprio sotto i nostri piedi, almeno qui da noi in Occidente. Vedremo che le scosse minacciano le strutture profonde che reggono il linguaggio e che, in prospettiva, i danni possono essere ingenti.

(fonte dell’immagine)

I only know what I believe

Come si manifesta questo fenomeno? Faccio tre esempi per provare a dare una risposta concreta. Il primo esempio è il discorso che Tony Blair tenne al congresso del partito laburista nel settembre del 2004 — come dicevo, poco dopo l’inizio del nuovo secolo. La seconda guerra del golfo era iniziata l’anno prima. La necessità di impedire a Saddam Hussein di lanciare armi di distruzione di massa contro il Regno Unito era stato uno dei motivi che il primo ministro aveva addotto per invadere l’Iraq a fianco degli Stati Uniti e di altri paesi. Dopo un anno e mezzo di ricerche in un paese occupato, queste armi letali non erano saltate fuori. Molti, anche all’interno del partito laburista, avevano accusato Blair di aver mentito al parlamento e al paese. Tutti si aspettavano di sentire come si sarebbe difeso e lui lo fece così:

«I know this issue has divided the country. I’m like any other human being — fallible. Instinct is not science. I only know what I believe».

«So che la questione ha diviso il paese. Sono fallibile come ogni essere umano. L’istinto non è scienza e so solamente le cose a cui credo» (cliccare qui per leggere tutto il discorso).

Fermiamoci sull’ultima frase. L’affermazione «so solamente le cose a cui credo» sovverte in un attimo una tradizione che risale almeno ad Aristotele. Da sempre, il rapporto fra «credere» e «sapere» è il contrario di quello di Blair. La sequenza corretta è: «credo solamente alle cose che so». Dobbiamo osservare, imparare e verificare bene i fatti prima di farci un’opinione su qualcosa — lo sappiamo tutti, e anzi speriamo che ci stiano ancora più attenti i nostri leader quando trattano questioni di stato e si trovano a decidere se fare la guerra oppure no, se seminare morte e distruzione oppure no.

Secondo me, la storia delle armi di distruzione di massa di Saddam è la proto-bufala che segna l’inizio della nostra epoca caratterizzata da gigantesche invasioni di bufale. L’autodifesa di Blair è una inconsapevole confessione. Ci saranno sicuramente molti altri episodi che si possono candidare al titolo di proto-bufala, ma a me è rimasto impresso questo. Fra l’altro, occorre segnarsi anche il momento in cui Blair ha pronunciato il suo discorso. In quegli anni prendeva forma l’infrastruttura che oggi le bufale usano per moltiplicarsi e calpestare tutta la città sotto gli zoccoli. Il 2004 è anche l’anno in cui Mark Zuckerberg lancia thefacebook.com e Google viene quotata in borsa – ma non so, può essere una coincidenza.

La dichiarazione di Tony Blair e la sua logica al contrario chiariscono cosa intendevo dicendo che il terremoto minaccia le strutture profonde che reggono il linguaggio. In superficie, le parole sembrano scorrere bene, ma basta scavare un po’ per veder tremare i pilastri che le sorreggono.

(fonte dell’immagine)

Medbeds

Gli altri due esempi che ho scelto per cercare di capire con precisione la natura di questo terremoto del linguaggio vengono dagli Stati Uniti, dove il fenomeno ha assunto contorni più chiari rispetto ad altre parti del mondo. Alla prima storia si fa fatica a credere. Ci sono moltissime persone che credono nell’esistenza di letti chiamati, in inglese, medbeds. Questi letti sarebbero in grado di diagnosticare, curare e prevenire tutte le malattie. Come funzionano? Una spiegazione che ho trovato in rete — ce ne sono diverse — dice che usano campi energetici che interagiscono con il corpo umano a livello quantistico. Regolando i campi quantistici, i medbeds influenzano direttamente le funzioni cellulari e i tessuti dell’organismo allo scopo di guarire dalle malattie e smettere di invecchiare.

Magari questa elaborata bufala non è altro che un moderno olio di serpente; squallidi ciarlatani che si approfittano di persone malate e disperate. Infatti, su internet si trovano medbeds in vendita a diecimila dollari l’uno. Ma c’è qualcosa di più. I medbeds sono una credenza diffusa che non ha nessun fondamento di fatto. Attorno a questa credenza si è creata una comunità sparsa un po’ in tutto il mondo. Questa comunità globale diffonde la tecnologia in rete senza trarne alcun vantaggio commerciale. Sono persone qualsiasi che elogiano le proprietà strabilianti dei medbeds aggiungendo storie fantastiche, come ad esempio che sia un dono fatto al genere umano da angelici alieni.

Birds Aren’t Real

L’ultima storia è più divertente. Dopo la prima elezione di Trump, agli inizi del 2017, Peter McIndoe, uno studente di psicologia americano, scrisse un cartello surreale e lo portò un po’ per scherzo e un po’ per protesta a una manifestazione di QAnon, un movimento estremo di attivisti di destra. Il cartello diceva Birds Aren’t Real, «gli uccelli non sono veri». I manifestanti in mezzo ai quali Peter si era infiltrato si fermarono a chiedere cosa volesse dire e lui gli spiegò che il governo aveva sostituito tutti gli uccelli con droni meccanici per spiare la popolazione. I seguaci di QAnon non colsero l’ironia e lo presero sul serio. In seguito, Peter svelò lo scherzo e oggi Birds Aren’t Real è un movimento anti-complottista (cliccare qui per saperne di più).

A questo punto, riavvolgiamo il nastro prima di andare avanti. Il primo passo è la logica di Tony Blair, che segna il momento in cui non occorre più conoscere bene le cose per farsi un’opinione. Il secondo è la storia dei bedmeds, che illustra la prima conseguenza di questa logica; un gruppo di persone si riconosce in una credenza infondata e ne fa la sua bandiera. Infine, c’è la storia dello stato che rimpiazza segretamente gli uccelli con dei droni-spia, che dimostra come fra i diversi gruppi non c’è dialogo; lo studente usa la satira per prendersi gioco di QAnon e i suoi appartenenti non la capiscono proprio. Soprattutto, in questa terza storia si vede che il linguaggio non funziona più come prima e che il terremoto ha provocato già qualche crepa.

La post-verità

È più preoccupante il terremoto del linguaggio o quello che minaccia le città costruite sopra una faglia tettonica? Vediamo. Chiunque abbia riflettuto in passato sulla natura delle lingue — almeno nella nostra tradizione Occidentale — ha osservato che le parole e gli altri segni che circolano all’interno delle popolazioni umane, nessuna esclusa, sono convenzionali. Non c’è nessuna forza fisica o chimica che lega una frase a ciò che significa. È una convenzione sociale a tenere insieme le due cose, anzi un sistema complesso di convenzioni. Il fatto che tutti conosciamo e rispettiamo queste convenzioni spiega perché ci intendiamo quasi sempre fra di noi. La situazione illustrata dalle tre storie che ho raccontato è seria proprio perché mette in discussione alcune di queste convenzioni.

Finora ho chiamato «bufale» quello che gli esperti definiscono «post-verità», cioè i discorsi che si basano «su credenze diffuse e non su fatti verificati», come recita il vocabolario Treccani (cliccare qui per leggere tutta la voce). Ecco, alcune convenzioni che stanno alla base del comportamento linguistico e semiotico di tutti noi riguardano proprio la verità e il rapporto fra le parole e i fatti reali. Sappiamo dire la verità, sappiamo dissimulare le intenzioni e tacere i fatti, e sappiamo dire tanti tipi di bugie — queste cose le sappiamo fare da sempre. Ma se all’improvviso tanta gente diventa indifferente ai fatti e rifiuta di giocare il gioco della verità e delle bugie secondo le regole in uso fino al giorno prima, allora la comunità si spacca e si alzano i muri. Come abbiamo visto spesso negli ultimi anni, quando succede stiamo peggio tutti, non solamente chi abbraccia la post-verità. Le accuse di essere ciechi o di aver abboccato a subdole manipolazioni sono reciproche.

(fonte dell’immagine)

A cosa serve il linguaggio?

Ho provato a descrivere uno dei movimenti profondi che, secondo me, provoca il terremoto del linguaggio. Per concludere questa nota, adesso vediamo cosa si rischia.

Il linguaggio ha determinato il successo della nostra specie e, come sostengono alcuni studiosi, probabilmente anche il successo di altre specie di ominidi che ci hanno preceduto sulla terra. Daniel Everett è uno di questi studiosi. In un suo libro di qualche anno fa, Everett riporta alcune scoperte archeologiche secondo le quali, in un periodo compreso fra 500 mila a un milione di anni fa, gruppi di individui appartenenti alla specie chiamata Homo erectus avevano strutture sociali complesse e sono riusciti a raggiungere isole molto lontane dalla costa, come Flores nell’attuale Indonesia e Socotra, fra lo Yemen e il corno d’Africa.

Everett osserva che non si riesce a spiegare fatti simili senza ipotizzare che questi nostri antichissimi antenati fossero in grado di parlarsi. Forse il loro linguaggio non assomigliava al nostro di oggi, ma in un modo o nell’altro si parlavano. Se il ragionamento regge — e io lo trovo almeno convincente — il linguaggio ha dato agli erectus un grande vantaggio evolutivo. Gli erectus erano capaci di immaginarsi quello che non c’è ma ci può essere, di elaborare un piano e di organizzarsi fra loro per portarlo a compimento. E così facendo, sono stati capaci di far nascere, mantenere e sviluppare una cultura (per approfondire, l’ipotesi viene spiegata nel terzo capitolo di How Language Began del 2018).

A questo, quindi, servono le lingue e gli altri sistemi di segni ed è per questo che devono funzionare alla perfezione. Da tempo immemorabile sappiamo che senza un’intesa linguistica non c’è concordia tra di noi. Senza una lingua condivisa non siamo capaci di muoverci nella città insieme agli altri per risolvere i problemi che ci minacciano e realizzare le cose che ci vengono in mente. Se trema il linguaggio, vacilla la nostra facoltà più profondamente umana.

Il rischio maggiore sarebbe quello di perdere un po’ alla volta la capacità e il piacere di ritrovarci tutti attorno alle nostre parole e alla forza che hanno di tenerci insieme e farci collaborare tra noi. Vanno bene tutte le parole; quelle che abbiamo imparato da nostra madre, naturalmente, e anche quelle che abbiamo imparato da grandi — magari perché siamo andati a lavorare o a studiare in un’altra città oppure ci siamo innamorati di una persona che viene da lontano.

Questo piacere è simile a quello che proviamo tutti, nessuno escluso, quando ci capita di sedere attorno al fuoco la sera con gli amici. È facile immaginarsi la situazione, no? A volte capita che litighiamo e qualcuno se ne va offeso. Altre volte raccontiamo una storia oppure osserviamo la fiamma in silenzio. Altre volte ancora discutiamo e decidiamo assieme agli altri cosa fare il giorno dopo.

Everett sostiene che la vetta più alta raggiunta dall’evoluzione non sono le scoperte scientifiche, il progresso tecnologico o le opere d’arte. Il punto più alto dell’evoluzione del genere umano, la nostra insuperabile invenzione, è proprio il linguaggio. La brutta piega che abbiamo preso minaccia di aprire una crepa in questo capolavoro. Ecco il rischio più grave che corriamo. Dobbiamo renderci conto del valore inestimabile che ha il linguaggio per la città dove tutti viviamo e dobbiamo fare di tutto per proteggerlo, preservarlo e consegnarlo in buono stato alle generazioni future.

 


 

Le immagini sono del complesso di arte rupestre di Serranía de la Lindosa in Colombia. Cliccare qui per maggiori informazioni

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Ubaldo Stecconi