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Immigrazione: il valore che l’Italia fatica a vedere

24/07/2026

Giulia Bettin

Jack Lucchetti — In Italia l’immigrazione non è un fenomeno marginale né passeggero, ma una componente strutturale della società italiana; eppure, essa viene spesso raccontata come un problema da con⁰tenere. Sbarchi, clandestinità, sicurezza, rimpatri, degrado urbano, concorrenza sul lavoro, costi per il welfare: sono queste le parole che accompagnano il dibattito pubblico.

Giulia Bettin — In realtà, se si sposta lo sguardo dalla retorica ai dati, il quadro cambia sensibilmente. L’immigrazione, è oggi, e già da parecchio tempo, una parte importante della nostra economia.

Certo, esistono problemi di integrazione sociale, sfruttamento, lavoro irregolare, marginalità, povertà, e accesso a casa, scuola e servizi. Proprio per questo, però, è necessaria una discussione più informata. Continuare a parlare del fenomeno solo in termini emergenziali produce due effetti negativi: alimenta paure spesso sproporzionate e impedisce di costruire politiche efficaci. Il risultato è paradossale: si discute molto di immigrazione, ma spesso senza sapere davvero quanti siano gli immigrati in Italia, dove vivano, quali lavori svolgano, quanto contribuiscano al sistema fiscale e previdenziale e quali bisogni coprano nel mercato del lavoro. Questa scarsa conoscenza riguarda anche il modo in cui si raccontano i Paesi di origine e le ragioni della partenza. La distinzione tra «migranti economici» e persone in cerca di protezione internazionale è giuridicamente rilevante, ma nel dibattito pubblico viene spesso usata in modo troppo rigido, come se povertà, guerre, persecuzioni, crisi politiche, violenze, instabilità economica e assenza di prospettive fossero cause sempre nettamente separabili. Nella realtà, le ragioni della partenza sono spesso più complesse, e proprio questa complessità viene cancellata da una retorica che contrappone rigidamente chi fugge a chi sceglie di partire.

Il divario tra percezione e realtà, dunque, non riguarda solo i numeri dell’immigrazione, ma anche il modo in cui se ne interpretano le cause e gli effetti. Le indagini Eurobarometro mostrano da anni una tendenza diffusa tra i cittadini europei, e italiani in particolare, a sovrastimare la presenza straniera nel proprio Paese e ad attribuire all’immigrazione effetti negativi su criminalità, occupazione e welfare. Al tempo stesso, una larga maggioranza ritiene necessario investire nell’integrazione dei migranti (Eurobarometro e Istat per approfondire).

Jack — Partiamo dai numeri, allora: quanti stranieri ci sono in Italia?

Giulia — Secondo Istat, al primo gennaio 2025 i cittadini stranieri residenti in Italia erano 5 milioni e 422 mila, pari al 9,2% della popolazione. Questo dato misura la popolazione iscritta nelle anagrafi comunali. Allargando lo sguardo, il 31° Rapporto ISMU stima 5 milioni e 898 mila stranieri presenti in Italia. Oltre ai residenti, rientrano in questa stima anche 188 mila soggiornanti regolari non iscritti, o non ancora iscritti, in anagrafe e 339 mila persone in condizione di irregolarità. La distinzione è importante, perché consente di evitare due errori opposti: sottovalutare la parte non pienamente registrata del fenomeno, ma anche confondere l’immigrazione nel suo insieme con l’irregolarità, che rappresenta solo una quota minoritaria delle presenze.

Jack — Sono numeri più bassi di quanto comunemente si creda, per lo meno secondo la retorica dell’«invasione».

Giulia — Non si tratta di una invasione, ma di una presenza ormai stabile e distribuita in modo disomogeneo sul territorio. Quasi sei stranieri su dieci vivono al Nord, circa un quarto al Centro e meno di un quinto al Sud. Quando parliamo di immigrazione oggi, è sempre più importante considerare la compresenza di diverse casistiche: cittadini stranieri, persone nate all’estero, persone nate in Italia con cittadinanza straniera e italiani con background migratorio. Secondo il Rapporto 2025 della Fondazione Leone Moressa, il dato Istat relativo ai cittadini stranieri residenti in Italia cresce fino a 6,7 milioni considerando le persone nate all’estero. Il divario dipende in larga misura dalle acquisizioni di cittadinanza, ormai superiori alle 200 mila all’anno. In altre parole, una quota crescente dell’immigrazione non è più «nuova» ma è fatta di famiglie radicate, figli cresciuti in Italia, ragazze e ragazzi di seconda generazione che frequentano le scuole italiane, parlano italiano, si formano e immaginano il proprio futuro nel Paese, ma che spesso non vedono riconosciuta automaticamente dalla legge una appartenenza che nella vita quotidiana è già un dato di fatto. L’ordinamento italiano continua a basarsi prevalentemente sul principio dello ius sanguinis: nascere in Italia non basta ad acquisire automaticamente la cittadinanza se entrambi i genitori sono stranieri. Per molti ragazzi e ragazze nati e cresciuti nel nostro Paese, il riconoscimento giuridico arriva solo con la maggiore età e a determinate condizioni. Per questo, parlare di seconde generazioni significa parlare non solo di immigrazione, ma anche di cittadinanza, appartenenza e futuro della società italiana.

Jack — E per quanto riguarda gli sbarchi?

Giulia — Anche il tema degli sbarchi va collocato nella giusta prospettiva. Gli arrivi via mare sono una componente importante e politicamente visibile del fenomeno migratorio, ma non coincidono con l’immigrazione nel suo complesso: i cittadini stranieri residenti in Italia sono milioni, mentre gli sbarchi riguardano numeri assai più contenuti e variabili di anno in anno. Nel 2025, secondo i dati richiamati da ISMU, gli arrivi via mare in Italia sono stati circa 59 mila, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo, però, nel Mediterraneo centrale si sono registrati almeno 1.342 morti e dispersi. È qui che il dato statistico deve incontrare la dimensione umana. Come scrive Warsan Shire in Home, «nessuno mette i suoi figli su una barca / a meno che l’acqua non sia più sicura della terra». La forza di questi versi sta nel ribaltare la domanda: non perché qualcuno scelga il mare, ma che cosa renda la terra alle spalle così insicura da far apparire la pericolosità del mare una possibilità. Da qui dovrebbe partire una discussione «adulta» sull’immigrazione: partendo non dalla fantasia dell’invasione, ma dalla comprensione delle cause, dei rischi e delle responsabilità politiche. Ridurre gli arrivi, infatti, non significa necessariamente governare meglio le migrazioni: può voler dire spostare le rotte, renderle più pericolose, accrescere la dipendenza dai trafficanti o aumentare la quota di persone che vivono nell’irregolarità. Per esempio, La frontiera di Alessandro Leogrande (Feltrinelli, 2015) mostra come il controllo delle frontiere non possa essere separato dalle storie individuali, dalle trasformazioni geopolitiche e dalle responsabilità europee nella gestione delle migrazioni mediterranee. L’immigrazione irregolare non nasce solo dalla pressione esterna, ma anche e soprattutto dall’insufficienza dei canali legali, dalla domanda di lavoro informale e dalla lentezza amministrativa. Dove esistono settori economici che assorbono lavoro nero (agricoltura, edilizia, logistica, cura domestica), l’irregolarità trova spazio. Combatterla significa anche combattere con serietà il sommerso, non solo presidiare i confini.

Jack — Un altro luogo comune riguarda il lavoro. L’idea che «gli immigrati rubino il lavoro agli italiani» è stata ventilata a lungo. Cosa c’è di vero?

Giulia — Questa è una delle convinzioni più persistenti, ma gli economisti offrono da tempo un quadro più articolato. Nei mercati del lavoro delle economie avanzate, lavoratori nativi e immigrati non sono quasi mai perfetti sostituti. Più spesso occupano segmenti diversi, svolgono mansioni diverse, rispondono a fabbisogni diversi. Gli immigrati sono sovrarappresentati in lavori manuali, a bassa retribuzione, spesso faticosi e poco desiderati dalla forza lavoro autoctona, che tende invece a concentrarsi in mansioni più qualificate, amministrative, tecniche o relazionali. Gli studiosi sanno che l’immigrazione, nella maggior parte dei casi, non riduce l’occupazione dei nativi e ha effetti medi contenuti anche sui loro livelli salariali.

Jack — Che dati ci sono sull’importanza del lavoro straniero?

Giulia — Il XV Rapporto annuale del Ministero del Lavoro sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia segnala che nel 2024 gli occupati stranieri erano 2 milioni e 514 mila, pari al 10,5% del totale degli occupati. L’Istat, nello stesso anno, registra un tasso di occupazione degli stranieri tra i 20 e i 64 anni pari al 66,2%, poco inferiore a quello degli italiani, pari al 67,2%; il tasso di disoccupazione resta però più alto per gli stranieri, soprattutto per le donne.

Questi numeri dicono due cose. La prima è che l’economia italiana già dipende in misura significativa dal lavoro immigrato. La seconda è che questa dipendenza non si traduce automaticamente in buona integrazione. Molti lavoratori stranieri sono inseriti nei settori essenziali, ma in condizioni fragili: bassi salari, contratti discontinui, scarse prospettive di carriera, maggiore esposizione al lavoro nero e agli infortuni. L’agricoltura, l’edilizia, la ristorazione, la logistica, il lavoro domestico e l’assistenza familiare non sono comparti marginali: rappresentano pezzi fondamentali della vita quotidiana del Paese. Tuttavia, sono anche settori nei quali la qualità del lavoro è più bassa. Il caso del lavoro di cura è emblematico. L’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo, ma il sistema pubblico di assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti è assai carente rispetto ai bisogni reali. In questo vuoto si è sviluppato un welfare familiare sostenuto in larga parte da lavoratrici straniere: colf, assistenti familiari, badanti. Il loro contributo spesso non compare esplicitamente nelle statistiche macroeconomiche, ma ha un valore enorme. Permette alle persone anziane di vivere a casa propria, riduce la pressione sulle strutture residenziali, consente a molte donne italiane di partecipare al mercato del lavoro invece di farsi carico da sole dell’assistenza familiare.

C’è poi un tema meno discusso, ma altrettanto cruciale: l’Italia non utilizza pienamente le competenze di molti immigrati. Una parte dei lavoratori stranieri possiede titoli di studio, esperienze professionali o competenze tecniche acquisite nel Paese d’origine, ma finisce per svolgere lavori non coerenti con il proprio percorso formativo e professionale. Non è una questione di basso livello di istruzione: pesano il difficile riconoscimento dei titoli conseguiti all’estero, le barriere nell’accesso alle professioni regolamentate, la conoscenza insufficiente dell’italiano tecnico o burocratico e la difficoltà a entrare nei canali ordinari di selezione del personale. Il risultato è uno spreco di capitale umano. Persone che potrebbero contribuire in modo più qualificato all’economia italiana restano confinate nei segmenti meno pagati e meno tutelati del mercato del lavoro. Questo conferma un punto già emerso nella letteratura economica: la concentrazione degli immigrati nei lavori meno qualificati non riflette sempre le loro competenze reali, ma il modo in cui il mercato del lavoro italiano assorbe, seleziona e spesso svaluta il lavoro straniero.

Jack — Questo significa che il valore aggiunto creato dagli immigrati è trascurabile?

Giulia — Secondo il Rapporto 2025 della Fondazione Leone Moressa, i lavoratori stranieri producono 177 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9% del PIL nazionale, con punte molto più elevate in agricoltura e costruzioni. Lo stesso rapporto stima 787 mila imprenditori immigrati nel 2024, pari al 10,6% del totale, in aumento nell’ultimo decennio a fronte di una diminuzione continua degli imprenditori italiani. L’imprenditoria immigrata è spesso fatta di piccole attività: commercio, ristorazione, edilizia, servizi alla persona, manifattura leggera. Sarebbe tuttavia riduttivo leggerla solo come autoimpiego di necessità. In molti territori le imprese fondate da cittadini stranieri contribuiscono alla tenuta di filiere produttive e servizi di prossimità. Alcune attività occupano spazi lasciati liberi dal ritiro dell’imprenditoria italiana; altre creano ponti con mercati esteri, culture e reti transnazionali. Anche qui, però, il potenziale è spesso frenato da difficoltà nell’accesso al credito, burocrazia, dimensione ridotta delle imprese, debolezza delle reti formali.

Jack — Per non parlare del fatto che questi lavoratori sono anche una fonte di gettito fiscale.

Giulia — Il contributo fiscale è un altro terreno su cui la percezione pubblica si allontana spesso dai dati. L’idea che gli immigrati siano soprattutto un costo per lo Stato non tiene conto della loro struttura per età: la popolazione straniera è mediamente più giovane di quella italiana, lavora, versa imposte e contributi, utilizza meno alcune grandi voci di spesa, in particolare le pensioni. Secondo il Rapporto 2025 della Fondazione Leone Moressa, nel 2024 i contribuenti immigrati erano 4,9 milioni, avevano dichiarato 80,4 miliardi di euro di redditi e versato 11,6 miliardi di Irpef. Secondo questa stima, il saldo tra entrate fiscali e contributive e spesa pubblica attribuita alla componente immigrata è positivo per 1,2 miliardi di euro. Naturalmente questi dati non significano che ogni singolo individuo generi un saldo positivo, né che non esistano costi di integrazione. Significano però che, nel complesso, parlare degli immigrati solo come beneficiari di welfare è fuorviante: milioni di persone straniere sono finanziatori netti del nostro sistema di welfare.

Jack — Molti, soprattutto a sinistra, considerano i migranti come una risorsa. I loro avversari si scagliano contro queste posizioni. Secondo te sbagliano?.

Giulia — Certo, e non c’è solo il dato economico: l’immigrazione è sempre più importante anche per ragioni demografiche. L’Italia fa pochi figli ma ha molti anziani e una popolazione in età lavorativa che tende a ridursi. Nel 2024 le nascite sono state 370 mila, i decessi 651 mila e il saldo naturale è rimasto fortemente negativo, pari a meno 281 mila unità. Il saldo migratorio netto con l’estero, positivo per 244 mila unità, ha compensato in larga parte questo deficit. Senza immigrazione, il declino demografico italiano sarebbe più rapido. Il contributo migratorio è particolarmente importante tra i giovani. Istat mostra che tra il 2019 e il 2023 l’Italia ha perso 119 mila giovani italiani tra 25 e 34 anni per effetto del saldo migratorio con l’estero; nello stesso periodo, il saldo positivo dei giovani stranieri è stato di 348 mila unità, trasformando il bilancio complessivo della popolazione giovane e attiva in un guadagno di 229 mila unità. Anche tra i giovani laureati, la perdita netta di italiani è stata compensata dal saldo positivo dei laureati stranieri.

Questo è forse il passaggio più importante per il futuro. L’immigrazione è una variabile decisiva per la sostenibilità del Paese. Meno persone in età attiva significano meno lavoratori, meno contribuenti, meno contributi previdenziali, più difficoltà a sostenere pensioni, sanità e servizi. In una società che invecchia, il tema non è se l’Italia avrà bisogno di lavoratori stranieri, ma come organizzerà questo bisogno: con programmazione, formazione, diritti e integrazione, oppure lasciandolo al caso, all’irregolarità e allo sfruttamento.

Jack — E com’è il quadro normativo al riguardo?

Giulia — Le politiche pubbliche sembrano riconoscere, almeno in parte, questa necessità. Dopo il decreto flussi 2023-2025, che aveva programmato circa 450 mila ingressi, il nuovo decreto flussi 2026-2028 prevede complessivamente 497.550 ingressi di cittadini di Paesi terzi per motivi di lavoro subordinato stagionale e non stagionale e di lavoro autonomo. Il punto, tuttavia, non è solo aumentare le quote: occorre far funzionare i canali legali. Se le procedure sono lente, se il «click day» premia chi riesce a inserirsi prima in un sistema sovraccarico, se domanda e offerta di lavoro non si incontrano davvero, il canale legale rischia di restare insufficiente.

Jack — E il tema della criminalità?

Giulia — Questo tema è spesso evocato nel dibattito pubblico. La presenza di immigrati tende a essere più alta nelle aree urbane, dove sono più alti anche molti indicatori di criminalità; questo può produrre percezioni distorte del nesso causa-effetto e associazioni statistiche superficiali. Gli esperti invitano alla cautela: non emerge un legame semplice e diretto tra immigrazione e criminalità, mentre la regolarizzazione e l’accesso al lavoro legale riducono di molto i comportamenti criminali. In altre parole, non è l’immigrazione in sé a peggiorare la sicurezza, ma le condizioni in cui le persone vengono lasciate vivere: politiche che producono irregolarità — o anche la semplice assenza di politiche capaci di garantire documenti, lavoro legale e percorsi di integrazione — possono alimentare marginalità e vulnerabilità; al contrario, regolarizzazione, accesso al lavoro e inclusione tendono a rafforzare la sicurezza collettiva.

La scuola è uno dei terreni su cui si gioca la partita più lunga. Secondo ISMU, gli alunni con cittadinanza non italiana sono circa 930 mila, pari all’11,6% della popolazione scolastica (cliccare qui per approfondire). Molti sono nati in Italia, parlano italiano, crescono insieme ai coetanei italiani, ma restano formalmente stranieri per molti anni. Investire su lingua, orientamento, contrasto alla dispersione scolastica, accesso all’università e cittadinanza, come ricordato prima, non è solo una questione di equità: è una politica di sviluppo. Il capitale umano delle seconde generazioni sarà una parte importante del capitale umano dell’Italia di domani.

Il rischio, altrimenti, è costruire una società stratificata: italiani nei lavori migliori, stranieri nei lavori più duri e poco riconosciuti; figli di italiani con maggiori opportunità formative, figli di immigrati incanalati più spesso verso percorsi deboli. Sarebbe un errore economico oltre ad essere un errore sociale. Un Paese che invecchia e perde giovani non può permettersi di sprecare energie, competenze e aspirazioni di milioni di persone.

Jack — E quindi, che cosa dovremmo fare? In che modo dovremmo cambiare approccio?

Giulia — L’immigrazione non è soltanto un fenomeno da gestire: è una delle risorse attraverso cui l’Italia può affrontare alcuni dei suoi nodi più profondi. In un Paese segnato dall’invecchiamento della popolazione, dalla riduzione della forza lavoro e dalla difficoltà di garantire nel tempo la sostenibilità del welfare, il contributo degli immigrati è già oggi visibile. Riconoscerlo non significa ignorare le criticità, né pensare che l’immigrazione possa risolvere da sola la bassa produttività, le disuguaglianze territoriali, la crisi dei salari o il sottofinanziamento dei servizi pubblici. Significa, più semplicemente, prendere atto che senza immigrazione questi problemi sarebbero più gravi. Per questo il punto non è scegliere tra «porte aperte» e «porte chiuse», formule che appartengono più alla propaganda che alla politica. Il punto è governare un fenomeno strutturale con strumenti strutturali: canali regolari realistici, lotta al lavoro nero, riconoscimento delle competenze, formazione linguistica e professionale, politiche abitative, scuola inclusiva e accesso alla cittadinanza per chi cresce in Italia.

Parlare di valore economico dell’immigrazione, naturalmente, non significa ridurre le persone a ciò che producono, pagano o consumano. Significa piuttosto rispondere con i dati a una rappresentazione parziale e spesso distorta, che tende a descrivere gli immigrati soprattutto come un costo, un peso o un problema di ordine pubblico. I numeri raccontano una realtà diversa: milioni di persone straniere lavorano, versano contributi, aprono imprese, sostengono settori essenziali, permettono a molte famiglie di reggere il carico della cura, contribuiscono alla vita delle città e dei territori. Guardare a questo contributo non cancella i conflitti, le fragilità e le disuguaglianze che attraversano i processi migratori; significa piuttosto evitare che l’immigrato diventi il capro espiatorio di tanti problemi, dalla precarietà del lavoro alla crisi dei servizi pubblici, che hanno origini ben più profonde.

Questo meccanismo è rappresentato con grande efficacia nel film «The Old Oak» di Ken Loach (2023), ambientato in un ex villaggio minerario dell’Inghilterra nord-orientale. L’arrivo di rifugiati siriani fa emergere tensioni sociali già presenti, mostrando come il disagio economico e il senso di abbandono vengano spesso attribuiti ai nuovi arrivati, anziché alle trasformazioni economiche e sociali che hanno investito il territorio.

La sfida attuale è passare da una logica dell’emergenza a una logica dell’investimento. L’Italia non dovrebbe domandarsi soltanto quanti immigrati «può sopportare», ma quale società vuole costruire con le persone che già vivono e lavorano qui, e con ragazze e ragazzi che in Italia nascono, crescono, studiano e immaginano il proprio futuro. Questo significa smettere di trattare l’integrazione come un capitolo accessorio delle politiche pubbliche e riconoscerla per quello che è: una condizione della coesione sociale, della crescita economica e della sostenibilità del Paese. L’immigrazione non è un corpo estraneo all’Italia. È già una parte del suo presente, e sarà una parte ancora più importante del suo futuro.

 


 

Le illustrazioni sono di Art Attack

Giulia Bettin