La seconda Gerusalemme
Quando il gesuita portoghese Francisco Álvarez, primo occidentale a visitare Lalibela fra il 1521 e il 1525, descrisse ciò che vi aveva visto nelle sue cronache di viaggio – Verdadera Informação das terras do Preste Joam das Indias – era convinto di non essere creduto. E anche oggi è difficile credere che quel che si vede appena raggiunto questo villaggio in mezzo alle montagne non sia frutto di un miraggio o di una visione.
Lalibela è lontana da tutto, e vi si accede con enorme difficoltà. Solo per percorrere gli ultimi cento chilometri avevamo impiegato più di otto ore, attraversando diversi guadi e rischiando continuamente di restare impantanati. Ma non era tanto la distanza in senso geografico a colpirmi quanto la sensazione di lontananza in generale. Una lontananza misurabile in secoli più che in miglia.
Le undici chiese rupestri di Lalibela, costruite a partire dal XII secolo, erano sbalorditive e inquietanti. Non erano colorate di rosso come nelle foto che avevamo visto sui libri. Erano verdi, ricoperte dal muschio e dai cespugli di felce. Sembravano luoghi di folletti e fate, di hobbit e rune celtiche. Invece erano abitate da monaci silenziosi, quasi degli eremiti, che coperti di pesanti mantelli e cappelli di lana passavano il loro tempo rannicchiati nei loculi scavati nelle pareti di roccia, con in mano la Bibbia e la croce.

Le chiese erano state realizzate con un intento preciso: creare una seconda Gerusalemme per far rivivere la gloria di Salomone nel cuore dell’altipiano. E mentre noi cercavamo un albergo dove passare la notte, continuavamo a guardarci intorno quasi increduli e a chiederci se oggi vi fosse al mondo qualcuno con in testa progetti altrettanto grandiosi e visionari.
Dal Seven Olives dominavamo il villaggio e la valle. Non si vedevano macchine ed eravamo chiaramente gli unici stranieri in città. Una circostanza fortunata perché nella stagione secca, quando è agibile la pista in terra battuta dell’aeroporto, i turisti sono spesso molti dato che il volo da Addis Abeba prende al massimo un’ora. C’erano poche persone in giro. I più vecchi rientravano dai campi con gli attrezzi sulle spalle; i giovani sostavano nei buna-biet. Nessuno sembrava badare troppo alle chiese.
Sembravano stalagmiti giganti, enormi funghi di pietra. Scavate in un unico blocco di roccia dall’interno, isolate all’esterno da stretti canaloni, furono lavorate in modo da rappresentare facciate, finestre, porte e tetti. Erano collegate fra loro da cunicoli e passaggi scavati nella roccia, una specie di labirinto nelle viscere della montagna. Dentro ognuna di esse trovammo l’odore della muffa e del tempo che passa. Avvolgeva i brandelli di tende, gli affreschi gocciolanti di umidità, i libri sacri sugli altari e si faceva più acre man mano che ci si avvicinava al Santa Santorum.

Quel luogo pareva avere qualcosa di magico. Forse era davvero il risultato del lavoro di una schiera di angeli; oppure di monaci-guerrieri, i Templari, giunti in Etiopia alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza contenente le Tavole della Legge.
Gesacho era la nostra guida. Ci aveva aperto ogni portone e fatto penetrare nelle chiese buie e umide. Aveva 18 anni e frequentava la dodicesima classe insieme ad altri 50 ragazzi della sua età. Diversamente dai suoi avi che sognavano Gerusalemme, lui però sognava la televisione e l’automobile. E così probabilmente i suoi coetanei.
Gli avi di Gesacho erano gli Zagwe, eredi degli aksumiti, che abitavano quelle valli nel XII secolo. Allora Roha, antico nome di Lalibela, era la capitale di un piccolo regno della regione del Lasta. Gesacho ci raccontò che intorno al 1160 nacque in una delle famiglie di corte un bambino. Appena venne alla luce fu immediatamente avvolto da uno sciame di api e tutti compresero allora che si trattava di un essere predestinato. Venne battezzato Lalibela, che in lingua agaw significa “le api riconoscono la sua sovranità”. Il giovane pretendente al trono fu in seguito vittima di un attentato che per poco non gli costò la vita. Prima di uscire dal coma ricevette l’ordine celeste di realizzare su quelle montagne una seconda Gerusalemme e all’esecuzione di quel comando, una volta ristabilitosi, dedicò il resto dei suoi giorni.

Quella notte sognai di camminare davanti a orribili sculture di legno, che roteavano la testa al mio passaggio come in quella scena dell’Esorcista. Mi svegliai di colpo, sudato, con la paura di aprire gli occhi. Temevo che nella stanza ci sarebbe stata l’atmosfera delle notti peggiori e con essa, sui muri, le ombre dei sogni e chissà cos’altro. Rimasi per un po’ pietrificato sul letto, sempre con il sudore addosso. Come avrei voluto che fosse già mattina!
A un tratto sentii la pioggia battere sulle lamiere del tetto. Un suono metallico, martellante, che mi svegliò del tutto. Mi feci coraggio e mi tirai giù dal letto. La stanza era proprio come l’avevo temuta, ma mi avvicinai egualmente alla finestra sperando di non vederci riflesso nessun fantasma. La pioggia era fortissima e già immaginavo, di fuori, torrenti di fango giù dalla collina. Cominciai a vestirmi e poi svegliai gli altri. Non erano ancora le quattro, ma dovevamo partire al più presto perché altrimenti saremmo potuti restare lì per giorni ad attendere che il livello dell’acqua si abbassasse e che i torrenti sulla via del ritorno si lasciassero guadare.
Non c’era nessuno ovviamente per il check out. L’albergo pareva deserto. Bussai alla porta dietro il bancone della reception ma nulla… Non rimaneva che lasciare i soldi con un biglietto e partire. Da fuori arrivava lo scroscio del temporale e non avevamo tempo da perdere.
Riprendemmo la strada verso Kobo, da dove eravamo venuti. Pioveva sempre a dirotto, e bisognava arrivare ai guadi al più presto se volevamo avere una speranza. Il buio era totale, oltre il fascio dei fari una parete nera impenetrabile. Fortuna che la macchina stava facendo il suo dovere; c’era solo da sperare che continuasse così perché un guasto qualsiasi su quella strada ci avrebbe condannati a restarci per chissà quanto.

A un certo punto, alle prime luci dell’alba, sbucarono nella nebbiolina che avvolgeva la strada alcune sagome di uomini seminudi, scalzi e coperti di pelli. Proseguimmo a passo d’uomo, non sapevamo cosa pensare. Macellavano bestie, al centro della carreggiata. C’erano qua e là alcune teste di bue mozzate, in mezzo a pozze di sangue nero che neanche la pioggia fitta riusciva a disperdere. E poco più in là, intorno ai corpi decapitati degli animali, sembrava proprio che dei compratori, incuranti del freddo e del temporale, stessero contrattando ad alta voce per accaparrarsi i pezzi di carne migliori. Un uomo, accovacciato sul ciglio della strada, affondava i denti in quelle che in tutta evidenza erano interiora fumanti, che teneva tra le mani insanguinate. Mentre due ragazzini, dal lato opposto, stavano ammucchiando legna forse per accendere un fuoco.
Al nostro passaggio la macellazione venne sospesa. Un uomo, prendendole per le corna, spostò di lato alcune delle teste mozzate per liberare la carreggiata e consentirci di passare. Forse non era così frequente vedere degli stranieri da quelle parti, a quell’ora poi. Qualcuno sollevò in aria la propria ascia sporca di sangue, sperammo in segno di saluto; un altro si avvicinò ai finestrini per guardare dentro. Guidava Fabio, rispose a entrambi con un timido cenno della mano. E mentre la visione da età del ferro sfilava al nostro fianco, la macchina riprese pian piano velocità.
Il viaggio continuò senza intoppi. La pioggia non si fermava, ma i torrenti riuscimmo a guadarli senza problemi. In tarda mattinata raggiungemmo la strada principale per Makallè e riprendemmo il nostro viaggio verso nord.
Gondar, un altro rinascimento
Capitale etiopica per circa due secoli, a partire dagli inizi del 1600 Gondar resta una delle città più prospere e rappresentative della regione amhara

Riprendemmo il nostro viaggio diretti a sud, verso Gondar e il lago Tana. Dopo Aksum la pista fende delle larghe pianure verdi, attraversando piccoli villaggi. Ai lati della carreggiata, a rendere ancor più difficile la guida, una continua processione di uomini e donne, con i loro asini, muli e carretti, diretti verso campi e mercati. Poi la discesa vertiginosa verso il fondo di una grande spaccatura della crosta terrestre, dove scorre il fiume Tacazzè.
Al nostro passaggio l’acqua schiumosa e marrone quasi lambiva le arcate del ponte. Il cielo era plumbeo, e mentre giungevamo dall’altra parte iniziò la solita pioggerella.
Cominciammo la risalita verso i monti del Semien: un’area selvaggia, tagliata in due da quell’unica strada sterrata costruita durante l’occupazione italiana. Incontrammo villaggi di poche capanne e qualche piccola casa in legno e mattoni. Dai tetti di graminacee intrecciate si alzavano nuvole di fumo che tradivano i fuochi accesi al loro interno. Faceva freddo e intanto la pioggerella era diventata temporale e stava trasformando i tornanti in una sorta di torrente.
Fra le nuvole basse e la nebbia faceva di tanto in tanto la sua comparsa la vetta innevata del Ras Dashan, la montagna più alta d’Etiopia – 4550 metri – alla quale ci stavamo pian piano avvicinando. Per tutto il giorno non incontrammo né auto né camion, solo carovane di uomini, muli, asini e carri: eppure quello che stavamo percorrendo a 25 chilometri orari di media era il secondo tratto stradale del Paese.

Superata la piana di Debark, dai pascoli verde-azzurro, giungemmo a Gondar che era quasi buio. Dalla terrazza del Goha Hotel, sulla collina che sovrasta la città, aiutati per una volta dal chiaro di luna, cominciammo a scrutare il paesaggio. Le sagome dei castelli e delle mura perimetrali della città antica non dovevano essere apparse in modo molto diverso allo stesso James Bruce, uno dei primi occidentali a raggiungere Gondar nel XVIII secolo.
Anche lui arrivò da nord, dall’Eritrea, dove era approdato venendo dall’Egitto. Accompagnato dal disegnatore italiano Luigi Balugani, esplorò per due anni l’acrocoro abissino alla ricerca delle sorgenti del Nilo. [L’acrocoro è un insieme particolarmente esteso di rilievi montuosi costituiti sia da forme a struttura tabulare, prevalentemente pianeggianti, come l’altopiano etiopico, sia da complessi montuosi in cui si elevano catene di notevole altezza, come il Tibet.].
Soggiornò alla corte della regina Mentwab, insieme ad artisti greci, arabi e indiani, e nei suoi Travels raccontò le meraviglie della città, che fu la prima vera capitale del regno abissino dopo Aksum.

Non ci volle molto tempo per identificare la sagoma del castello più grande, quello di Fasilidas, costruito intorno al 1640, e degli altri palazzi: un complesso architettonico maestoso, che ricordava le corti rinascimentali europee, e che non ci si aspetterebbe di trovare a queste latitudini. I palazzi di Fasilidas, Yohannes, Iyasu il Grande e Dawitt III sono un altro dei tanti miracoli dell’Etiopia. Architetti indiani o arabi devono averli progettati, e artigiani etiopici sapienti, formatisi al fianco dei portoghesi, devono poi averli costruiti.
Charles Poncet, emissario di Luigi XIV, racconta di essere stato ricevuto da Iyasu il Grande nel 1699 nella sala del castello di Fasilidas, fra ori, argenti e tappeti preziosi. Poncet era giunto a Gondar per curare il monarca abissino, affetto da una malattia sconosciuta. Iyasu e i suoi eleganti dignitari lo scrutarono a lungo prima di dargli il benvenuto e ammetterlo a corte: perché Gondar era a quel tempo sospettosa nei confronti degli stranieri, specie se venivano da paesi cattolici.
Proprio in quegli anni il clero copto stava consolidando in maniera determinante il proprio potere, che la conversione affrettata al cattolicesimo di re Sunseyos ad opera dei gesuiti portoghesi aveva fatto pericolosamente vacillare qualche decennio prima. Era stato Fasilidas, succeduto a Sunseyos, a ristabilire l’ordine, espellendo i gesuiti dal regno e proibendo agli stranieri di risiedere in città. Da allora la chiesa copta affiancò i re nella gestione del potere e Yohannes, figlio di Fasilidas, completò qualche anno dopo l’opera paterna espellendo dal regno cattolici, ebrei e musulmani.
La mattina Gondar ci apparve diversa, rumorosa e movimentata. Girovagammo tutto il giorno tra i mercati e la piazza centrale dominata dal vecchio cinema italiano e dalla ex casa del fascio, poi verso sera ci incamminammo verso la chiesa di Debre Beheran Sellassie, Monte della Luce della Trinità. Ci andammo a piedi, oltrepassando le due colline che la separano dal centro. La costruì Iyasu il Grande prima di essere colto dalla crisi mistica che lo portò a ritirarsi in un monastero sul lago Tana. C’era serenità all’interno del recinto, e nel piccolo parco, tra i ginepri, pregavano i fedeli avvolti negli shamma. Aveva appena smesso di piovere e dal fitto del bosco iniziavano a filtrare le luci del tramonto che illuminavano di rosso la pietra della facciata. Al suo interno, insieme all’incenso, sentivamo, nella penombra, lo sguardo bizantino degli ottanta cherubini dipinti sul soffitto di legno.
Le immagini di Lalibela provengono dalle pagine dedicate alla città nel sito del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO (fonte), le immagini di Gondar sono tratte da Wikimedia Commons (fonte).
La seconda edizione riveduta di In Etiopia di Fernando Gentilini, da cui sono tratti questi due capitoli, verrà pubblicata nell’autunno 2026 da Kurumuny, nella collana Confine. Cliccare qui per prenotarne una copia.

