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Intervista a Enea sull’Europa

10/07/2025

Fernando Gentilini

Foce del Tevere all’imbrunire, una sera d’estate, idroscalo di Ostia. Del fiume biondo, del bosco immenso e degli uccelli variopinti che tre millenni fa volavano di ramo in ramo, non c’è più traccia. Enea mi aspetta sul bagnasciuga, intento a scrutare il largo. Le spalle curve, i capelli radi, la barba bianca e lunghissima. Senza il mantello di porpora tiria e ricami dorati, non lo avrei nemmeno riconosciuto.  

B   Se proprio ci tiene così tanto a intervistarmi va bene, però mi anticipi almeno di cosa vorrebbe parlare.

A   Decide lei ovviamente, per me possiamo parlare di quello che vuole: del foedus tra Troiani e Latini, delle origini della civitas, della pax romana, dell’idea d’Europa di voi Troiani…

B   Comincio subito col dirle che di Europa non parlo, per il semplice fatto che non ho niente da dire. Un’idea d’Europa dice lei, ma come le salta in mente? L’Europa per noi Troiani era la fine del mondo, il regno delle tenebre e della follia. Un continente di pazzi, dove orde invasate si combattevano senza motivo da epoche immemorabili. Insomma un luogo persino più disperato dell’Ade, da cui bisognava tenersi il più lontano possibile. Ricordo che da bambini bastava il nome a terrorizzarci: Europa! Altro che la giovane principessa fenicia venuta da Tiro in groppa al toro divino… Un nome che era sinonimo di sventura, per cui nutrivamo un terrore sacro, che evocava le storie raccapriccianti sui selvaggi che l’abitavano e le crudeltà di cui erano capaci, sui loro villaggi luridi e miserabili. Il regno del caos e della depravazione insomma, dove i Titani avevano inviato uno come Saturno per riportarvi ordine e civiltà. E lei mi viene a parlare di Europa! Ma perché poi parlare d’Europa con uno come me? Uno straniero, un fuggitivo e un migrante. Che cosa c’entro io con l’Europa?

A   Ora però non esageri, lei non è uno straniero qualsiasi. Lei è il fondatore della casata Julia, il patriarca di Roma, e soprattutto, non sono certo io a sostenerlo, lei è il padre nobile del continente europeo.

B   Se è per questo, io mi sento anzitutto un eroe, il frutto dell’unione tra un mortale e una dea. Anche se poi il destino ha fatto di me un condottiero, uno che per mestiere prendeva decisioni per conto dei suoi uomini. Una delle più difficili la presi proprio qui, al largo di queste coste, al termine del nostro viaggio per mare. Che poi è il motivo per cui ogni tanto non posso fare a meno di tornarci. La vede quella boa luminosa? A circa duecento braccia da qui, proprio di fronte la foce del fiume? Ecco, la mia nave si trovava lì quando mi trovai di fronte al dilemma: imboccare la foce del fiume e risalirlo, svelando immediatamente ai Latini le nostre intenzioni e dando inizio alle ostilità; oppure tirare dritti verso nord e prendere un po’ più di tempo. Io per me, lo dico in tutta sincerità, avrei continuato la navigazione, avrei esplorato la costa dei Tirreni e avviato qualche contatto all’interno per cercare possibili alleati. Nell’entroterra viveva un coacervo di stirpi orientali, in qualche modo con noi imparentate. Ero certo che avrebbero accolto le nostre ragioni, poiché in fondo anche noi, proprio come i loro antenati, stavamo tornando alla terra dei padri. Ma i miei uomini avevano anch’essi i loro buoni motivi: stanchi di navigare, ancora scossi dalla morte di Palinuro, senza più donne a bordo e ansiosi di prendere possesso dei lidi assegnataci dagli dèi. Così alla fine decisi che avrei fatto meglio ad assecondarli e risalire il fiume. D’altra parte il nostro destino era scritto, lo conoscevano persino i Latini. Quindi tanto valeva tirare i dadi per primi, poiché era già stato stabilito dal cielo che per far nascere Roma avremmo dovuto pagare un tributo di sangue.

A   Intende la guerra contro i Latini.

B   Contro un nemico triplice in verità, dato che insieme ai Latini dovemmo combattere i Rutuli e gli Etruschi. Vede, io l’idea che Roma sarebbe nata da una grande guerra capace di generare una grande pace l’avevo concepita da tempo. Almeno dalla notte fatidica in cui Troia fu messa a ferro a fuoco dai Greci. Durante i combattimenti nel palazzo di Priamo e davanti la casa paterna, io pensavo già a un futuro di pace, per me e la mia gente, e immaginavo che quella notte non fosse che l’inizio del nostro lungo viaggio verso la pace. Niente più duelli, niente più inganni, niente più assedi o cavalli di legno. In futuro non ci sarebbe stato più niente di tutto questo, solo un percorso a tappe verso la pace: il viaggio fino alla terra dei padri, lo sbarco nel Lazio, la guerra contro i Latini e infine la sfida contro Turno. Decisero tutto gli dèi quella notte. Mentre moriva Troia. Decisero che quella doveva essere l’ultima guerra antica, e che la successiva, quella tra Troiani e Latini, sarebbe stata la prima guerra moderna. Nel mondo antico le guerre finivano sempre con una tregua temporanea, mai con una pace durevole. Ed era del tutto normale che dopo un po’ la tregua venisse violata e ricominciassero i combattimenti. Di solito la scintilla era una regina contesa. Ma poteva essere anche una disputa territoriale o la conquista di un qualche animale mitico. Il concetto di foedus, cioè di un patto per la pace perpetua, non esisteva nel mondo antico, che era dominato dal ferro. Per inventarlo occorreva entrare prima in un’epoca nuova, in cui a dominare fosse l’oro. E il nostro scontro con i Latini  non fu che il mezzo per passare dall’antico al moderno, ovvero dal ferro all’oro.

A   Perché toccò a voi Troiani inventare il foedus sacro e inviolabile da cui sarebbe nata Roma?

B   Gli dèi ci avevano osteggiato nella guerra di Troia, non è un mistero per nessuno che appoggiassero gli Achei. Ma anche sapendo di non averli dalla nostra parte, abbiamo combattuto lo stesso con onore, guadagnandoci la loro stima. Al punto che loro poi si sono sentiti in dovere di risarcirci, facendoci vincere la guerra contro i Latini, che per ampiezza e profondità fu una guerra fuori dall’ordinario. Il nocciolo della questione è proprio questo, l’ampiezza e la profondità del nostro scontro con i Latini. Perché se la guerra fu ampia e profonda come mai prima, doveva per forza di cose essere ampia e profonda anche la pace che l’avrebbe conclusa. Una pace mai vista, per certi versi contro natura, in cui tanto per cominciare sarebbero stati i vincitori a fare i sacrifici più grandi. Voglio dire che noi Troiani la guerra contro i Latini l’abbiamo vinta, nel senso che Turno io l’ho ucciso con queste mani. Eppure il patto sacro tra i nostri popoli, il foedus, l’abbiamo fatto nella loro lingua, perché a Roma, la nuova Troia, si sarebbe parlata quella latina anziché la nostra. È un punto fondamentale questo, sigillato dall’intesa tra Giove e Giunone. Da vincitori noi Troiani rinunciammo alla nostra lingua, cioè alla nostra identità, per adottare quella degli sconfitti. Se l’immagina lei un altro popolo che vince una guerra e accetta un simile sacrificio?

A   Effettivamente…

B   Il fatto è che una civiltà che non vuole estinguersi deve scommettere sul futuro, e futuro significa cambiamento. Bisogna capire quando finisce il tempo, e diventare altro da sé prima che sia troppo tardi. È attraverso il futuro che il nostro passato resta in vita. È il cambiamento che salva la tradizione. Per questo abbiamo rinunciato alla lingua troiana e adottato quella latina. Perché era il modo per reincarnarci in una nuova civiltà e continuare a vivere attraverso di essa, a perpetuare i nostri valori nel tempo. Decidemmo di lasciarci alle spalle il mondo omerico che ci aveva partorito, capisce? Un mondo pensato per essere immutabile, scolpito negli scudi di ferro, destinato a finire per sempre e completamente. Per abbracciare un mondo totalmente spirituale, che non si cura della materia, in cui l’anima dei popoli potesse durare più dei popoli stessi. Siamo stati profetici anche in questo noi Troiani, anzi filosofici, dei pitagorici ante litteram, nel senso che non ci abbiamo pensato due volte a estinguerci in senso materiale pur di sopravvivere spiritualmente. Ma non è stato facile sa? Mi creda, non è stato per niente facile. Perché non è facile spogliarsi della propria identità per abbracciarne un’altra. Si figuri che io i miei uomini ce li avevo tutti contro.

A   E di Latino cosa mi dice: non dev’essere stato facile neanche per lui dividere il proprio regno con un popolo straniero e offrire a lei, un forestiero, la sua unica figlia.

B   Vivere in epoca mitologica aiuta, non c’è alcun dubbio. I Latini sapevano che il nuovo ordine sarebbe arrivato da Oriente, avevano consultato i loro oracoli ed era da tempo che scrutavano la linea del mare. Latino si è rivelato un vero re, in tutti i sensi. Non solo ci ha dimostrato che i Latini appartenevano al nostro stesso ordine culturale, ma che i nostri pregiudizi nei confronti di molti popoli italici erano sbagliati. Lui era figlio di una ninfa di Laurento chiamata Marica, e discendeva direttamente da Saturno. Non mi fu mai nemico, neanche durante le fasi più cruente della guerra. Sapeva che il sangue troiano, fuso con quello latino, avrebbe portato il suo popolo in alto come non mai, fino a toccare il cielo. Questo per dire quanto sia lui che molti dei suoi comandanti fossero ben disposti nei nostri confronti. D’altra parte la civiltà antica era un’altra cosa, e gli stranieri, specie se eroi, erano avvolti da un’aura sacrale. Senza contare che nel Lazio di tremila anni fa vigeva un canone etnico assolutamente plurale, formatosi nel tempo mediante stratificazioni di popoli forestieri. Nessuno nel Lazio poteva dirsi davvero autoctono, neanche i Latini che difatti avevano preso il posto dei Siculi. La mescolanza era una virtù, qualcosa di cui essere fieri, nel senso che essere figli della terra, se aveva importanza, aveva un’importanza relativa.

A   Il contrario di quel che si pensa oggi.

B   Ai miei tempi essere stranieri era un punto d’onore. C’era una gloriosa tradizione di eroi senza patria nel mondo antico, cui mi onoro di appartenere, alla quale appartiene anche il mio successore Romolo: il quale scommise il tutto per tutto sul miscuglio identitario, cercando subito di prendere le distanze da Alba Longa, città etnicamente pura, facendo di Roma esattamente il suo inverso, ovvero un mundus. Il che spiega anche come mai, a partire dai Romani, non si siano poi contati i popoli occidentali che hanno tentato di trovarsi un capostipite tra noi Troiani. Una moda millenaria, inaugurata dai Franchi, ancora in auge al tempo della rivoluzione francese.

A   I Francesi continuano a parlare di un troiano chiamato Francione da cui i Franchi avrebbero preso il nome. Un esule come lei, che invece della rotta mediterranea scelse quella balcanico-danubiana, e che giunto dalle parti del Reno avrebbe addomesticato certe tribù germaniche diventandone il capo.

B   Onestamente il nome Francione non mi dice nulla. Però consideri che negli ultimi giorni, a Troia, c’era la tipica confusione che precede le battaglie epocali. Avevamo aperto le porte ai nostri alleati per resistere agli Achei, e ricevemmo l’aiuto di uno stuolo di popoli: i Cari, i Cauconi, i Ciconi, gli Alizoni, i Lici, i Meoni, i Misi, i Peoni, i Paflagoni, i Pelasgi, i Frigi, i Traci… C’erano nomi illustrissimi tra gli eroi che si mobilitarono al nostro fianco, penso a Sarpedonte, Glauco, Forco, Polidamante, Reso… Ma il nome Francione non mi dice nulla, non mi pare di averlo mai sentito. Tra l’altro è talmente ridicolo che me lo sarei certamente ricordato.

A   Lo sospettavo, tipico dei Francesi. E comunque è significativo che tutti questi popoli si ritrovassero in una sola città, segno di un’attitudine troiana a riunire anziché dividere.

B   Noi Troiani, a parte l’idea di foedus, avevamo intuito anche quella di civitas, destinata ad illuminare la Roma repubblicana e imperiale e poi a scompaginare tutta la storia dell’Occidente. Il modello, che avrebbe reso Roma più grande e potente di Troia, era quello della città plurale, della civitas aperta: cioè di un’unica urbe dove potessero convivere razze, lingue, culture e religioni diverse. Per questo gli dèi, i fati, i venti e le correnti marine avevano deciso di condurci proprio qui, nei lidi di Saturno, anche se inizialmente l’oracolo di Delo ci aveva messo fuori strada: Saturno, tra tutti gli dèi, era il più stanziale, il più urbano, difatti la sua falce simboleggiava la civiltà agricola che era l’antitesi di quella nomade. E le città che erano sorte sulle sue terre non riunivano solo aborigeni, ma genti di ogni razza, provenienti da tutto il Mediterraneo. La città etnicamente pura è un concetto greco, perché si ritenevano puri gli Ateniesi, i Tebani, gli Spartani… I Romani invece, grazie al nostro sangue, sarebbero nati come miscuglio etnico, come insieme di genti. Altrimenti all’apice della loro potenza non avrebbero certo potuto partorire uno statista del calibro di Caracalla, il cui editto avrebbe offerto la cittadinanza romana agli abitanti di tutto l’impero a prescindere da razza, lingua, credenze filosofiche o religiose. Su questo punto la profezia di mio padre Anchise dall’oltretomba fu lucidissima: arti come la scultura o scienze come l’astronomia non erano certo cose da Romani, poiché altri popoli li avrebbero sempre surclassati in queste materie. I Romani avrebbero dovuto governare le genti, tutte le genti, gli dèi li avevano creati per questo: gestire la mescolanza, costruire un’identità basata sul fare più che sull’essere, dare sostanza a concetti come foedus, civitas, pax romana

A   Eppure l’idea della civitas – plurima, multietnica e multireligiosa – non ebbe mai vita facile in Occidente.

B   Su questo gli Achei furono più furbi di noi Troiani, bisogna ammetterlo. Costruire le polis sul sangue sarà da selvaggi, ma con il popolo certe cose funzionano sempre. A Tebe, a Sparta, ad Atene dominava la stirpe, dominavano i clan, dominava la nobiltà, insomma se non era un sistema chiuso quello. Eppure i popoli tebani, spartani e ateniesi erano contenti lo stesso, anche se poi nei fatti facevano la fame, poiché si consolavano con fandonie tipo la purezza del sangue e cose del genere. Essere figli della terra, nella Grecia classica, era un elemento di distinzione, invocato come patente di superiorità contro tutti coloro che autoctoni non erano. C’era insomma nella polis una marca identitaria, un segno, un mito, un’origine a giustificare un diritto esclusivo di cittadinanza. Noi Troiani invece, e poi i nostri pronipoti Romani, con il foedus e la civitas concepimmo qualcosa di visionario, sofisticato e incredibilmente moderno, una coloratissima mescolanza di forestieri, esuli, avventurieri, barbari, nomadi, migranti, insomma di sradicati senza né patria né terra, che al massimo traslocavano portandosi appresso i Penati… Ma i popoli, sia quelli antichi che quelli moderni, purtroppo non ragionano con la testa ma con la pancia, altrimenti non si spiegherebbe la fortuna di un modello urbano, la polis greca, basato appunto sulla stirpe e sul sangue.

A   Ma allora quella di Roma è un’idea perdente.

B   No, credo proprio di no. Credo che invece, come tutte le idee folli, abbia davanti a sé un grande futuro. In fondo, prima di diventare il centro di un impero mondiale, questo litorale era una terra di accoglienza, di fuga, un approdo per dèi, eroi e uomini braccati e senza più patria. Latium viene dal verbo latere, cioè nascondersi, un’etimologia che non lascia dubbi. E quindi se ci si vuole preparare per un futuro migliore, non c’è che ridare alle parole il loro vero significato e ripartire da quello. Io so come si fa, so cosa serve, ho tracciato una rotta per chiunque intenda riprovarci. Fui il capostipite di un gruppo di esuli, di migranti, di esiliati, di un popolo lontano dal proprio suolo. Un suolo, sia detto per inciso, di cui non ho voluto fare esperienza diretta neanche da morto, visto che il mio corpo non fu mai sotterrato e che il mio tempio resta un sepolcro vuoto.

A   Senta, ora glielo devo proprio dire. Ma lo sa che lei è molto più moderno di Ulisse, Achille e degli altri eroi omerici? E che i suoi temi, rispetto ai loro, sono tutti temi di un’attualità sconvolgente?

B   Sarà, se lo dice lei… Adesso però si è fatto un po’ tardi, e se non le dispiace vorrei tornare a guardare il mare.

A   Certo per carità, la lascio immediatamente, con molti ringraziamenti per il tempo che ha voluto concedermi. E comunque, se posso, ha visto alla fine quante cose aveva da dirmi sull’Europa?

 


 

Immagini: Rilievo di marmo raffigurante lo sbarco dei Troiani, Museo Archeologico Nazionale, Napoli (fonte) e affresco con Enea ferito, Pompei, Casa di Sirico (fonte)

Fernando Gentilini ha sviluppato l’arte di dialogare con grandi personaggi del passato recente e remoto nell’Atlante delle città eterne, Baldini+Castoldi, 2025

Dove vado ora? Suggeriamo di provare Diego Marani, Karina Africa Bolasco [italiano/English] e John Bengan [italiano/English]

 

Fernando Gentilini