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La casa dei segni ideale è la casa della bellezza

22/04/2026

Ubaldo Stecconi

«Da tempo immemorabile sappiamo che senza un’intesa linguistica non c’è concordia tra di noi» scrivevo in una nota qui su Clorofilla (Il terremoto del linguaggio). L’idea di fondo era che l’indifferenza verso la verità provoca un terremoto del linguaggio e i danni possono essere molto gravi.

L’indifferenza verso la verità è quella che osserviamo quando un amico commenta così le parole palesemente bugiarde di un leader politico: «Tutti sanno che è spregiudicato, che ti aspetti da uno come lui. Ma mi sta simpatico con quella faccia da schiaffi. Io lo voto lo stesso, tanto sono tutti uguali». La osserviamo anche in chi si riconosce in una grande bufala. A me affascina la bufala dei rettiliani, che gira in Rete da oltre vent’anni ed è ancora più vecchia. Sostiene che «migliaia di anni fa, le razze rettiliane […] sono arrivate sul pianeta Terra» e da allora tengono «soggiogata l’umanità» (fonte, anche per approfondire).

I rettiliani e il politico con la simpatica faccia da schiaffi, così platealmente indifferenti ai fatti, funzionano perché creano attorno a loro una comunità che tiene fuori tutti gli altri. «Sei un ingenuo se pretendi che un politico sia onesto e si basi sui fatti, io la so più lunga di te». Oppure: «i rettiliani sono abilissimi a cancellare le prove della loro esistenza, ma io so cogliere gli indizi, cosa credi». Si mette in moto così un circolo vizioso: la post-verità apre grandi crepe nella casa dei segni dove tutti viviamo, ci cresce dentro e le allarga sempre di più.

Donna rettile di Ur (fonte)

Ma il terzo numero di Clorofilla parla di utopie e quindi mi sono fatto la seguente domanda: se questa e altre calamità mettono in pericolo la stabilità della casa che ci accoglie da sempre, come sarà la casa ideale, come ci si starà dentro?

Sostantivi e verbi

Innanzitutto, occorre capire nel dettaglio come immaginare questa utopia. Propongo che, come base, sia meglio guardare alle cose che «succedono» nella casa piuttosto che a come «è fatta». Mi spiego con un esempio. Sono alla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino e mi trovo per la prima volta di fronte al celebre Ritratto di gentildonna di Raffaello che tutti chiamano La muta. Possiamo raccontare l’episodio in tanti modi, ma prima — appunto, come base — dobbiamo decidere se per noi contano di più i sostantivi oppure i verbi. Se contano di più i sostantivi, cioè come è fatta la casa, allora si parlerà di Raffaello, nato nella stessa Urbino e figlio di Giovanni Santi e Màgia Ciarla, della commissione ricevuta non si sa bene se da un mecenate di Firenze oppure di Urbino, di chi fosse la misteriosa donna del ritratto, dei rubini e degli zaffiri e magari dei materiali utilizzati per realizzare il dipinto: la tela, i pennelli, il colore steso sulla tela…

La Muta (fonte)

Se invece contano di più le cose che succedono, cioè i verbi, allora possiamo cominciare dalla profonda impressione provocata in me dal primo incontro con il dipinto e risalire la corrente parlando degli innumerevoli altri incontri con ammiratori e critici che nel tempo hanno costruito la fama di questo sguardo ineffabile, di come Raffaello nel 1507 abbia interpretato in modo così efficace i canoni del ritratto mescolando tradizioni italiane e fiamminghe… Potremmo risalire a lungo questo fiume, qualcuno dice per sempre. Ecco, nel futuro utopico che mi immagino ormai sono quasi tutti d’accordo che i sostantivi sono importanti sì, altrimenti come si fa, ma davvero ciò che conta di più per capire come funziona la casa dei segni sono i verbi e le storie che raccontano. Ciò che leggerete segue questa scelta di base.

L’impianto digitale della casa dei segni

Nella casa utopica è sparita la figura professionale degli influencer. Questo grazie a una rivolta popolare innescata da alcune reazioni a volte brusche da parte di albergatori e ristoratori che si erano sentiti truffati, offesi e presi in giro. La loro protesta ha poi preso corpo nella popolazione e nel volgere di pochi anni ha costretto anche gli influencer più ostinati a mollare perché erano ormai oggetto di una condanna sociale generalizzata e ridotti in povertà.

Influencers (fonte)

Un altro cambiamento rispetto a oggi è l’enorme aumento del numero di imprenditori digitali. Nella casa dei segni ideale che mi sto immaginando i padroni di Internet non costituiscono più un pericolo perché sono tantissimi. L’infrastruttura fisica della Rete è stata nazionalizzata e aperta a chiunque volesse fondare un’impresa digitale. In molti lo hanno fatto e se la passano tutti abbastanza bene; i più capaci e fantasiosi sono ricchi, ma nessuno in modo esagerato. Il motivo principale è che i nuovi imprenditori di Internet non sono proprietari dei loro prodotti e la loro ricompensa, anche generosa, viene calcolata in un altro modo (l’idea è stata avanzata da Jack Lucchetti in questo stesso numero di Clorofilla: L’isola dei beni evanescenti).

Un aspetto interessante della nazionalizzazione è che gli algoritmi che stanno al cuore dei prodotti e dei servizi digitali non sono più segreti come la formula della Coca-Cola, bensì tutti li possono vedere e studiare. Ovviamente, sono diventati anche interoperabili, cioè posso usare WhatsApp per chiamare gli amici che hanno Google Meet o Apple Talk, proprio come oggi posso usare una SIM Vodafone per chiamare l’amico che ha Iliad.

Infine, nella casa utopica l’autorità pubblica — dopo anni di polemiche e battaglie — ha deciso di riservare solo a ricercatori e studiosi autorizzati l’accesso ai sistemi di intelligenza artificiale, perché in mano loro sono uno strumento insuperabile per il progresso tecnologico e della conoscenza (questa idea l’ho presa da What We Can Know, il romanzo distopico di Ian McEwan uscito nel 2025). Anche l’uso degli schermi digitali è sottoposto a certi vincoli e vietato del tutto sotto una certa età. Certo, sono tanti i ragazzi che aggirano il divieto di nascosto, ma grazie al divieto tutti sanno che lo schermo fa male alla salute (alcuni paesi hanno già introdotto misure simili).

Giovani utenti digitali (fonte)

Staccarsi dallo schermo ha avuto un effetto molto positivo. Molti, giovani e meno giovani, hanno ripreso a leggere libri e riviste stampate sulla carta. Soprattutto, hanno ripreso quasi del tutto il ritmo che l’uragano digitale aveva spazzato via. Ora c’è di nuovo tempo di fermarsi a riflettere e discutere le cose con calma. Gli studenti vanno a scuola senza cellulare, imparano meglio e sono meno stressati. Le riunioni di lavoro sono un’altra cosa senza il portatile sul tavolo (questa e molte altre idee dello stesso tenore sono in un lungo articolo di Cal Newport sul New York Times di marzo 2026).

Evoluzione

Questi sviluppi affrontano con la bacchetta magica della narrazione utopica alcuni problemi causati dai nostri giocattoli digitali. Eppure, agli occhi di un semiologo, anche se pop e scanzonato come me, appaiono insufficienti. È come se alla casa dei segni avessimo cambiato finora solamente gli impianti e gli infissi. Ma se vogliamo davvero pensare alla radice, come dice il motto di Clorofilla, occorre scavare ancora.

In questo mondo siamo d’accordo che per capire come si sta nella casa dei segni è meglio concentrarsi sui verbi, cioè su ciò che vi avviene. Questo perché le parole e gli altri segni sono essi stessi avvenimenti e sono sempre in evoluzione. Non vi ho ancora detto che in un’ala della casa è ospitato un istituto come il nostro Istituto Treccani; ebbene, ogni nuova edizione del suo vocabolario registra termini sempre più precisi e più chiari. Il motivo è presto detto: grazie all’evoluzione utopica dei segni, gli ospiti della casa capiscono sempre meglio il mondo e si capiscono sempre meglio fra loro. In questo modo, trovano quasi sempre il sistema per parlarsi e confrontarsi anche in dibattiti accesi.

Se avessi davvero la bacchetta magica, sarebbe questa la prima cosa che porterei con me dall’utopia, perché nel nostro mondo — dopo tanti attacchi alla verità, alla conoscenza e alla razionalità — molte forme di dialogo e di pensiero crescono in modo frenetico, disordinato e distruttivo, proprio come cresce un cancro.

Siamo tutti responsabili della manutenzione

Anche questo aspetto dell’utopia non è piovuto dal cielo ma è il frutto di lunghe lotte fra visioni e interessi diversi. Così va il mondo, il conflitto è nella natura dei segni e fa parte della loro bellezza, perché non c’è niente di peggio della pace dei cimiteri. Tanti grandi libri sono stati terreno di scontro e i loro autori hanno pagato di persona, come gli autori della Divina Commedia, del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo e nei giorni nostri I versi satanici. E non ci sono solo i libri; Imagine, la cover di questo numero di Claudio Farinone, è un gesto di protesta e di opposizione radicale (Imagine | La canzone che sussurra un sogno).

Ritratto di C.S. Peirce eseguito da Umberto Grati, collezione dell’autore

E quindi nella nostra casa utopica ci mettiamo anche un gran numero di abitanti, quasi tutti, che si impegnano in prima persona ad alimentare questa costante evoluzione. Nessuno pensa che non lo riguardi, che si può lasciare il compito all’utopica Treccani e lavarsene le mani. Uno dei fondatori della semiotica descriveva così questo impegno civile nel suo mondo ideale:

The ideal of conduct will be to execute our little function […] by giving a hand toward rendering the world more reasonable whenever, as the slang is, it is “up to us” to do so.

Il principio ideale di comportamento sarà che ciascuno faccia la sua piccola parte […] dando una mano a rendere il mondo più ragionevole ogni volta che «tocca a noi» farlo, per dirla semplicemente (tratto dalle «Lowell Lectures» di C.S. Peirce del 1903, qui un’edizione recente per chi volesse approfondire, traduzione dell’autore).

Verso la bellezza

Seguirò il filosofo americano anche per l’ultima cosa da mettere in questa utopia pop-semiotica. Dove è diretta l’evoluzione delle parole e degli altri segni? Verso quale obiettivo si sentono impegnate le persone che ci vivono? Bene, l’obiettivo non è chiaro ma il mezzo per cercarlo sì, ed è l’estetica. Non la logica o l’etica, come ci si aspetterebbe da un pensatore del suo tempo, ma proprio l’estetica. È questa la prospettiva che permette ai nostri utopici amici di capire come è fatto il fine ultimo. Non lo raggiungeranno mai, questo lo sanno bene, perché sarebbe la fine di tutto, ma si deve pur avere un’idea di massima, così come di un corpo celeste che non riusciamo a vedere bene vogliamo almeno sapere se è liquido, solido o gassoso. E la forma del traguardo verso il quale tutti lavorano è più simile al «bello» che ad ogni altra cosa. Nella nostra casa utopica la «ricerca estetica» è il fine ultimo e guida l’evoluzione dei segni. Davvero viene voglia di partire.

Eris, la dea della discordia (fonte)

La sconfitta di Eris

Allora, come si sta in questa utopica casa dei segni? Si sta un po’ come un gruppo di ricercatori molto speciale. Non contano solamente il metodo, gli esperimenti e la verità. La nostra società utopica tiene altrettanto a certe virtù personali e collettive come l’altruismo e a un forte senso di solidarietà verso gli altri e verso le generazioni che seguiranno. Insomma, la strada che abbiamo percorso ci ha portati vicino al posto da cui eravamo partiti. All’inizio parlavo di «intesa linguistica» e «concordia», ora di questa utopica società di ricercatori candidi, curiosi e altruisti. Ma non è la stessa cosa. Ora abbiamo un’idea molto più chiara, come se avessimo smontato l’orologio da tasca del bisnonno per vedere come si muovono i pezzi e come funziona.

La cosa che mi piace più di ogni altra di questa utopia che abbiamo immaginato è che chi ci vive ha ritrovato nelle parole e negli altri segni la forza ancestrale e l’unità che ci serve per sconfiggere Eris — la dea della discordia — il cui trionfo segna sciaguratamente il nostro tempo. A questo in fondo serve la pop-semiotica, a capire come si può resistere e a riprendere il dibattito con qualche speranza in più.

Ubaldo Stecconi