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L’isola dei beni evanescenti

22/04/2026

Riccardo Jack Lucchetti

Mi immagino la scena. Una tribù di cacciatori-raccoglitori, chissà dove, chissà quando, ma tanto, tanto tempo fa. È notte, fa freddo. C’è del trambusto: un omone, noto per essere irascibile, violento e prepotente, strappa di dosso una pelle d’orso a un tipo mingherlino, che però era quello che l’orso l’aveva cacciato. Volano parole grosse, sputi, cazzotti. Quello grosso sta per avere la meglio, quando si rende conto che c’è l’intera tribù in aiuto del soccombente. «Ridagliela. È sua.»

Forse non c’era ancora, in quella lingua primeva, l’aggettivo possessivo; forse è nato quella notte, insieme al concetto di proprietà. La proprietà come forma di civiltà, di protezione del debole. È l’intera tribù a garantire il singolo dal sopruso. Quella notte, ci rendemmo conto che si sta tutti meglio, se c’è un’istituzione impersonale che mi protegge, nel godere del frutto del mio lavoro. Perché dovrei andare a cacciare l’orso, o a sfidare l’alveare per prendere il miele, o a diventare bravo a scheggiare le selci, se in ogni momento può arrivare qualcuno a fregarmi il risultato? Ma se la tribù farà sì che nessun prepotente mi possa togliere quel che mi sono costruito, allora sì. La norma collettiva contro la legge del più forte. Ed è la tribù intera, da questo, a prosperare. Perché io, che sono bravo a scheggiare le selci, le darò a te che sei bravo a cacciare, in cambio di un po’ di carne, e staremo meglio tutti e due.

Passano gli anni, i secoli, i millenni. L’idea di proprietà diventa uno di quei concetti così scontati e naturali che metterla in discussione è una minaccia alla società stessa. Ed è ovvio: per innumerevoli generazioni, il poter dire «è mio», e poter contare sulla legge perché non mi venga tolto è stato una tutela fondamentale della convivenza ordinata e pacifica fra esseri umani. Certo, quando passa un po’ di tempo poi non ci si chiede più a cosa serva il concetto di proprietà o come sia nato: smette di essere un utile attrezzo e si trasfigura in una norma morale, di origine ultraterrena: «non rubare», «non desiderare la roba d’altri». Non perché in una società di ladri stiamo tutti peggio, ma perché l’ha detto Dio. Ma si sa, funziona così: la proibizione dell’incesto nasce dalla necessità di salvaguardare la qualità del DNA, e di generazione in generazione diventa un tabù, un peccato da dannazione eterna. E con la proprietà, succede lo stesso.

Per cui, quest’attrezzo diventa un automatismo culturale, fino a casi che, a pensarci bene, possono lasciare perplessi. Ad esempio, lo schiavismo o, direbbe un marxista, la proprietà dei mezzi di produzione. Ma rimane il fatto che, per decine di migliaia di anni, gli umani sono stati abituati a un mondo in cui poter dire «è mio» equivaleva a dire «non me lo puoi togliere», e questa, comunque la si guardi, è una garanzia. Magari il beneficio collettivo che deriva dal poter dire «questo schiavo è mio» non è poi così evidente, anzi, ma non c’è dubbio che se al posto di «schiavo» mettiamo «panino», «calzino» o «martello» il vantaggio sia indiscutibile.

(Lefevre James Cranstone, Richmond Slave Market Auction, 1862, fonte)

Ora torniamo un attimo dalla nostra tribù primordiale, e immaginiamo che nella tribù ci sia una sciamana che conosce il segreto per duplicare le pelli d’orso semplicemente recitando una formula magica. L’energumeno, invece di fare il prepotente per avere la pelle d’orso, va dalla sciamana e le chiede di fargliene una copia identica. È difficile pensare a qualche buon motivo per rifiutare, e anzi la sciamana, già che c’è, fa una copia della pelle d’orso per tutta la tribù, che passa la gelida notte in un felice tepore. Naturalmente, il piccoletto viene ricompensato. Il giorno dopo, tutta la tribù fa a gara per omaggiarlo con doni e delizie (e sì, è giusto, qualcosa anche alla sciamana). In questo contesto, la presenza della sciamana rende inutile il diritto di proprietà della pelle d’orso. Visto che si può duplicare a piacere, non ha senso che qualcuno possa dire «è mia» per proteggersi dalla privazione arbitraria.

Eh, direte, ma la sciamana non esiste. È vero. E infatti, l’idea della duplicabilità delle pelli d’orso sarebbe apparsa una bizzarra fantasia a tutte le generazioni prima della nostra, perché i nostri nonni, e i loro, e i loro, hanno vissuto in un mondo in cui valeva la pena di dare un proprietario a ogni oggetto, perché questi non ne potesse essere privato con l’arbitrio, la forza o l’astuzia. Anche solo cento anni fa, il mondo era un luogo in cui tutto quel che era proprietà di qualcuno era una cosa che gli economisti chiamano un «bene rivale». E cioè, un bene il cui godimento da parte di Tizio esclude il godimento da parte di Caio. Un cappello, una bicicletta, un piatto di zuppa. Se la zuppa me la mangio io, non puoi più mangiarla tu.

E oggi? Oggi, naturalmente, i beni fisici sono ancora rivali. E tuttavia, nel mondo di oggi la sciamana esiste eccome. La parte più grande del PIL dei paesi più ricchi viene da transazioni di beni immateriali. E i beni immateriali sono (per lo più) duplicabili a costo zero. Ha senso che la società dichiari che quella certa cosa è di qualcuno, se il suo godimento da parte di Tizio non preclude quello da parte di Caio?

Forse no. E infatti, le società umane sono andate avanti migliaia di anni senza il concetto di proprietà intellettuale o di copyright. Ve l’immaginate, se dovessimo pagare le royalties sull’Iliade, o sul teorema di Pitagora, o su Bella ciao? Non si può dire che non siano di nessuno: è più corretto dire che sono di tutti. E così è stato, per secoli e millenni, per tutto ciò di immateriale che è stato prodotto dall’ingegno umano: i teoremi di Euclide, il mito di Edipo, il «cogito» di Cartesio, i concerti Brandeburghesi di J.S. Bach, il conte Ugolino e l’amor che move il sole e l’altre stelle. Mica sono mai stati di qualcuno. Perché era un mondo in cui la maggior parte di ciò che si produceva erano beni materiali, e cioè rivali. Quasi tutti facevano i contadini, e chi non faceva il contadino faceva comunque qualcosa che, in un modo o in un altro, aveva la caratteristica di bene rivale (anche il lavoro del cavadenti: se cavo il dente a te non posso cavarlo a lui.

(David Ryckaert III, De tandentrekker, 1655 ca., fonte)

Oggi è diverso. Ci sono moltissime persone che basano la loro sussistenza sul fatto che la società ha assegnato loro la proprietà di qualcosa che sarebbe duplicabile senza sforzo. Che so, il software o i contenuti digitali. Chi di noi non ha mai scaricato niente su cui c’era un diritto d’autore? Ci siamo forse sentiti in colpa? Forse sì, come riflesso culturale automatico. Ma chi guarda la partita col pezzotto sta forse impedendo a qualcun altro di guardarla? Non è come rubare la mela al supermercato.

Detto in modo un po’ più tecnico: per molti beni che oggi noi trattiamo come proprietà di qualcuno, il costo marginale è essenzialmente zero. Per i non addetti ai lavori: il costo marginale di un bene è la somma che bisognerebbe spendere per produrre un’ulteriore unità di quel bene, oltre alle unità già esistenti. In una versione semplificata (ma non troppo) della teoria economica, il prezzo di un bene, in un sistema di mercato che funziona, è pari al suo costo marginale più un certo margine di ricarico, detto mark-up. Se produrre un gelato costa 2 euro, ci aggiungiamo un 50% come mark-up e lo vendiamo a 3.

Ma se il costo marginale è zero? Quanto costa al signor Zuckerberg un nuovo account Facebook? Quanto costa a Paul McCartney la milionesima esecuzione di Yesterday da parte dell’oscuro pianobarista? Ha senso pagare un prezzo per qualcosa il cui costo di produzione è infinitesimale? E soprattutto: è socialmente ottimale? Ci porta verso una società desiderabile? O non è forse questo, che provoca, almeno in parte, le allucinanti diseguaglianze di reddito e ricchezza a cui il XXI secolo ci sta abituando?

Naturalmente, sarebbe ingenuo pensare che gli economisti non avessero già pensato a tutto questo. C’è una sottobranca della scienza economica nota come «economia del benessere» che ragiona da più di un secolo sui cosiddetti «beni pubblici», e cioè quelli che sono non rivali e non escludibili (e cioè: è difficilissimo escludere qualcuno dall’usarli). L’esempio che c’è in tutti i libri di testo è la luce del faro. Agli studenti di economia viene insegnato che per i beni pubblici il mercato non funziona, e ci deve pensare lo stato. Ora, chiediamoci: perché un teorema, o una canzone, o il racconto di una storia (che sono ovviamente non rivali), debbono essere resi escludibili? Non potremmo trattarli come la luce del faro?

(Il faro di Alessandria d’Egitto in un mosaico della Basilica di San Marco, Venezia, fonte)

Si dirà (soprattutto, di nuovo, gli economisti): ma gli incentivi? Oggi la proprietà intellettuale, i brevetti, i copyright esistono perché le persone che sanno produrre idee abbiano un riconoscimento economico dal farlo. Se le case farmaceutiche non potessero brevettare i farmaci, i farmaci non li avremmo affatto. Personalmente, sono contento che Stevie Wonder possa vivere nell’agiatezza grazie al suo genio. Non tutti sono come Grigori Perelman, quel matematico russo che ha rifiutato un premio da un milione di dollari perché, ha detto, «l’importante è che il teorema sia stato dimostrato». Non dico che bisogna diventare tutti idealisti. Una ricompensa va data, in termini di denaro, o di fama, o di gloria, o chissà che. Quel che contesto è che questo meccanismo di ricompensa a chi ha creato qualcosa debba passare attraverso il concetto di proprietà.

Nell’utopia che ho in mente, il prodotto dell’ingegno umano è per definizione proprietà collettiva. Sarà poi la società a ricompensare adeguatamente chi l’ha creato. In che modo, non so dire con precisione. Ma si badi bene, questo già esiste. Nella grande maggioranza dei casi, chi fa ricerca scientifica non vive appropriandosi di quel che scopre, bensì con lo stipendio che gli dà una qualche università (nei paesi civili, pubblica). La maggior parte dei server che rendono Internet possibile usano software regalato al mondo 35 anni fa da uno studente finlandese di informatica, che ha intitolato la sua autobiografia Just for Fun. Linus Torvalds oggi è un signore ricco e rispettato, e non ha avuto bisogno di dire «questo è mio». Non stiamo forse meglio adesso che c’è Wikipedia, rispetto a cinquant’anni fa, quando non’era?

Il concetto di proprietà esiste da millenni, ma nel tempo è cambiato. Ciò che oggi sembra pazzesco domani può non sembrarlo più. In fin dei conti, lo schiavismo è stato una delle tante forme di proprietà per un tempo lunghissimo; generazioni e generazioni hanno trovato ovvio e naturale che si potessero comprare e vendere le persone. Oggi, però, l’idea ci fa schifo. E, allora, perché non il software?

Riccardo Jack Lucchetti