Ubaldo Stecconi — Nella tua vita ti sei sempre occupato di un tipo particolare di viaggi, ovvero delle migrazioni. Quando è iniziata questa tua passione e perché?
Johan Leman — Mio padre lavorava in Francia, era un operaio in gamba. Ogni giorno passava la frontiera in bicicletta da casa nostra nelle Fiandre Occidentali — andata e ritorno. Da bambino lo sentivo parlare dei suoi compagni ucraini, algerini e valloni. Solo che allora non li chiamavo immigrati, per me erano i colleghi di mio pardre.
All’inizio i miei studi non si sono indirizzati verso l’immigrazione. Ho studiato filosofia, teologia, lingue orientali e storia, per un paio d’anni ho persino insegnato metafisica. Poi ho capito che l’insegnamento non faceva per me e ho accettato un contratto in antropologia che mi ha portato nel mezzogiorno d’Italia. In diversi periodi dal 1974 fino al 1982 ho passato complessivamente un paio d’anni a Caltanissetta.
In quegli anni era normale per un certo tipo di intellettuali essere attivi sul piano sociale e lo era ancor di più per me, che studiavo l’immigrazione e in Sicilia ero venuto a contatto con la classe operaia. Pensavo a cosa fare dopo il dottorato quando mi hanno proposto di venire al Foyer, che trovavo molto interessante ma che in quel momento era in crisi.
Ecco come ho cominciato. Qualche anno dopo ero capo di gabinetto di Paula D’Hondt, la prima Commissaria Reale per la Politica dei Migranti in Belgio. Non so perché mi hanno offerto l’incarico, forse perché ero bilingue e di Bruxelles, quindi una figura neutrale per tutti. La politica non mi attraeva, credimi, ma lavorando assieme a lei per quattro anni è nata fra noi una certa amicizia. Mi ha fatto capire molto della politica e le sono grato. Paula D’Hondt aveva un’intelligenza fine e intuitiva. Mi diceva: «Scegli le cose che si possono realizzare in practica e su quelle ci concentriamo». Ecco perché abbiamo scelto come priorità a livello federale facilitare l’acquisizione della nazionalità e lanciare un centro per la lotta contro il razzismo, che oggi si chiama Unia.

Ubaldo — Quindi insieme avete immaginato le prime politiche strutturali per l’immigrazione del governo belga.
Johan — Le politiche del governo federale, fai attenzione, perché il Belgio è un po’ complicato. Ma rimanevo sempre in contatto con Foyer. Come antropologo, sai, il quartiere di Molenbeek a Bruxelles è importante perché è una zona di arrivo e ti dà un contatto immediato con le nuove immigrazioni.
Ubaldo — I primi migranti a cui ti sei dedicato erano italiani, i siciliani a Bruxelles negli anni Settanta.
Johan — Sì, mi chiamavano Giovà. Senti com’è andata. In quegli anni c’erano i treni dell’agenzia di viaggi Wasteels. Si prendevano dalla stazione Midi a Bruxelles: un vagone ti portava dritto fino a Caltanissetta, altri a Enna, Agrigento, etc. Tutti gli altri treni avevano la precedenza e certe volte stavi fermo un’ora tra Enna e Caltanissetta perché c’era solo un binario e ci mettevamo fino a 48 ore per arrivare. Ma per un antropologo il viaggio era interessante, perché stavi già con la gente che avresti trovato a destinazione, con il cibo e il vino di casa. All’arrivo dal mio primo viaggio, la famiglia che mi avrebbe accolto mi aspettava alla stazione con la foto per riconoscermi, ma penso che mi avrebbero riconosciuto facilmente anche senza.
Sono arrivato stanco morto. Mi hanno portato a casa e mi hanno lasciato dormire. Dopo mi hanno raccontato che mentre dormivo avevano messo la macchina da cucire contro la porta, perché non si sa mai cosa poteva combinare questo ragazzo belga e volevano star tranquilli. Mi tenevano nascosto perché ero giovane e a casa loro c’era una ragazza della mia età, non sposata né fidanzata e non volevano che i vicini sparlassero.
Allora, sono a Caltanissetta e chiedo cosa devo fare per incontrare gente. Mi dicono di andare in Piazza Garibaldi. Ti parlo del 1974; portavo i jeans, i sandali e avevo i capelli lunghi, come andava di moda allora. Vado in piazza e vedo solo ragazzi maschi divisi in piccoli gruppi. Poi si avvicina un ragazzo della mia età e mi chiede, in inglese, che cosa ci facevo lì. Sapevo già che non funziona dire «sono un antropologo» e ho risposto che studiavo i dialetti siciliani. Allora il tipo mi prende sottobraccio, mi offre un caffè e mi presenta ai suoi amici. Ricordo ancora il mio stupore. Io vengo dalle Fiandre Occidentali. Dalle mie parti se conti le persone che consideri davvero amici arrivi a due, massimo tre. A Caltanissetta sono arrivato a venti, un amico dietro l’altro. Dico: «caspita, cosa succede qua? Quanti amici mi sono fatto nel primo giorno in Sicilia?»
Così andavo in piazza ogni pomeriggio. Si stava insieme, si camminava a braccetto e in questo modo ho imparato a parlare. Non voglio dire che ho imparato l’italiano, ma che ho imparato proprio a parlare. Prima non ero un gran parlatore. Mi prendevano in giro, mi dicevano: «Senti, devi parlare. Non è che camminiamo così e tu stai zitto. Raccontaci delle belle storie, ma niente di personale qui in piazza, per carità.»
I miei soggiorni siciliani hanno avuto un grande impatto su di me come persona. Ricordo il mio primo ritorno a Bruxelles. C’erano gli amici che erano venuti a prendermi alla stazione e quando mi hanno visto, mi hanno chiesto se avessi bevuto. Per loro ero diventato un altro, perché parlavo tanto e avevo imparato a toccare le persone e a baciarle. Credimi, nel mio paese non si fa, non si fa proprio.

Ubaldo — Come parlavano di emigrazione questi ragazzi di Caltanissetta negli anni Settanta?
Johan — Il ragazzo che mi aveva contattato faceva il marinaio, ecco perché parlava inglese. Sua madre dopo un po’ mi ha chiesto se potevo dargli una mano a trovare qualcosa in Belgio. Alla fine è venuto davvero e abita ancora qui con la famiglia. Così andavano le cose per i miei amici e per tutti gli altri. C’erano i parenti negli USA, in America Latina e in Europa. Chi andava in America Latina non tornava ogni anno, ma chi andava in Svizzera, Francia o Germania sì. In certi paesini ad agosto sentivo molto più tedesco che siciliano in piazza. Era molto importante all’inizio mostrare che l’immigrazione non era un fallimento.
Ubaldo — Passano i decenni e il tuo prossimo progetto riguarda ancora la migrazione italiana.
Johan — Qui al Foyer e al Museo delle Migrazioni siamo interessati a tutte le migrazioni, nessuna esclusa. Però è vero che a settembre inaugureremo Italo 2000 per commemorare gli ottant’anni del Protocollo italo-belga del 1946. Abbiamo pensato di fare qualcosa sugli italiani venuti a Bruxelles dopo il 2000 raccogliendo la testimonianza di 77 persone.
Ubaldo — La distanza rispetto agli anni Settanta è grande. Possiamo ancora parlare di emigrazione? Oppure dobbiamo trovare parole nuove per gli italiani venuti a Bruxelles dopo il 2000?
Johan — In generale, la maggior parte degli intervistati fa una distinzione netta con l’immigrazione di prima. La loro percezione è che l’immigrazione di prima era di gente che doveva partire per necessità. Loro invece la vivono come persone che si sono mosse «dentro» l’Europa, che è una realtà nuova. Cercano nuove opportunità, a volte anche più libertà, oppure vogliono scoprire il mondo fuori dall’Italia, che è tipico degli italiani. Noto questo proposito molto più che fra i fiamminghi o i belgi in generale. Basandomi sulle testimonianze che abbiamo raccolto, direi che c’è anche questo fra gli italiani che sono arrivati negli ultimi 25 anni; molti hanno una mentalità cosmopolita e per loro la casa è l’Europa.
Quindi, per rispondere alla tua domanda: no, non usano la parola «immigrato», ma io non ho ancora trovato una parola nuova. Si tratta di persone che vivono la globalizzazione, diciamo così, o la mondializzazione all’italiana. La cosa vale anche per me. Vado spesso a Trieste e quando parlo con gli amici che ho in città non mi sento uno straniero ma ci parlo come se fossi uno di loro. Non so se in altre città sarebbe lo stesso, ma a Trieste mi sento a casa. Come possiamo descrivere questo fatto? Non lo so. Vedi, io sono un antropologo di vecchia scuola, mi baso su quello che osservo, non ho la tendenza a lanciarmi sui concetti astratti come fa a volte la nuova antropologia.

Ubaldo — Allarghiamo un po’ lo sguardo. Se migrare è consustanziale a «essere umani», perché è così facile fare capitale politico scagliandosi contro i migranti? Perché questo discorso ha tanto successo presso l’elettorato?
Johan — Ogni personaggio politico cerca il consenso, questo è facile da capire, ma non riesco a capire perché il discorso contro i migranti abbia tanto successo. Ci saranno certamente mille motivi, ma come può uno, sulla base del colore della pelle, dire «non è bello, non lo voglio». Questo mi sfugge completamente, te lo dico in tutta onestà.
È una questione seria in antropologia, popolarizzata dalla domanda di Evans-Pritchard: «If I were a horse». Come si fa a entrare nella mente di un cavallo e capire perché fa certe cose e non altre? La sola cosa che vedo nei razzisti è la paura, una certa angoscia, una certa insicurezza di sé. Non vedo altri motivi. In passato ho invitato alcune persone che mi offendevano e mi insultavano a fare due chiacchiere. Li ho chiamati e gli ho detto: «se volete, ci vediamo e parliamo». Qualche volta sono anche andato io da loro. Ricevevo lettere che descrivevano situazioni incredibili. Per esempio, ricordo ancora una persona che mi scrisse dicendo che aveva in cantina il sangue che colava dal muro perché il vicino sgozzava gli agnelli. Gli ho risposto e gli ho chiesto se potevo passare da lui. Sono andato a vedere e in cantina il sangue non c’era. Ma non importa, era un’occasione per parlare.
Ho incontrato molte persone con grossi problemi. Magari si atteggiano a uomini duri, ma in realtà sono angosciati. Certo, succedono tante cose in città, ma non mi puoi dire che quando esci per strada sei costantemente minacciato. Potrai rischiare un furto, ma da lì a concludere che Bruxelles è un inferno non si può; si deve distinguere. Quindi, non capisco da dove venga questa angoscia.
Parlando di integrazione delle diverse culture e religioni, dico sempre ai miei studenti di cercare la soluzione più semplice. Occorre distinguere tre situazioni. La prima è che ci sono cose che ci arricchiscono, e qui siamo tutti d’accordo. La seconda è che ci sono cose che possiamo tollerare gli uni verso gli altri. Non ti arricchiscono, ma non ti impoveriscono nemmeno. Infine, ci sono cose che non si possono accettare — perché è chiaro che non si può accettare tutto per vivere insieme. Prendi la mia esperienza in Sicilia, per esempio. Certe cose mi hanno certamente arricchito, come il concetto di famiglia, di amicizia, la libertà del contatto fisico e molto altro. Fra le cose che possiamo tollerare, ci metterei il velo delle donne musulmane. Non so se, come dicono, aiuta l’emancipazione femminile, lo dubito, ma non arrivo a dire che va vietato. Infine, ci sono cose come il clientelismo, che non accetto. Ecco, io guardo così alla convivenza fra culture diverse e insisto su ciò che ci arricchisce. Mi è capitato in ogni cultura con la quale sono entrato in contatto, ho sempre potuto prendere qualcosa di buono.
Negli anni in cui abbiamo gettato le basi per il centro della lotta contro il razzismo — quello che è diventato Unia — ho imparato che puoi fare tante cose in politica, ma i sentimenti non li cambi. Si possono introdurre regole nuove che vietano certi comportamenti, si può dire «sentite ragazzi, questo non lo potete fare perché è chiaro che danneggiate gli altri», ma non si riesce ad arrivare a quello che c’è nell’animo. Non lo so, davvero non lo so perché tanta gente sia così infelice.
Ringraziamo l’autore per le immagini del Foyer e del Museo delle Migrazioni che corredano l’intervista

