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Molto viaggiare per nulla

24/07/2026

Fabrizio Blini

Che il mondo sia luogo di antonimie è un dato inoppugnabile. La contemporaneità ha però eletto la contraddizione a sistema, non opposizioni funzionali — prede e predatori — che evolvono in armonie circolari ma distonie paradossali: crescono benessere e disuguaglianze, informazione e ignoranza. Anche il viaggio è un paradosso dell’attualità: l’essere umano non ha mai raggiunto tante destinazioni ma pare aver smarrito il destino. Nel momento di massima mobilità ha perso la via, confusa in un traffico estremo che formatta il caos in una prassi sociale organizzata: viaggi senza fine e senza un fine, migliaia di direzioni e poco senso.

Molto viaggiare per nulla.

In principio, nel c’era una volta delle fiabe, i protagonisti lasciano terra, casa e affetti per partire verso l’ignoto. È il viaggio dell’eroe, prova iniziatica, atto di coraggio, missione che sfida l’impossibile attraversando stazioni zodiacali su cavalli alati e tappeti volanti.

Spesso il percorso è circolare, alla fine si torna al punto di partenza ma chi torna è diverso da chi è andato. L’homo viator è un entronauta diretto al cielo di sé stesso, allontanarsi e avvicinarsi sono un unico verbo, è il tema dell’eterno ritorno. Oggi preoccupa più l’eterno ritardo.

Ugualmente avviene nel racconto mitico, nei corsi storici, nei romanzi itineranti che percorrono un immaginario sterminato. Il viaggio autentico, selvatico, romantico ha resistito fino al secolo scorso, quando ancora si agitavano i fazzoletti alla partenza. Ora questo bagaglio di conoscenza sembra perduto. Per il viaggiatore moderno, ridotto a unità di misura della fila, Ulisse è la terza persona del congiuntivo imperfetto del verbo «ulire».

Se il viaggio si svolgeva prima sull’asse verticale tra terra e cielo, oggi si è adagiato sul piano di flussi ordinari, non più evento catartico ma processo meccanico, inflazionato, rito collettivo che legalizza la profanazione di ogni angolo di pace. Il popolo che fu di eroici navigatori è ora una processione di navigatori satellitari.

Tutto esaurito. Tutto compreso. Le formule vacanziere rivelano più di una promessa: le attuali rotte hanno contaminato le ultime purezze, il villaggio è più turistico che globale. Perfino i percorsi ascetici, le vie sacre ai pellegrini, sembrano tangenziali all’ora di punta: sul Cammino di Santiago ci sono giorni da bollino rosso, si registrano tamponamenti a Fatima, ingorghi a Lourdes. La salvezza è trasferita al santuario dell’area ristoro, dal Sacro Graal all’Autogrill.

Osando una sintesi, mille anni fa si partiva per le crociate, adesso si parte per le crociere.

E proprio il mare, quell’infinito minore che più evoca l’avventura e rende l’uomo navigato, dal fascino un po’ pirata e un po’ signore, è diventato piatto, monotono. Non esistono più tesori nascosti e isole misteriose ma isole semoventi dove tutto è noto: le maxinavi, meta dei moderni marepiattisti.

Negli anni ‘80, la serie TV «Love Boat» celebrò la crociera con formula coccole & relax stuzzicando il sogno collettivo. Ma quelle crociere erano bolle d’ozio avulse dal mondo che ospitavano poche centinaia di persone appartenenti a una semiesclusiva top-class americana. David Foster Wallace, trent’anni dopo, affondò la sua esperienza di crociera nell’inchiostro di un reportage ironico e spietato — A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again («Una cosa divertente che non farò mai più») — in cui denunciava il declino culturale del viaggio di consumo. Oggi la crociera è un fenomeno industriale su giganti che stipano masse di bermuda e infradito con la stessa densità dei chicchi di riso nel supllì. È un turismo da allevamento intensivo.

Le maxinavi esaltano il paradosso dell’immobile viaggiante perché di fatto sono complessi immobiliari, un impressionante mix di villaggio turistico, luna park, centro commerciale e stadio sportivo.

Le imbarcazioni stesse sono paradossali: gigantesche e claustrofobiche, affollate e desolate, pilastro economico e disastro ambientale, prodigio ingegneristico ed ecomostro. Perfino Archimede sarebbe sconcertato dal loro galleggiare. Sono vicinissime e lontanissime dal mare che smette di essere profondo per diventare superficiale.

Ovunque le metti appaiono fuori luogo, fuori scala, mai abbastanza al largo. Sono stupor e stupro dei porti. È incredibile come abbiano permesso di farle entrare nel Canal Grande, le maxinavi stanno a Venezia come le scorregge stanno all’ascensore, come le dita stanno al naso, come il piede di Genoveffa alla scarpetta di Cenerentola. Sono la disfatta del pudore e del contegno.

La maxicrociera è un format e in quanto tale è un’ubiqua replica di sé, non importa dove va; il set, la scena, la vita sono sempre uguali. Il tratto essenziale non è la scoperta ma l’occultamento: l’enormità della nave nasconde tutto ciò che sta al di fuori.

A differenza delle prime traversate, a bordo c’è poco spazio per nullafacenti da sdraio in muta contemplazione dell’orizzonte. Tutto è iperorganizzato in frenetiche attività che formicolano a ritmi non stop. Tutto si svolge secondo scaletta, di misterioso resta solo l’ubicazione delle cabine, seminate in labirintici corridoi multiuguali (si rischia di trasformare il sogno a Copacabana in incubo a Copacabina).

È un ipercinetico turismo ADHD, una molteplicità di tic nervosi, scatti fotografici incontinenti e incessanti profferte di cibo, esche che attirano turisti a branchi (sulle maxinavi la pesca si fa a bordo e abboccano tutti).

La crociera prevede scali per gite mordi e fuggi (tipo sei ore per visitare il Sudamerica). Maxiscialuppe sbarcano comitive d’assalto che si trasformano in impiccioni viaggiatori, razziatori di menù turistici, mangime per borseggiatori e bancarellari di souvenir. Sono gruppi telecomandati dall’algoritmo, dalle piattaforme digitali o da guide con la bandierina. Più che turismo sembra pastorizia, una transumanza, una transvacanza.

I maxicroceristi non viaggiano, si lasciano trasportare dall’onda della moda, vanno dove vanno tutti, e tutti vanno in crociera. Quest’arca di noantri accoglie ogni specie, dai classici anziani ai giovani di tendenza multitatuati — i depilati dei caraibi — frullandoli a bordo, perché questo fa la maxinave: soddisfa quella perversa voglia di distinguersi omogeneizzandosi nella marea dell’uguale.

Eppure, l’avanzata delle crociere è inarrestabile. Il marketing di settore ha diffuso un entusiasmo da montagne russe, un consenso di popolo circuito da pubblicità estenuanti dove le persone ridono e si divertono così tanto che in confronto le feste di Playboy sembrano riunioni di mormoni. Sono beati villeggianti o passeggeri malesseri allo stesso tempo? Non è paradossale vedere gente felicemente triste?

Sotto il sottile strato di allegria, sospettosamente replicato in selfie dal sorriso oppiaceo, si percepisce uno spaesamento — quell’espressione da marito nei sabati di shopping — una nostalgia di casa, una criptotristezza. Non lo sanno nemmeno loro dove vanno brancolando come giocatori di mosca cieca, sballottati come i bagagli di sé stessi, bagagli ameni (che si distinguono dalle valigie per il fatto che mentre le valige portano la camicia dentro, loro portano la camicia fuori).

Le maxinavi sono stupefacenti, non solo per le dimensioni ma per l’effetto dopante: non danno vera gioia, sono pusher d’intrattenimenti, non portano all’estasi ma all’anestesia, stordiscono fino alla resa cognitiva, un nihil admirari in cui si scrolla la realtà, indifferenti al mondo. E così, nell’indifferenza, centinaia di migliaia di persone riempiono barconi in cerca di evasione, in fuga dalla propria vita. Sono forzati del viaggio che non hanno alcuna voglia di partire ma bisogno di tornare in sé, di sostegno, di trovare pace dove si trovano senza intasare il mare. Aiutiamoli a casa loro.

PS — Paradossalmente, in opposizione alla massa crocieristica, c’è una minoranza di plutocrati tecnoarmati decisa a conquistare nuove frontiere del cosmo su esclusive fuoriserie spaziali: «O Roma o Marte». Ma nella società di massa, anche lo spazio sarà popolare. Attendiamo le maxiastronavi.

 


 

Le fotografie sono tratte da Unsplash

Fabrizio Blini