Trieste d’estate si presenta come una bella cartolina. In formato bidimensionale. La piazza più grande d’Europa che si affaccia sul Mediterraneo e i vicoletti del centro storico, fragile riparo dalla calura non sembrano poter convergere che in un’unica direzione: il castello di Miramare. Da qualche anno a questa parte Trieste è la soluzione perfetta per divergere dalle classiche, ormai noiose, mete del turismo estivo. È così che, attraverso un’imprevista inversione di marcia verso nordest, anche chi prima ignorava l’esistenza di questa città sulla cartina geografica, si ritrova con una simpatica foto al fianco della statua di James Joyce sul proprio smartphone. C’è tutto: la costiera che bacia il mare Adriatico e gli itinerari montani. Eppure manca qualcosa: i triestini. Con questi sembra esserci un’impossibilità di contatto, come fossero spariti o nascosti da qualche parte. Qualcuno sì, ci sarà rimasto, ma a quale prezzo?
Per ogni partenza, c’è un viaggiatore che arriva e uno che invece, seppur viaggiando, è restato esattamente immobile. Riflettere sul viaggio implica irrimediabilmente la riconsiderazione delle sue strutture convenzionali. Un viaggiatore è esclusivamente colui che con una valigia al seguito e una serie di accortezze si appresta a scoprire un posto totalmente nuovo o si può considerare tale anche chi non riconosce più la propria città, cambiatagli sotto gli occhi malgrado se stesso? Tante sono le versioni di Trieste, dei triestini, del viaggio e dei viaggiatori. Un paio di occhi nuovi, un punto di vista che cambia e un’interpretazione diversa sul turismo in una città in cui il bollore del sentimento di rivalsa ancora si fa sentire.


