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Nella polvere del mondo

24/07/2026

Manuela Iannetti

È la contemplazione silenziosa degli atlanti, a pancia in giù, su un tappeto tra i dieci e i tredici anni, che mette la voglia di piantare tutto. Pensate a regioni come il Banato, il Caspio, il Kashmir, alle musiche che vi risuonano, agli sguardi che vi si incrociano, alle idee che vi aspettano… quando il desiderio resiste anche dopo i primi attacchi del buon senso, si inventano ragioni. E ne trovate, ma non valgono niente. La verità è che non sapete chiamare quello che vi spinge. Qualcosa in voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, non troppo sicuri, partite davvero.

Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a sé stesso.

Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio, che vi fa, o vi disfa.

Nicolas Bouvier, L’usage du monde, 1963.

Il viaggio è la storia delle storie

C’è un libro che rigiro tra le mani, tutte le volte in cui sento che il posto che occupo incomincia a starmi stretto. È La Polvere del mondo di Nicolas Bouvier ed è un reportage di viaggio, la descrizione di un viaggio anzi, una linea curva che a metà degli anni Cinquanta conduce lo scrittore e fotografo svizzero e l’amico artista Thierry Vernet da Ginevra al centro dell’Asia, a bordo di una Fiat Topolino, attraverso Balcani, Anatolia, Persia e Afghanistan. Non è solo un resoconto, è un libro cesellato sulle parole, in cui ogni espressione è il riflesso di tre piaceri, vedere, descrivere, comprendere.

Persino Paolo Rumiz, lo scrittore triestino che di viaggi ha vissuto e vive, nel redigere la prefazione all’edizione italiana, si confessa ammaliato da queste pagine. Perché non sono solo una testimonianza da tenere sul comodino ma un libro che suscita una gioia piena e che vale la pena leggere e rileggere. E che spinge lo stesso Rumiz a pronunciare parole di resa, che solo davanti ai più grandi affiorano alle labbra di altrettanto grandi: «non perdete tempo con la mia introduzione». Non serve, saltatela, andate al vivo, come si fa con le fotografie a cui sta stretta la pagina, e che chiedono un respiro aperto, ampio.

Perché il viaggio è così.

Un caleidoscopio di significati e di mondi che trasudano e rilasciano urgenza e al contempo quiete, e che vivono lungo due dimensioni che più di tutte le altre pretendono la nostra attenzione: lo sguardo e i ricordi. Che sono indissolubilmente connessi.

Si dice — lo dice Robin Dunbar, in verità, docente emerito di psicologia cognitiva dell’Università di Oxford sul numero di giugno 2026 della rivista «Civiltà dei dati» — che sia stata la diversa quantità di cose da guardare in mutate condizioni di luce a orientare lo sviluppo del cervello dell’Homo Sapiens rendendolo «sociale», a discapito di quello del suo cugino nordico di Neanderthal.

Pare che per gli abitanti delle foreste buie e fredde dell’Europa settentrionale la funzione della vista occupasse gran parte dei processi cognitivi, condizione del tutto differente in cui si era trovato il gruppo di uomini nomadi in arrivo dall’Africa, terra di luce e di spazi aperti. Il loro sistema visivo, meno vincolato dal buio, impegnava meno sinapsi, era per così dire più adattivo, più libero: così quando le dimensioni dell’organo aumentarono, la crescita del cervello venne orientata verso abilità sociali, oltre la sopravvivenza spiccia, come la descrizione di luoghi e situazioni, l’elaborazione di concetti, la codificazione di esperienze, la comunicazione di messaggi simbolici.

Parlare, nominare le cose del mondo che gli occhi avevano visto, rendere trasmissibile un’intelligenza di comunità: non era stato il linguaggio a inventare le storie che i nostri antenati si raccontavano nelle caverne, una volta che la notte, illuminata dal rosso dei falò, aveva trasformato il tempo in uno spazio da abitare, ma il contrario. Sono state le storie da raccontare a rendere possibile il nostro modo di comunicare.

Non so se sia andata proprio così, ma è bello pensare che in una non ben precisata grotta nella Valle di Neander, vicino a Düsseldorf, in Germania, un Homo erectus locale, in una sera di particolare tranquillità, abbia iniziato a incidere sulle pareti i segni della propria esperienza, dapprima come risultato di un quotidiano ricco di pericoli, poi per comunicare idee più complesse: indicare una vallata visitata alcuni giorni prima, apparentemente senza pericoli, un luogo lontano tra le montagne frequentato da genti sconosciute, grandi animali dalla forza sorprendente ma domabili con acume e manufatti da affinare.

Queste tracce narrative non sono solo un retaggio della tradizione storica, ma vere e proprie testimonianze impresse nella pietra.

Se a qualcuno venisse voglia di partire per andare a vederle, si trovano sparse in diversi punti del globo, e valgono sicuramente il viaggio: le più antiche sono collocate in Indonesia — nell’isola di Sulawesi per la precisione — e in Spagna, e risalgono a oltre 64.000-67.000 anni fa; le più recenti si trovano, invece, in Francia, nella Grotta Chauvet (32.000-36.000 anni fa) e in Italia, nelle grotte siciliane dell’Addaura o nei siti della Val Camonica. Poco note ma magnifiche — e per pochi, ancora per poco, come tutte le cose belle — sono quelle con cui è decorata la Grotta della Poesia, nel parco Archeologico di Melendugno (LE), le cui pareti bagnate dalle onde raccontano di figure umane e di animali e di barche che salpano.

Complesso carsico della Grotta della Poesia, nell’area archeologica di Roca Vecchia — Melendugno (LE)

La via del mare, si sa, ha sempre esercitato il suo fascino, in particolare su un popolo che sulle rive è nato. O arrivato.

Desiderio, cammino e piedi impolverati

Il viaggio è, senza o con poco margine d’errore, ciò che caratterizza l’essere umano nella sua esperienza del mondo: nomade da sempre, stanziale per necessità, si potrebbe quasi azzardare, con buona pace di Donald Trump e dei razzisti stolti di mezzo globo, che l’uomo sia migrante per costituzione.

Da quando cioè ha messo entrambi i piedi a terra decidendo che valeva la pena andare, per esplorare il diverso e l’ignoto, cercando un posto migliore, più adatto, per conoscere il mondo che abitiamo e che ci abita.

Si sognano mete, fino a quando l’inquietudine migratoria si impossessa di noi allo stesso modo delle oche quando è tempo di migrare. E si va, basta un pretesto. (…) Andare, incontrare, condividere. In un viaggiatore la maturità arriva quando la meta passa in secondo piano

dice ancora Paolo Rumiz, nell’introduzione a Bouvier, e sembra quasi darci la sua benedizione per quella che, guarda caso, si intitola La felicità dell’andare.

C’è un però.

Nessun movimento verso l’altrove sarebbe arrivato fino a noi senza un racconto.

Perché, semplicemente, siamo ciò che memorizziamo: il nostro passato è influenzato dai ricordi e dalle esperienze che abbiamo compiuto. Ricordiamo le persone, i luoghi, i libri che abbiamo letto, le impressioni che ci hanno regalato e che si sono depositate dentro di noi, creando un sostrato di emozioni e conoscenze che strutturano e influenzano il modo in cui facciamo esperienza del mondo, in cui lo indaghiamo e lo percorriamo.

E per fortuna, che le storie ci hanno regalato il linguaggio, con cui da quella notte dei tempi narriamo la nostra vita. Perché non abbiamo mai smesso di farlo, né di raccontare i luoghi. Abbiamo solo cambiato il modo con cui lo facciamo — dalle pareti rupestri alle tavolette di argilla, dai papiri alla carta, dal telegrafo ai blog — mantenendo saldo il motivo che ci spinge a scrivere e a dare un senso al nostro vagabondare.

Da sempre imprimiamo tracce di noi: nello spazio, per segnare il tempo che trascorriamo nei luoghi, e nel tempo, ancorandoci a uno spazio che inevitabilmente cambia.

Custodire il viaggio

Fascicoli del Centro Studi del Teatro Stabile di Torino; nel dettaglio, scheda di William Somerset Maugham, scrittore e drammaturgo

Ci sono luoghi che custodiscono questo tempo e questo spazio, e si chiamano archivi.

Raccolgono i frammenti della nostra esperienza del mondo e del tempo, i bivi, le soste, le mete e le sconfitte.

Contengono, e ci contengono.

Ci guidano, ci raccontano, ci stimolano, permettendoci di andare un po’ più in là, certi che la direzione sia una sola ma anche che dietro le spalle abbiamo lasciato impronte indelebili, che vivono dentro il nostro stesso essere specie.

Viaggiamo per comprendere, e comprendiamo per trasformare.

Questo è il binomio che sta alla base della «equazione della valigia», o che almeno dovrebbe starci. Perché, ci piaccia o meno, nessuno vede il mondo com’è ma tutti lo vedono come il nostro sistema percettivo riesce a renderlo coerente.

Ingaggiamo un compromesso continuo e costante tra quello che sta fuori e la capacità di sintesi del nostro cervello, che non è innata né neutrale e per questo va alimentata, nutrita e costantemente aggiornata. Non esiste un modo migliore per farlo che esplorare quello che permane all’esterno, oltre la linea che individua ciò che già conosciamo.

E raccontarlo, perché altri apprendano con noi.

In questo grande calderone di mondi e viaggi, di carte e storie, tracciare un filo unico è impossibile, sciocco e privo di senso. Un punto in una infinita serie di punti vale quanto gli altri.

Meglio dunque appuntare, nelle righe che seguono, gli spunti di un viaggio tra le carte e le storie, che a loro volta hanno alimentato viaggi e libri e altri libri e altre storie. Come nella notte dei tempi e fino alla fine della storia sempre si farà.

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Prendiamo la letteratura. In poesia, è l’andare stesso a essere connesso con il metro poetico: ce lo ricorda il critico Osip Mandel’stam, nel suo piccolo gioiello Conversazioni su Dante, in cui descrive la metrica del poeta come un alternarsi di inspirazione ed espirazione, un cammino tra i versi in cui il passo diventa un criterio prosodico e la sosta è una varietà di movimento accumulato:

A me, sul serio, vien fatto di domandarmi quante suole di pelle bovina, quanti sandali abbia consumato, l’Alighieri, nel corso della sua attività poetica, battendo i sentieri da capre dell’Italia.

Nemmeno Petrarca si sottrasse, al movimento, e al racconto. Suo è il primo resoconto di viaggio della nostra storia letteraria, quell’ascensione al Monte Ventoux, in Provenza, descritta senza altro fine se non il piacere di un’impresa mai tentata da altri, nel 1336.

Non stupisce che, da lì in avanti, sia stato tutto un andirivieni rinascimentale di viaggi iniziatici che accompagnarono generazioni di artisti e scrittori lungo la penisola nei Grand Tour alla scoperta di antichità e paesaggio, raccontati con il potere evocativo delle tele dei pittori e il gusto particolare dei carnet de voyage, dipinti ora a china, ora ad acquerello, culminanti nei quaderni botanici di esploratori e naturalisti, a loro volta partiti per terre sconosciute ed estreme, minutamente trasposte in annotazioni e disegni.

Uno bellissimo e relativamente recente, con tratti a china e a matita, e un gusto spiccato per il racconto, è l’album di viaggio che il reporter Luigi Barzini — primo grande inviato del «Corriere della Sera», che tra il 1900 e il 1902 viaggiò in lungo e in largo, dal Giappone alla Siberia fino all’Argentina — disegnò, per raccontare luoghi e genti. È conservato nell’archivio storico della Fondazione Corriere della Sera, ma online c’è un bel video prodotto dall’archivio stesso, che lo racconta.

Interno del carnet de voyage di Luigi Barzini, usi e costumi d’Oriente

C’è poi un luogo bello a Roma, che ne contiene molti altri.

Si trova nella palazzina Mattei della Villa Celimontana, proprio sopra il colle Celio. Qui d’estate si sente un poco il fresco sotto gli alberi alti che adornano il parco, e le foglie si muovono lente tra i vialetti fuori dal perimetro, tra pappagallini verdi e capitelli dimenticati tra le panchine. Dentro il palazzo, al piano terra, boiserie alte fino al soffitto contengono faldoni, libri antichi e i sogni di chi ci ha preceduto.

Una delle sale della Biblioteca della Società Geografica Italiana presso la Palazzina Maffei — Roma

Tra queste mura cinquecentesche vive dal 1872 la Società geografica italiana, con il suo fantasmagorico archivio di mondi: quasi un milione tra carte geografiche, libri, periodici, documenti, dipinti, fototipi, pellicole che narrano esplorazioni e viaggi lunghi quasi mezzo millennio, da Ernest Shackleton, il capitano inglese della Endurance affondata dai ghiacci polari a Edvige Toeplitz Mrozowska, esploratrice cosmopolita che nel 1929 diresse una spedizione nel Pamir, la cui storia è raccontata in un video d’archivio ricostruito con documenti storici.

Qui si trova anche un oggetto parecchio curioso: la riproduzione del mappamondo di Martin Behaim, l’Erdapfel (in tedesco, mela terrestre), realizzato a Norimberga intorno al 1492. È il più antico globo sferico giunto fino a noi e ci offre una rappresentazione precolombiana, basata sulle conoscenze di Tolomeo e Marco Polo, integrata dai resoconti dei navigatori portoghesi. A un osservatore attento, non sfuggirà che manca qualcosa di piuttosto significativo, come l’America, ma anche il Sud sta messo così così.

Riproduzione facsimilare (1992) del globo realizzato da Martin Behaim nel 1492

Passaggio a Nord Est

Tra le tante storie conservate tra i ripiani di legno una è risuonata più forte al mio sentire, ed è quella di Giacomo Bove. Sarà perché è un piemontese come me, sarà perché i piemontesi tengono ai primati, ma Bove fu nella sua vita di tutto e di più: marinaio, studioso, scienziato, geologo, cartografo, idrografo, etnografo, antropologo, zoologo, scrittore, giornalista, disegnatore, poeta…

Tra il 1878 e il 1880 partecipò alla spedizione artica guidata da Adolf Erik Nordenskiöld, con l’obiettivo di completare l’esplorazione della costa settentrionale dell’Asia e aprire una nuova rotta commerciale tra Europa e Oriente. La spedizione partì da Karlskrona il 24 giugno 1878 a bordo della nave Vega. Dopo aver doppiato per la prima volta Capo Čeljuskin, l’equipaggio rimase bloccato tra i ghiacci presso la terra dei Ciukci, ma riprese la navigazione nel luglio 1879, attraversò lo Stretto di Bering e raggiunse infine Yokohama, prima di rientrare a Napoli il 14 febbraio 1880. Non era stato solo un viaggio ma la prima traversata del Passaggio a Nord-Est.

Carta storica che ripercorre l’itinerario della nave Vega nell’artico. Fonte: Società Geografica Italiana

Seguirono altri progetti e altre esplorazioni in Patagonia, Terra del Fuoco, Misiones e Alto Paraná (1881-1884) ma fu l’ultima, in Congo, a essergli fatale. Risalendo la corrente limacciosa del bacino fluviale, si ammalò gravemente e tutto precipitò: lavoro, salute, depressione. Si tirò un colpo di pistola alla tempia, in un torrido giorno di agosto, nei pressi di Verona dove si era ritirato.

La sua vita, di cui l’Associazione Culturale «Giacomo Bove & Maranzana» conserva documenti e carte nella Casa Museo del suo paese natale, è foriera anche di una seconda storia, che narra quanto i destini spesso si incrocino a causa delle passioni.

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A ritrovare il cadavere di Bove fu un giovane reporter de «L’Arena». Non uno qualunque, ma Emilio Salgari, lo scrittore di origine veronese che per qualche tempo (1883-1885), prima di trasferirsi in Piemonte, scrisse sotto pseudonimo per i giornali della sua città. Salgari si trovò davanti il corpo senza vita dell’uomo che da lì in avanti avrebbe ispirato tutti i suoi viaggi di carta (più di 80 romanzi e circa 150 racconti) nei luoghi più remoti del globo, dal Borneo alla Patagonia, dal Polo Nord alla Terra del fuoco, compiuti fermamente ancorato alla propria scrivania.

Non so se sia frutto del caso, o solo una tragica coincidenza, ma a chi si è preso cura delle rispettive storie non è sfuggita la simmetria che rende assonanti le vite dei due grandi «viaggiatori»: l’uno nato nel mese e nel luogo in cui l’altro morì. E viceversa.

Cover dell’edizione anastatica di 4 romanzi di Emilio Salgari, in occasione del centenario della morte dello scrittore

Geografie immaginarie

Tra i viaggiatori di carta raccontati da viaggiatori veri, un posto d’onore merita Corto Maltese, il marinaio nato dalla fantasia di Hugo Pratt, la cui biblioteca è sempre stata un luogo di luoghi.

Lì tra i suoi scaffali, oggi ospitati a Grandvaux, in Svizzera, nel luogo in cui visse l’ultima parte della sua avventurosa vita, resta viva l’eredità raccolta dalla Cong Edizioni, la società nata per volere dello stesso scrittore, che desiderava continuare a far vivere personaggi, storie e i sogni sul mondo. La curano Patrizia Zanotti, argentina, che accudisce le sue pubblicazioni dopo aver imparato a colorarne le tavole, e Marco Steiner, scrittore, viaggiatore e anima sensibile, che ha fatto quello che ogni lettore appassionato di viaggi avrebbe voluto fare: visitare tutti i luoghi in cui sono state ambientate le storie di Corto Maltese, per poterne scrivere nuovamente.

Pannello di Street Art che riproduce Bocca Dorata, personaggio iconico della saga di Corto Maltese — «Corto Maltese», Poetto, Cagliari

Non solo al mare, ma anche al cielo

Gli occhi sull’altrove, sicuramente in su, li aveva gettati anche un altro grande viaggiatore italiano contemporaneo, scalatore infaticabile e amante della natura, che ha avuto la fortuna di fare l’esploratore e il reporter nella seconda parte della sua vita (mica da tutti): Walter Bonatti.

Vicende e parole dell’alpinista scrittore sono raccolte e raccontate in tre luoghi: l’Archivio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, a Milano, in cui si possono sfogliare le pagine dei suoi reportage per Epoca intensificatesi dopo il 1965, all’indomani dell’ultima scalata invernale e in solitaria sul Cervino. Il contratto con la rivista lo porterà, armato di penna e macchina fotografica, a scrivere in giro per il mondo: dall’Alaska all’Africa, dall’Antartide al Venezuela.

Il suo archivio personale è invece custodito a Torino, presso il Museo della Montagna, a cui è stato donato dalla famiglia nel 2016 e che è diventato oggetto di una collezione permanente. Oltre 100 mila fotografie, ritagli a stampa, disegni, oggetti e corrispondenze che raccontano più dell’epopea di un uomo.

Copertina di EPOCA, n. 803, A. XVII del 13 febbraio 1966, per la serie EPOCA Universo — Le grandi avventure di Bonatti

Una piccola perla: la sua storia è raccontata magnificamente anche da Valentina De Poli all’interno del podcast Quando l’archivio è uno stato di grazia, realizzato per il ciclo «L’Atlante sonoro degli archivi italiani».

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Reporter a tutto tondo fu invece Tiziano Terzani, il giornalista e scrittore che raccontò l’Asia come nessun altro mai, a partire dagli strumenti che il Novecento gli aveva regalato: i libri, il cinema, i reportage dei giornalisti prima di lui. Tiziano è stato il testimone dei mondi che cambiano e soprattutto di quelli che finiscono, almeno per come li abbiamo conosciuti: la Cina di Mao, Il Viet Nam dell’occupazione americana, la Cambogia di Pol Pot, l’India, il Giappone. Nel suo sterminato archivio custodito dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia assieme alla sua biblioteca, e ad essa donati dalla famiglia, si trovano le tracce vive (quaderni, fotografie, positivi, libri, diapositive, manoscritti, cartoline…) che raccontano il suo viaggio nella Storia.

Il Fondo fotografico Tiziano Terzani è stato in parte digitalizzato, e non mi vergogno a dire che è un’emozione perdersi tra i suoi scatti. La sua voce, quella di sua moglie Angela Staude, la mia e quella soprattutto di Annalisa Camilli, ne raccontano un poco nel podcast in quattro puntate che Internazionale ha dedicato al giornalista in occasione dei 20 anni dalla sua morte.

Giardino di Turtle House, la residenza di Tiziano Terzani a Bangkok (1990-1995), abbattuta nel 2024 dopo una lunga battaglia per la sua tutela

E poi ci sono le donne

Chi dice che non viaggiavano è poco informato. Ci sono manuali, siti, enciclopedie intere ormai impegnate a colmare vuoti di una narrazione che per secoli è stata sempre e solo al maschile. E invece. Sono decine, e le loro storie sono bellissime, accomunate tutte da una tempra notevole, e da una predisposizione ad andare oltre gli ostacoli, il genere prima di tutti gli altri.

Due storie, solo per far venire voglia di emulazione.

Sarah Belzoni, nata Banne nel 1783 a Bristol, artista, archeologa ed esploratrice. Fu la moglie dell’eclettico antiquario ed esploratore conosciuto nel 1803, che seguirà in Egitto senza prendere parte alle sue esplorazioni. All’inizio del 1818 partirà da sola, vestita da uomo e diretta in Palestina per visitare, prima donna europea, la spianata delle moschee a Gerusalemme. Viaggerà ancora lungo la valle del Giordano fino a Gerico e poi, dopo la morte del marito — avvenuta in Benin mentre cercava le sorgenti del Niger e Timbuctù — passerà gli ultimi anni della sua vita a Bruxelles e nelle Channel Island, dove morirà nel 1870. È sepolta nel Vecchio Cimitero di Mont à L’Abbé, a St Helier, Bailiwick of Jersey. Per chi vuole saperne di più, un bel libro ne racconta la storia (e il fascino): In Egitto e terrasanta. Note e osservazioni tratte da un giornale di viaggio (L’Erma di Bretschneider, 2020).

Monumento funebre in ricordo di Sarah Belzoni, presso il Mont a l’Abbé cemetery — fotografia di Gabriele Zatterin

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Isabelle Massieu, grandissima viaggiatrice, nata a Parigi nel 1844, animata dal sogno di rinascere uomo per potersi liberamente muovere. Alla morte del marito sceglie di viaggiare solo nei luoghi che non hanno visitato assieme, esplorando così la Mesopotamia, il Libano, la Siria e risalendo il Nilo per poi, due anni dopo, visitare Ceylon, l’India e il Kashmir, ritornando per il Punjab, Peshawar e Srinagar e raggiungendo infine il Ladakh. Nel 1896-1897 compirà un tour completo dell’Asia (Saigon, Cambogia, templi di Angkor, Thailandia, Singapore, Laos, Birmania): e fu giungla, furono pirati e zattere, tigri e piroscafi, e poi fu il ritorno, immenso, spingendosi ancora più a Est, verso Shanghai, Pechino e il Giappone e poi all’indietro attraverso Mongolia, Siberia, Turkestan e l’immenso Caucaso. Si fermerà solo davanti al Tibet, nel 1908, quando nonostante l’arrivo a 4000 metri le verrà precluso l’ingresso (ma non nel Nepal e nel Buthan). Racconterà tutto in tre bellissimi libri (Une Voyageuse française au Ladak 1896; Comment j’ai parcouru l’Indo-Chine: Birmanie, États Shans, Siam, Tonkin, Laos, 1901; Népal et pays himalayens, 1914) e in cinque magnifici album di fotografie, conservati al Musée de l’Homme di Parigi.

Copertina dell’edizione svizzera del reportage di viaggio di Isabelle Massieu, pubblicato per Librairie Plon di Parigi nel 1901

Quando il viaggio è il mondo a metà conosciuto

E da narrare sarebbero anche, e soprattutto, le vite dei molti che sono partiti per scoprire i luoghi che noi oggi visitiamo con molta più comodità, probabilmente più consapevoli, più o meno turisti, sicuramente sempre meno viaggiatori, compresa la sottoscritta.

Ne cito due, per affetto e passione: l’ufficiale della Marina Pierre Loti, pseudonimo di Louis-Marie Julien Viaud. Nato nel 1850, membro de l’Académie Française, fu autore di numerosi romanzi dedicati ai Paesi visitati (Tahiti, Turchia, Cambogia e molti altri). Alcune immagini e documenti della sua storia si trovano in archivi sparsi in tutto il mondo, compreso il centro di ricerche di Istanbul, Salt Research. È stato leggendo Un pèlerin d’Angkor, diario della sua spedizione in Cambogia nel 1901, che ho sognato di camminare nella giungla per visitare una delle meraviglie del mondo: «Au fond des forêts du Siam, j’ai vu l’étoile du soir se lever sur les grandes ruines d’Angkor». Era il suo sogno d’infanzia, ed è stato anche il mio.

Nella capitale turca, una collina del quartiere di Eyüpsultan, affacciato sul Corno d’Oro, porta oggi il suo nome; nessun viaggio invece è possibile per celebrare i suoi resti, inumati per sua volontà nel giardino della casa delle antenate a Saint-Pierre-d’Oléron, dipartimento della Nouvelle-Aquitaine.

La tomba di Henri Mouhot invece si può visitare lungo il Nam Khan, vicino a Luang Prabang, conficcata nel cuore del Laos. È a lui, naturalista ed esploratore francese della prima metà dell’Ottocento, che si attribuisce la «scoperta» di Angkor Wat.

L’archivio originale e i manoscritti di Henri Mouhot sono sparsi tra Francia e Regno Unito. Dopo la sua morte, nel 1861, i diari e gli schizzi a matita su Angkor e sul Laos furono portati in Inghilterra e consegnati alla vedova Anne Mouhot, che poi donò l’intera collezione al British Museum nel 1894, infine confluita nella British Library. I suoi diari di viaggio e i documenti principali sono invece conservati presso la Biblioteca nazionale di Francia. Qui e qui un po’ di documenti che si trovano consultabili anche online.

Giardino dell’Angkor Wat, principale tempio khmer del —omplesso archeologico di Angkor — Siam Reap, Cambogia

Non c’è tempo, non c’è spazio, ma la letteratura di viaggio sarebbe una immensa prateria in cui cavalcare felici e in ordine sparso: William Somerset Maugham, George Simenon, Robert Louis Stevenson, Edmund Hillary, Tenzing Norgay, Jon Krakauer, Pico Iyer, Colin Thubron, Werner Herzog, sono solo alcuni di quelli di cui si dovrebbe raccontare, così come di Guido Gozzano, Ennio Flaiano e molti altri, fino a perdersi.

Quando il viaggio è la fuga

E tanto vale farlo, seguendo due ultime suggestioni.

La penultima è dedicata alla tentazione della fuga, in cui spesso si stempera il viaggio. A raccontarla è un performer, Luca Scarlini, che per l’edizione 2023 di Archivissima, dedicata al carnet de voyage, ha cucito le storie di tanti artisti e avventurieri piemontesi viaggiando tra le carte degli archivi storici della Regione, dall’Accademia delle Scienze al Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi Cai – Torino, dall’Archivio di Stato di Torino alla Biblioteca Reale, dal Centro per gli Studi della tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia all’Archivio Storico La Stampa. Si trova online, è un’ora di pura evasione da cui non si esce pentiti, ma arricchiti.

L’ultima, non a caso, è l’altrove.

Che del viaggio racconta un altro aspetto. La solidarietà.

È la storia della nave dell’amicizia, il piroscafo Australe che salpò da Genova il 18 novembre 1973 per arrivare ad Haiphong in Viet Nam, portando beni di soccorso al popolo vietnamita. L’ha raccontata l’Associazione per un Archivio dei Movimenti di Genova, raccogliendo le testimonianze di bordo dei marinai della Cooperativa Garibaldi, accompagnati da Luciano Sossai, per conto dell’Associazione Nazionale dell’Amicizia Italia-Vietnam. Sono passati 50 anni, ma non sentirci dentro gli echi della Global Flotilla per Gaza o Cuba è davvero difficile.

È segno che la storia ruota e non lo fa sempre bene. Che raccontare è giusto ma non sempre produce i risultati che vorremmo. E che dobbiamo continuare a farlo, e provarci ancora e ancora.

Mettendo le scarpe, e iniziando a camminare:

Come un’acqua il mondo filtra attraverso di noi, ci scorre addosso, e per un certo tempo ci presta i suoi colori. Poi si ritira e ci rimette davanti al vuoto che ognuno porta in sé, davanti a quella specie di insufficienza centrale dell’anima che in ogni modo bisogna imparare a costeggiare, a combattere e che, paradossalmente, è il più sicuro dei nostri motori.

 


 

Ringraziamo l’autrice per aver gentilmente fornito le immagini a corredo di questo saggio. L’immagine in evidenza è il palazzo reale di Luang Prabang, oggi Museo Nazionale, Laos

Altre impressioni e riflessioni di viaggio si trovano ne Il continente della porta accanto (Kurumuny 2025), un’opera che Manuela descrive come «un piccolo atto d’amore per l’Asia». Cliccare qui per acquistare una copia.

Manuela Iannetti