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Nosferatu contro Corto Maltese: duello alla Grand-Place

20/11/2025

Fernando Gentilini

L’unico indizio è costituito da un quadro che ritrae i duellanti, custodito in una vecchia soffitta brussellese dalle parti della Grand-Place. Perché per il resto delle vicende sbalorditive che stiamo per raccontare non vi è alcuna traccia nei libri di storia o nelle cronache cittadine, né emerge nulla se ci si rivolge all’intelligenza artificiale o ai motori di ricerca; con il risultato che a corroborare il nostro unico indizio restano solo le biografie dei protagonisti del presunto duello, seppure in modo indiretto, che in corrispondenza della primavera del 1921, l’anno indicato sul retro della tela, non contengono nulla che sia incompatibile con la nostra ricostruzione dei fatti.

Il primo, Corto Maltese, risulta disoccupato in quel periodo: alla fine di aprile si era conclusa La Favola di Venezia, e l’avventura successiva, che lo avrebbe condotto a Samarcanda, sarebbe iniziata solo in autunno. Del secondo invece, l’attore berlinese Max Schreck, sappiamo che a un certo punto era stato scritturato dal regista F. W. Murnau per interpretare il Dracula di Bram Stoker, le cui riprese dovevano iniziare in estate; e che non avendo alcun bisogno di studiare la parte, si era messo a cercare finanziamenti stranieri per conto della casa di produzione, la Prana Film, la quale era talmente in cattive acque da non poter pagare adeguatamente gli attori.

Dico subito che dal dipinto non è possibile dedurre che il duello si sia svolto a Bruxelles. Ma se consideriamo che proprio lì, nei primi anni Venti del secolo scorso, le sètte sataniche più blasonate d’Europa facevano a gara per infiltrarsi nella nascente industria del cinema e inondarla di soggetti blasfemi, ecco che la presenza in città dei due personaggi diventa di colpo plausibile. Perché Max Schreck era in realtà il Conte Orlok, un vampiro vero, che vorrebbe far finanziare il suo film dalla sètta brussellese di indemoniati cui è affiliato da secoli. E perché è per farlo fallire che entra in azione Corto Maltese, spinto dal Gran Maestro della loggia veneziana e dai suoi amici massoni.

I motivi per cui la Massoneria osteggiava il progetto del regista tedesco riguardavano il conflitto tra cinema e letteratura, ovvero tra il moderno e l’antico. Uno scontro dalle ricadute imprevedibili, non soltanto su un piano europeo. Perché nel romanzo Dracula incarnava il Male, e i lettori lo avevano capito, tanto è vero che tifavano tutti per Van Helsing & Co. Ma chi poteva sapere quali emozioni avrebbe suscitato un vampiro di celluloide? Un conto era il romanzo di Stoker, letto da un pubblico selezionato, avveduto e timorato di Dio; un altro conto sarebbe stato il film di Murnau, perché sul grande schermo il male diventa bene, il brutto diventa bello, il vizio diventa virtù, e quindi c’era il rischio concreto che anche un essere ripugnante come Dracula avrebbe finito per affascinare il pubblico in sala.

Corto Maltese giunse a Bruxelles direttamente da Venezia, dopo aver attraversato l’Europa in treno. E nella lobby dell’Hotel Metropole, dove aveva riservato una stanza, trovò ad attenderlo Andreas Van Clanettus, un agente del Gran Maestro. Di origini veneziane, pittore, con molte amicizie in città, Andreas nutriva un’adorazione per Corto fin dai tempi della Ballata. Così, quando l’avventuriero chiese come intercettare il rivale, gli suggerì di andarsi ad appostare subito alla Grand-Place. Secondo le informazioni in suo possesso, Max Schreck sarebbe presto atterrato sul suo biplano; ed era facile prevedere che in quella piazza ci sarebbe andato quella sera stessa anche lui, dal momento che era lì che risiedevano le Potenze.

Più che dalla Grand-Place in quanto tale, Corto fu colpito dallo scintillare delle maison de maître che la incoronavano. Tutto quell’oro sulle facciate gli provocò un senso di spaesamento, tanto che per un attimo ebbe l’impressione di trovarsi al cospetto di un’altra San Marco. Ma nella piazza brussellese non c’era niente di santo, nonostante l’atmosfera facesse pensare a una chiesa barocca; ed erano soprattutto le sette vie di accesso, i sette blocchi di case per lato e le sette case per blocco, al pari del trionfo di simboli alchemici sulle facciate, a far pensare immediatamente a borgomastri, carpentieri e architetti ossessionati dal satanismo.

Corto ispezionò con la massima cura i triangoli, gli occhi, i pianeti, le ruote, i numeri e le iscrizioni nascoste in mezzo a tutto quell’oro, e non ci mise molto ad accorgersi che il soprannaturale ammantava soprattutto le maison più sontuose, come quella della Volpe, del Cigno o del re di Spagna; quindi, completata la ricognizione, andò a sedersi sotto il portico dell’Hôtel de Ville, da dove era più facile tener d’occhio chi entrava e chi usciva dalla piazza. Stava facendo buio, e le finestre dai vetri colorati iniziavano a illuminarsi. Poiché in primavera a Bruxelles succede tutto più lentamente del solito, in cielo non era ancora comparsa la luna piena.

Quando lo vide arrivare, Corto non ebbe dubbi. Alto, allampanato, avvolto da un mantello da cui sbucavano la pelata, le orecchie a punta e due mani che parevano artigli, una delle quali stringeva una tazza di caffè fumante. Fu soprattutto la sua ombra a colpirlo, perché a ogni passo s’ingigantiva senza motivo, conquistando porzioni sempre maggiori di selciato; segno che doveva trattarsi proprio di Max Schreck, l’attore-vampiro di cui doveva sventare il piano. A giudicare dagli occhiali da aviatore che gli penzolavano al collo, stava arrivando direttamente dall’aerodromo di Evere, per rendere omaggio al luogo più demoniaco di tutta la città, proprio come aveva pronosticato Andreas Van Clanettus.

Dopo aver zigzagato senza una direzione precisa, forse abbagliato dall’oro anche lui, Max si ritrovò al centro della piazza. Non gli era sfuggita la presenza di Corto sotto il porticato – con il berretto, la giacca da marinaio e l’orecchino scintillante sarebbe stato impossibile non vederlo. E così, con un gesto teatrale, l’attore-vampiro puntò lo sguardo verso il nemico, mostrando i canini in segno di sfida; anche se Corto, per nulla impressionato e forse persino divertito, si limitò ad accendere una sigaretta e ad alzarsi in piedi.

Restarono a fissarsi negli occhi per un po’, a trenta passi di distanza, come in un western di Sergio Leone. Poi Max fece un mezzo giro su se stesso, facendo roteare il mantello, e si diresse a grandi falcate verso la stradina da dove era venuto, sempre preceduto dalla sua incontenibile ombra. Corto lo seguì, tenendosi a distanza. E così i due percorsero uno dopo l’altro i vicoli e poi le scale che salivano verso il palazzo di Charles de Lorraine, sulla collina più alta della città, mentre la luna piena conquistava finalmente il centro del cielo.

Allineato con gli altri edifici neoclassici della piccola corte, il palazzo di Charles de Lorraine era diverso da tutti gli altri. Sembrava di madreperla, aveva qualcosa di irreale. Forse a causa della facciata concava, che lo faceva sembrare una conchiglia, o forse per colpa della luce che lo illuminava, che non si capiva se era lunare o dipinta. Max superò il grande portone aperto, facendosi avvolgere dall’oscurità dell’atrio, mentre un portiere in livrea gli andava incontro con la lanterna. C’era un affollamento di ospiti, si confondevano tutti con le proprie ombre. E anche Max si fece avvolgere dalle sue man mano che saliva la scalinata. Era come se il corpo fosse evaporato, come se di tutta la sua figura fossero rimaste solo le ombre del mantello, delle orecchie e delle unghie a forma di artigli sulle pareti della rampa. Tra l’altro erano ombre inspiegabili, che si opponevano l’una all’altra, e che salivano le scale sgraziatamente, ciascuna per conto proprio, come se potessero prescindere dalla luce della luna e delle lanterne.

Dal cortile esterno, attraverso le finestre, Corto seguiva il rivale scomposto in tante ombre, che come se non bastasse a un certo punto iniziarono a sdoppiarsi, e poi a triplicarsi, quadruplicarsi, decuplicarsi… Fin quando la folla sempre più rumorosa di mantelli, di orecchie a punta e di unghie a forma di artigli invase tutti i piani del palazzo. Poi si spensero le lanterne, e iniziarono a propagarsi nell’aria le note di un organo a canne, cui fecero seguito gli ululati di un lupo, il rintocco di un gong e infine la voce di un uomo, talmente baritonale da sembrare quella di un orco. «Bentornato a casa Conte Orlok!» disse la voce. «Bentornato tra i Superiori Sconosciuti!» riecheggiò un coro sguaiato. Poi di nuovo l’organo a canne, gli ululati di un lupo, un altro rintocco di gong. Prima che sul palazzo di madreperla calasse un silenzio tombale.

«Non è un segreto per nessuno che nel palazzo di Charles de Lorraine accadano cose strane» disse Andreas Van Clanettus a Corto la mattina seguente, quando si ritrovarono nella lobby dell’Hotel Metropole. Il pittore raccontò che lì, a metà del Settecento, quel governatore aveva fondato una società segreta, reclutando maghi, alchimisti e indemoniati da mezza Europa, e che da allora la sètta non si era mai estinta, trasformandosi nei secoli in una loggia massonica sui generis, cui nonostante i divieti formali, continuavano ad aderire i più bei nomi dell’aristocrazia brussellese. Secondo Andreas, non c’era affare cittadino, dalla politica all’edilizia e dall’industria al commercio, che non passasse per le mani degli adepti; ed era chiaro che la piovra controllava non solo il Belgio, ma che i suoi tentacoli arrivavano in Germania, in Austria e anche in Svizzera, tutti paesi dove occultismo e magia nera, fin dal Medio Evo, non avevano mai smesso di prosperare.

Corto capì di essere sulla pista giusta, e disse che non c’era tempo da perdere se volevano mandare tutto all’aria. Andreas annuì, poi estrasse dalla tasca un ritaglio da una rivista tedesca di qualche giorno prima, a conferma che il tempo stava stringendo e bisognava entrare in azione al più presto. C’era scritto che la Prana Film aveva avviato contatti in Belgio tramite un emissario per co-finanziare il film di Murnau sul Dracula di Bram Stoker. L’articolo menzionava anche Max Schreck, e concludeva osservando che erano già state avviate trattative con gli eredi di Stoker per l’acquisto dei diritti d’autore, indispensabili alla trasposizione cinematografica del romanzo e alla successiva distribuzione nelle sale.

Corto si sentì rassicurato da quelle ultime righe, e pensò di mettersi subito in contatto con la vedova Stoker per convincerla a non cedere i diritti. Ma Andreas la pensava diversamente, poiché frequentava gli ambienti del cinema e sapeva fin troppo bene che quella dei cinematografari era una razza che non si arrendeva davanti a nulla, tantomeno davanti alla legge. Disse che in Belgio di film tratti da romanzi e girati senza acquistarne i diritti se ne producevano molti. E che di solito ci si limitava a cambiare i titoli e a prevedere piccole modifiche al plot, giusto per evitare le accuse di plagio. Così Corto si convinse che la cosa migliore fosse di far saltare l’intesa, e che per prima cosa bisognasse scoprire i partner locali sui quali Max Schreck e i Superiori Sconosciuti facevano affidamento, perché era evidente che la soffiata alla rivista tedesca veniva dagli ambienti del cinema. La qual cosa, essendo Bruxelles tutto un fiorire di case di produzione e agenzie cinematografiche, era più facile a dirsi che a farsi.

 

Tra il cinema e il Belgio era stato amore a prima vista, fin dai tempi dei fratelli Lumière, le cui pellicole furono proiettate a Bruxelles, alla Galerie du Roi, due mesi dopo il debutto parigino. In quella primavera del 1921, a venticinque anni da quell’evento straordinario, l’industria del cinema belga quindi poteva già contare su nomi di tutto rispetto. Andreas ne conosceva parecchi, poiché disegnava croquis per vari sceneggiatori. E così, la mattina seguente, si presentò all’Hotel Metropole con una lista di persone da passare al setaccio insieme a Corto. Restarono infine due nomi, entrambi leggendari, quello del belga Monolyte de Hippeneer e del francese Manfred Achin. Il primo aveva agganci con tutti, compresa la Casa Reale, e Andreas era sicuro che tra le sue conoscenze vi fossero anche i Superiori Sconosciuti. Ma Corto decise di concentrare l’attenzione sul francese, il quale aveva fondato gli studi cinematografici Kaspeveld in un vecchio castello nel quartiere di Molenbeek, ed era già un punto di riferimento per cineasti e produttori europei: dietro di lui, a quanto pareva, c’era il colosso della Pathé Cinéma, la cui attenzione verso le avanguardie tedesche era risaputa.

È a Molenbeek che ritroviamo Corto e Andreas poche ore dopo, nel primo pomeriggio, decisi ad effettuare un sopralluogo al castello. Pensavano di intrufolarsi nella tenuta Kaspeveld scavalcando il muro di cinta, e poi di raggiungere gli studi di produzione dal retro, approfittando del fitto della boscaglia. Ma evidentemente la fortuna era dalla loro parte, perché passando davanti all’ingresso dello stabilimento videro molte persone in fila, incluse alcune maestre con le scolaresche al seguito. Gli studi Kaspeveld erano rinomati anche per il giardino zoologico, che conteneva scimmie, leoni e altri animali esotici per la produzione di film d’avventura. E quel giorno lo zoo era aperto al pubblico, come pure gli studi al pian terreno del castello, nei quali in tutta evidenza non erano previste riprese. A Corto e Andreas non rimase che mettersi in fila e pagare il biglietto.

C’era confusione all’interno degli stabilimenti. E a parte i visitatori, fu subito chiaro che non si trattava di un giorno come gli altri. Corto e Andreas poterono girare indisturbati, sia dentro che fuori il castello, rendendosi subito conto, dal nervosismo tra gli addetti ai lavori, che tutte le energie erano dedicate all’organizzazione di qualcosa per quella sera stessa, forse una serata privata. Lo confermava l’esercito di giardinieri intenti a sistemare piante ai lati del vialetto e davanti all’ingresso. E anche la grande tavola a ferro di cavallo in corso di allestimento nel salone di rappresentanza al primo piano del castello.

Andreas origliava a destra e a manca, e non smetteva di fare domande ogni volta che si presentava l’occasione. Fino a quando una parrucchiera particolarmente su di giri gli disse che quella sera era atteso un famoso attore tedesco, appena arrivato da Berlino su un biplano rosso fiammante. Al che, sicuri di trovarsi nel posto giusto, i due si misero in cerca di un nascondiglio da dove poter seguire gli eventi.

 

Nella sala dov’era stato allestito il tavolo a ferro di cavallo c’era un soppalco utilizzato come deposito. A Corto e Andreas parve il luogo perfetto dove nascondersi, visto che oltre alla sala del banchetto, grazie a una feritoia sulla parete, da lassù potevano controllare vialetto e cancello d’ingresso. A metà pomeriggio suonò la sirena, i visitatori furono invitati a guadagnare l’uscita, e poco dopo la sala banchetto si svuotò e venne ispezionata da alcune strane figure. Portavano il grembiule dei massoni, in testa avevano il cappuccio, e tra esse vi era un certo Gran Maestro delle Fiandre Spagnole, cui gli altri si riferivano con deferenza, la cui voce Corto riconobbe immediatamente. Passarono ancora un paio d’ore, fino a quando, attraverso la feritoria, Corto e Andreas videro una carrozza nera trainata da sei cavalli bianchi varcare il cancello e raggiungere il portone d’ingresso. Max ne scese come si confà a un divo del cinema, con una sigaretta tra gli artigli, avvolto nel solito mantello da cui spuntavano la pelata, le orecchie a punta e i denti da ratto.

Acquattati nel soppalco, i due lo videro entrare in sala e prendere posto al centro del tavolo, dove ad attenderlo c’erano dodici incappucciati tra cui il Gran Maestro delle Fiandre Spagnole. Fu quest’ultimo a fare gli onori di casa, prima di dare all’ospite la parola e invitare i commensali alla degustazione di lumache marine di Ostenda e altre specialità fiamminghe. Max si alzò in piedi, si pavoneggiò descrivendo la trama e alcune scene del film, e quindi espresse la propria soddisfazione per l’intesa di principio raggiunta la sera precedente. Occorreva adesso quantificare il finanziamento e confermare la disponibilità gratuita degli studi di produzione brussellesi; e si augurava che su entrambi i punti potesse essere formalizzato un accordo quella sera stessa. Ma poi, rispondendo a una domanda di uno dei commensali, ammise candidamente che le trattative con la vedova Stoker per i diritti stavano andando a rilento, anche se si affrettò ad aggiungere che si stava facendo ogni sforzo per arrivare alla rapida conclusione della faccenda.

A quel punto il Gran Maestro ebbe buon gioco nel pretendere che il finanziamento fosse sborsato solo dopo la conclusione dell’intesa con la vedova Stoker per la cessione dei diritti, e che alcune delle scene più simboliche del film fossero girata a Bruxelles. Max fornì affidamenti sul primo punto e insistette sul fatto che varie città anseatiche si erano già candidate a ospitare le riprese in esterna, ma alla fine dovette capitolare. Così, poco prima di mezzanotte, il Gran Maestro concluse la discussione: la Kaspeveld avrebbe coperto il 50% dei costi di produzione, messo a disposizione gratuitamente gli stabilimenti di Molenbeek, e allestito un set sulla banchina di uno dei vecchi canali cittadini sopravvissuti all’interramento, dove sarebbero state girate le scene dell’attracco del Demeter e dello sbarco dei topi; Max, da parte sua, promise che avrebbe convinto Murnau a girare le due scene a Bruxelles, e che si sarebbe prodigato lui stesso perché la trattativa con la vedova Stoker fosse conclusa il più in fretta possibile.

Corto, dal suo nascondiglio, stava valutando il da farsi: poteva essere soddisfatto di come si mettevano le cose, nel senso che sarebbe bastato convincere la vedova Stoker per far cadere il finanziamento brussellese, anche se il film si sarebbe potuto girare lo stesso. Ma mentre ragionava su queste cose, accadde di colpo l’imponderabile: il solaio sul quale erano acquattati cedette all’improvviso e sia lui che Andreas precipitarono di sotto, al centro del ferro di cavallo, un attimo prima che il Gran Maestro e Max Schreck firmassero il contratto.

La prima reazione degli adepti fu di bloccarli a terra, e di cercare una corda per immobilizzarli. Poi però si resero conto che Max e il Gran Maestro stavano già abbandonando a grandi falcate il castello, e allora mollarono le due prede e se la diedero a gambe anche loro, imprecando da autentici ossessi per essere stati colti sul fatto. Che fosse saltata la firma dell’accordo era il meno: il rischio, viste le posizioni che evidentemente ricoprivano nell’alta società brussellese, era che gli intrallazzi tra i Superiori Sconosciuti e la Kaspeveld venissero scoperti, con tutto quel che ciò poteva comportare sul piano penale, oltre che su quello della reputazione e degli affari.

Corto e Andreas, incolumi dopo il tonfo, lasciarono indisturbati il castello anche loro e tornarono in albergo.

Qualche ora dopo, all’alba, Corto prese il treno per Ostenda. Da lì, nel pomeriggio, si sarebbe imbarcato su una nave diretta a Londra. Non c’è alcuna prova che sia andato a far visita alla vedova Stoker, la sua biografia ufficiale tace anche su questo; ma lui non era certo il tipo che si dava per vinto e non si può dunque escludere che ci sia il suo zampino nel fallimento delle trattative per la cessione della proprietà intellettuale del romanzo, che come sappiamo è un fatto storicamente acclarato.

Max Schreck volò a Berlino quella stessa mattina, sul biplano rosso con cui era arrivato, e non fece mai più ritorno a Bruxelles. A luglio avrebbe iniziato le riprese, dopo aver concluso un patto segreto con Marnau in base al quale, dopo l’ultimo ciak, avrebbe potuto succhiarsi l’attrice Greta Schröder, co-protagonista del film, il cui sangue lo avrebbe compensato del modesto compenso ottenuto dalla produzione.

Andreas Van Clanettus, dopo aver lasciato Corto alla stazione, andò a chiudersi nella sua soffitta vicino alla Grand-Place. Aveva giurato al suo idolo che della faccenda non avrebbe parlato con nessuno, e fu di parola. Anche perché dalla sètta dei Superiori Sconosciuti gli arrivarono nei giorni seguenti messaggi non proprio rassicuranti, nei quali si minacciava la sua espulsione dal Regno del Belgio se la vicenda fosse diventata di dominio pubblico. E comunque lui era un artista, e la storia non poté fare a meno di dipingerla, a modo suo ovviamente, perché ormai ne era posseduto.

Mi piace pensare che abbia abbozzato i croquis già nei giorni seguenti, e che abbia deciso di optare per il bianco e nero fin dalle prime prove. Immagino anche che occorsero settimane per concepire l’opera. Le cose si erano svolte in modo troppo precipitoso, e Andreas dovette persino dubitare che fossero accadute per davvero. E se invece si fosse sognato tutto? E se Corto, Max, il Gran Maestro delle Fiandre Spagnole e i Superiori Sconosciuti fossero esistiti solo nella sua fantasia?

Mai come quella volta trovare la lucidità fu difficile per l’artista, perché nel rievocare i due giorni trascorsi con il suo eroe dovette essere sopraffatto dalle emozioni. E anche perché, viste le minacce ricevute, dovette trovare il modo di dire e non dire, anche considerato che Corto Maltese non è che fosse uscito a testa alta dal duello con l’attore-vampiro Max Schreck / Conte Orlok. Perché alla fine il film venne girato – senza finanziamenti stranieri e con i soli mezzi di cui disponeva la Prana Film – per diventare nel giro di qualche decennio uno dei grandi classici del Novecento. Merito di Murnau, delle sue grandi intuizioni, e merito soprattutto di Max Schreck / Conte Orlok, che grazie a un’interpretazione di se stesso leggendaria, continua dopo oltre un secolo a essere osannato in tutto il mondo e non solo dagli appassionati di cinema: a riprova che come avevano temuto i massoni veneziani, il vampiro di celluloide funziona meglio di quello di carta stampata.

Alla fine il Principe delle Tenebre cinematografico non fu chiamato Dracula, ma Nosferatu – Nosferatu, Oder Eine Symphonie Des Grauens è il titolo completo del film. Un tentativo di evitare la denuncia per plagio, come lo furono le numerose varianti volute da Murnau, in verità così sostanziali da fare del film un’opera a sé stante rispetto al romanzo: l’ambientazione in Germania, l’invasione dei topi, la peste, la mancanza di un Van Helsing, la luce del sole che uccide più di un coltello, e soprattutto un finale poetico rispetto a quello prosaico del romanzo… Ciononostante, a film ultimato, il tribunale accolse l’istanza della vedova Stoker, che aveva accusato il regista di plagio, e ordinò di distruggere tutte le copie. E fu soltanto dichiarando tempestivamente bancarotta che la Prana Film riuscì ad evitare il pagamento dei danni e a sottrarsi dagli altri obblighi derivanti dalla sentenza.

Ma c’è anche il dipinto di Andreas, custodito nella soffitta brussellese a due passi dalla Grand-Place, senza il quale questa storia non sarebbe giunta fino a noi: 200 cm per 150 cm, sei riquadri disposti su due file da tre, un miscuglio di figure, simboli e oggetti emblematici, sicuramente in omaggio alla tradizione esoterica dei primitivi fiamminghi. Si vedono la luna piena, un bicchiere di caffè rovesciato, una cicca fumante, un numero VII romano… E naturalmente i duellanti Max Schreck e Corto Maltese, e il loro incrocio di sguardi. Il primo è raffigurato sia di spalle che a mezzo busto. Con le occhiaie, i denti da ratto, le orecchie a punta, una sigaretta tra gli artigli e l’immancabile ombra. E anche di Corto ci sono un’immagine di spalle e un ritratto. Andreas ne ha dipinto il berretto, la giacca da marinaio, l’orecchino d’oro, ma soprattutto – ed è il segreto del quadro – è riuscito a immortalarne il rimpianto in fondo agli occhi, e anche il leggero imbarazzo: per essere precipitato dal soppalco di un vecchio castello brussellese come un principiante, perdendo un’occasione irripetibile per far fallire il progetto cinematografico più luciferino del XX secolo.

 


 

Illustrazioni originali di Andrea Clanetti

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Fernando Gentilini ha sviluppato l’arte di dialogare con grandi personaggi del passato recente e remoto nell’Atlante delle città eterne, Baldini+Castoldi, 2025

Fernando Gentilini