Reinventare la città è un esercizio che facciamo tutti, dal tempo in cui i nostri antenati smisero di fare i nomadi e decisero di fermarsi nello stesso posto per sempre. Reinventiamo le nostre città ogni momento, più o meno consapevolmente, e lo facciamo in tanti modi diversi. Alcuni di noi lo fanno seduti in ufficio, altri quando camminano in strada, altri ancora mentre cucinano o guardano un film; e poi lo facciamo quasi tutti quando siamo al volante, in bici o in metrò, e qualcuno lo fa leggendo, scrivendo, disegnando, suonando o chiacchierando con un amico…
L’idea di chiedere agli autori di questo numero di raccontare come può essere reinventata la loro città, o più semplicemente come la pensano o la subiscono, ci è venuta in un bar, ad Ubaldo e a me. E il caso ha voluto che quel bar si trovasse a Bruxelles, e ci mettesse molta allegria. Perché ai tavoli intorno al nostro c’era seduta un mucchio di gente diversa, che parlava lingue diverse, aveva tante cose diverse da dirsi e sembravano tutti molto allegri anche loro. La cosa strana era che non si trattava di turisti, o di gente capitata per caso, dato che quello era un bar di quartiere, un ritrovo per brussellesi; e ancora più strano era che dall’aspetto non parevano neanche fiamminghi o valloni, ma parevano tedeschi, marocchini, congolesi, romeni o italiani come noi — e con ogni probabilità lo erano veramente. Era proprio questa la cosa buffa, che metteva allegria, e cioè che a Bruxelles si potesse essere brussellesi senza smettere di essere tedeschi, marocchini, congolesi, romeni o italiani.

E allora poi ci siamo chiesti perché non accade la stessa cosa in altre città del mondo, che non per questo sono città meno attraenti della capitale d’Europa, o città dove non valga la pena di vivere, lavorare o andare in vacanza per qualche giorno. Anche se poi, nei bar di quartiere di quelle città, può capitare che si parli una lingua sola, e chi non la parli alla perfezione debba per forza sentirsi straniero, con tutto quello che ne consegue, anche sotto il profilo dell’allegria; che invece poi magari è proprio quello il punto di forza di certe città, ciò che le rende uniche agli occhi dei loro abitanti: il fatto di appartenere soltanto a quelli che ci sono nati, cresciuti, ci vivono da sette generazioni e non sono disposti a dividerle con nessuno.
Ecco, in questo numero di Clorofilla troverete città diverse, pensieri diversi sulle città, e anche alcune divagazioni sulle sfide che le città devono per forza affrontare se vogliono sopravvivere in quanto tali, evitando che i loro abitanti si abbrutiscano troppo e ricomincino a vivere la città come se fosse una giungla, una savana o un deserto, esattamente come facevano i loro antenati nomadi.
Immagini: Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in Città (1338-1339), Siena, Museo Civico e un bar di quartiere a Bruxelles

