Cara Giulia, nella tua pagina personale dici che, assieme ad altre persone, hai creato Adesso Trieste, un’associazione locale che si è poi presentata agli elettori e ha riscosso un buon successo. Perché hai sentito questa necessità? In quale contesto hai preso questa decisione?
Ero in preda alla rabbia e alla frustrazione per come veniva amministrata la mia amata città: sempre più traffico, parcheggi e cemento, un clima sempre più ostile al diverso. Volevo fare qualcosa per cambiare davvero le cose, ma mi sentivo respinta dalla politica tradizionale, i dibattiti, le tavole rotonde e i giri di microfono mi annoiavano ed esasperavano. Oltre che nei contenuti, ritengo fondamentale innovare anche nei metodi. Tutto quindi è nato con un cambiamento di prospettiva, al quale abbiamo lavorato in squadra e che viene riassunto in questo report del 2020.
Per restare sul tema: «un paese per chi? una città per chi?», si tratta di vedere Trieste non come un’anziana signora con un passato ingombrante ma come una bambina con un futuro tutto da scrivere, alla cui crescita ciascuna persona può contribuire con dei regali metaforici. E così: tanti post-it, cartelloni, laboratori, sorrisi. Un’esperienza vivace che ha riattivato in tantissime persone non solo la speranza in una Politica diversa ma anche la voglia di farla insieme.

Già con questa prima esperienza mi pare che tu sia andata controcorrente per almeno due motivi. Primo, perché, a parte qualche eccezione, gran parte delle persone che vediamo nella politica attiva sono in là con gli anni, mentre tu sei nata nel 1987. In secondo luogo, perché non dài per scontata la disaffezione della gente verso la politica e insisti sul fatto che sia un servizio che si rende alla collettività pensando al futuro.
Assistiamo spesso a crisi e polemiche legate a potere e poltrone che sono — comprensibilmente — una delle cause della sempre maggiore disaffezione alla politica da parte della cittadinanza. Ma non può esistere una società senza Politica. Il qualunquismo che dice «tanto sono tutti uguali» è comodo, deresponsabilizza. E poi subiamo decisioni prese da altri, spesso con interessi decisamente poco trasparenti, e ci lamentiamo. La verità è che c’è chi da anni lotta per costruire dal basso la Politica con la P maiuscola e le squadre (più che classi) dirigenti del domani. Ci sono persone che lottano con il fuoco dentro, che non si arrendono a come stanno andando le cose, che mettono tutte sé stesse per costruire un futuro migliore, che non si rassegnano all’impotenza. Persone che non sono attaccate a quella sedia, che si sentono di occupare solo per rappresentare, con spirito di servizio, le istanze di una comunità. Credo che ognuna/o di noi dovrebbe assumersi una parte di responsabilità. Io mi sono imbarcata in questa avventura perché non sopportavo l’idea di invecchiare senza poter affermare di aver fatto tutto il possibile per contribuire a costruire un mondo diverso, migliore.
Completati gli studi in ingegneria civile ti sei specializzata in comunicazione della scienza e sei stata comunicatrice scientifica dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS) a Trieste. In che modo questa esperienza ha influito sul tuo modo di intendere la politica, sulle tue scelte ideologiche e sulle politiche nelle quali ti sei impegnata?
Credo nella politica che si basa sui fatti concreti, su basi scientifiche solide. Ma ho anche imparato che «gli esperti» non sono sempre neutrali e che ci sono tantissime forme di expertise: ciascuna persona può contribuire a risolvere le sfide epocali che stiamo affrontando a ogni livello. La cosa più importante che mi ha insegnato il Master in comunicazione della scienza è proprio che il modello top-down della conoscenza è clamorosamente fallito, e che la partecipazione pubblica è la chiave della costruzione di un futuro più giusto. Il Master in Previsione sociale mi è poi servito a dare gambe a questa convinzione, offrendomi strumenti e metodi di partecipazione che poi ho messo in pratica in tutto il percorso di Adesso Trieste.

Quando sei passata dall’OGS all’associazionismo e alla politica hai continuato a fare comunicazione; infatti, sei stata la portavoce di Adesso Trieste nel suo primo anno di vita. Cosa pensi dell’uso che i piccoli movimenti e i partiti tradizionali fanno delle parole e degli altri segni? Hai cercato di innovare? Ci sei riuscita?
Le parole e i simboli sono importanti, servono a costruire e condividere una visione. Una delle cose su cui il campo progressista sta avendo difficoltà negli ultimi decenni è la costruzione di un’utopia. Non riusciamo a offrire un’idea di futuro migliore e a far venire alle persone la voglia di raggiungerla. Credo che le parole debbano avvicinare e non creare distanza, debbano fare chiarezza e non nascondere la realtà, costruire empatia e desiderio. Troppo spesso in politica si fa l’esatto opposto. Personalmente, ho inteso il mio ruolo di portavoce in senso letterale, facendomi portatrice delle istanze che emergevano su tanti temi cruciali, usando le stesse parole che le persone che incontravamo usavano nei loro ambiti o parlando con noi. Mi metto sempre in discussione, ho imparato tantissimo e tanto devo ancora imparare e per questo mi piace sempre ascoltare tutte le reazioni e i commenti — sia positivi che negativi. Molto spesso mi viene riportata un’immagine di autenticità, che si percepisce il calore che muove i miei passi, la mia incapacità di sopportare le ingiustizie e di restarne indifferente. Credo che questo sia il risultato migliore che potessi ottenere.
La tua prima candidatura nel 2021 è stata sostenuta da Facciamo eleggere, un’iniziativa di Ti Candido e del Forum Disuguaglianze e Diversità. Ci vuoi parlare del rapporto che la tua associazione di allora ha instaurato concretamente con questi movimenti?
Ogni anno il Forum Disuguaglianze Diversità e Ti Candido | Il potere della democrazia sostengono candidate e candidati da tutta Italia nell’ambito del progetto “Facciamo Eleggere“. Ho avuto l’onore di essere scelta anche io per farne parte nel 2021, trovando non solo un prezioso supporto per quella campagna elettorale ma anche e soprattutto una famiglia politica solida e attiva, amministratrici e amministratori che si confrontano e che si impegnano per un cambiamento autentico e radicale. Abbiamo una chat, ci siamo incontrate spesso sia virtualmente che in presenza, ci scambiamo idee, spunti, documenti, atti. Credo sia fondamentale uno spazio di elaborazione politica, soprattutto dopo la crisi dei partiti tradizionali. Credo sia importante abbattere le barriere all’ingresso per chi vuole far politica per la prima volta, per chi vuole innovare. E poi ho avuto l’opportunità di confrontarmi con Fabrizio Barca, una persona di grande esperienza che mette generosamente a disposizione di tutti.
Dopo essere entrata al Comune di Trieste come consigliera con Adesso Trieste hai partecipato alle elezioni regionali nelle liste di Patto per l’Autonomia.
Il giorno dopo le elezioni comunali di ottobre 2021, usciti i conteggi delle preferenze che mi avevano vista con grande sorpresa la più votata di tutto il Consiglio comunale, mia mamma mi ha telefonato e mi ha chiesto «chi sono tutte queste persone che ti hanno votato? Ma le conosci tutte?» Scherzi a parte, mi capita ancora e spesso di incontrare persone che hanno sostenuto il mio percorso e creduto nella genuinità dell’impegno che volevo portare avanti. Nel mio primo anno in Consiglio comunale ho sbattuto la faccia contro l’arroganza del potere esercitato in modo prevaricante, ma questa frustrazione continua a essere nuova linfa per la rabbia che mi spinge all’azione.
Il percorso di Adesso Trieste era stato sostenuto fin dall’inizio dal Patto per l’Autonomia e dopo un anno e mezzo si è presentata l’opportunità di formare una lista elettorale del centrosinistra per le regionali di aprile 2023. Il Segretario del Patto per l’Autonomia, Massimo Moretuzzo, era stato indicato come il candidato dei tutta la coalizione. L’assemblea in cui si è scelta la composizione delle liste ha voluto che venisse inserito anche il mio nome per rendere immediata e visibile la continuità di percorso. Io ho accettato ponendomi al servizio del progetto, e alla fine sono stata eletta con il doppio delle preferenze prese alle elezioni comunali, lasciando mia mamma ancora più incredula.

Prima ti ho chiesto del tuo intento di rinnovare il linguaggio della politica. Vorrei approfondire chiedendoti della tua scuola di politica senza poltrone. Come è nata l’idea? Come funziona?
Ero in cammino con il mio compagno lungo la Via degli Abati, sull’Appennino emiliano. In quel periodo tante realtà stavano organizzando scuole di politica. Qualche anno prima avevo partecipato a una scuola di cinema in cammino, Visioni in movimento, quindi abbiamo pensato: perché non mutuare lo stesso format per una scuola di politica in cammino? Qui ritorna la mia noia verso la politica — e le scuole di politica — in senso tradizionale. Tornati a Trieste ne abbiamo parlato con un po’ di persone, tra cui il promotore di Visioni in movimento Giuseppe Gori Savellini, Massimo Moretuzzo e lo scrittore e viandante Luigi Nacci, che hanno accolto l’idea con grande entusiasmo. E così è nata Territori in movimento, la scuola di politica senza poltrone. Abbiamo deciso di realizzarla subito, rendendola una delle due gambe fondamentali del nostro partito insieme alla piattaforma di elaborazione politica il Passo giusto.
La prima edizione nel 2024 è stata entusiasmante, anche grazie alla partecipazione di personalità come Fabrizio Barca, Miriam Giovanzana e Raoul Tiraboschi, e alla guida di Riccardo Carnovalini, un camminatore senza uguali. È stata un’esperienza intensa, che ci ha fatto venir voglia di fare ancora di più e meglio, e ci ha dato tanta fiducia che insieme si possa costruire tutto. Invito chi vuole approfondire ad ascoltare il racconto del nostro viaggio.
Il tasto dolente è il sostegno economico dell’iniziativa, che è ricaduto interamente sulle nostre spalle. Stiamo cercando finanziamenti per una seconda edizione. Vogliamo fare un salto di qualità e riconoscere l’impegno delle tante persone che ci lavorano e che non è giusto resti volontaristico. È difficile trovare bandi che finanzino attività politiche — e questo sarebbe un altro elemento di riflessione. Chi amministra da tempo ha più risorse, anche solo per le erogazioni liberali di un maggior numero di persone elette, mentre chi è nuovo o si trova all’opposizione fatica a trovare le risorse per costruire un’alternativa, in un sistema di potere che si autoalimenta ed esclude chi non ne fa già parte.
Toriniamo al tema di questo numero di Clorofilla: «Un paese per chi?». Qual è a tuo giudizio l’impatto del progressivo invecchiamento del paese sul modo di fare politica, di gestire la cosa pubblica e di prepararci al futuro?
L’ho anticipato in parte al termine della risposta precedente: è una questione di sistemi economici e di potere che puntano all’autoconservazione. Questi interessi economici e di potere, di individui e di gruppi, tendono a escludere chiunque venga percepito come una minaccia al loro perdurare. Chi dopo tanto tribolare arriva a una posizione di potere tende a non voler perdere quella posizione, che invece viene messa in discussione da persone più giovani e idealiste che si affacciano alla politica con spirito di servizio e voglia e urgenza di cambiare le cose. Una volta mi hanno chiesto: «tu saresti in grado di lasciare il tuo posto a qualcuno più giovane?». Sono certa di sì. Non vedo l’ora di poter consegnare il testimone a qualcuno che con forza e determinazione possa portare avanti le nostre battaglie comuni.
Il punto è proprio questo: fai politica come mestiere oppure perché pensi che sia il tuo turno per provare a cambiare un pezzetto di mondo? In un sistema che guarda solo all’autoconservazione la cosa di cui aver più cura è il consenso. In un sistema che guarda al bene comune, invece, l’importante è l’incisività dell’azione. Chi guarda al consenso è naturalmente portato a non voler intraprendere battaglie scomode, impopolari o che non pagano in termini di voti, come i diritti delle persone private della libertà, o delle persone trans, o dei migranti, oppure lottare contro l’egemonia dell’automobile che sta soffocando le nostre città, o per l’ambiente. E così si finisce per invecchiare — sia personalmente che facendo invecchiare la politica in sé.
Dove vado ora? Suggeriamo di provare Francesco Scalone, Edoardo Ripani

