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Supereroi nativi

10/07/2025

Andrea Clanetti

Nel mondo antico, la mitologia nasceva dal mistero, dalla necessità di dare un senso all’invisibile: il fulmine era la voce di un dio, la foresta era sacra, il guerriero era anche sciamano. Le divinità non erano intrattenimento, ma presenze sacre, archetipi collettivi, incarnazioni del destino e dell’inconscio.

Nella nostra epoca, invece, la mitologia si costruisce e si commercializza. È progettata per essere riconoscibile, riproducibile, acquistabile. Gli dèi moderni non vivono nei boschi o nei sogni: abitano nei franchise, nei gadget, nei blockbuster.

Il supereroe è l’esempio perfetto. Ha una storia di origine (come ogni mito), dei poteri, un conflitto morale. Ma non è sacro: è un prodotto. Viene fabbricato in serie, reimmaginato per vendere sempre, per restare rilevante in ogni stagione e mercato. È un dio, sì, ma con il copyright. E come tale non ispira fede, ma fedeltà di consumo.

“Vendere un dio” significa spersonalizzare il mito, renderlo neutro, digeribile, adatto a tutti e a nessuno. Le divinità del nostro tempo sono tutte simili perché devono essere compatibili con i codici del marketing globale. La loro funzione non è guidare l’anima, ma colonizzare l’immaginazione.

Con i miei “guerrieri-maschera”, intendo smascherare proprio questa logica: quella di una mitologia che non nasce da un bisogno collettivo, ma da un piano editoriale e commerciale.

È su questo terreno che la mia arte interviene. Prendo i simboli della mitologia pop contemporanea – Superman, Captain America, Batman – e li sradico dal sistema di produzione industriale in cui sono nati. Li ricontestualizzo, li metto al servizio di narrazioni cancellate, li trasformo in strumenti di riscatto per culture oppresse, come quella dei Nativi Americani.

Nel fare questo, occorre compiere un gesto radicale: rendere di nuovo sacro ciò che era diventato merce.

Questa ricerca artistica approda ad alcune domande inevitabili: cosa significa oggi essere un eroe? Chi decide chi è un simbolo? E cosa perdiamo quando le nostre mitologie sono progettate per essere vendute invece che vissute?

L’identità non è una maschera da indossare, ma una lotta per essere riconosciuti.

L’appropriazione non è solo un gesto estetico, è un atto politico.

La mitologia contemporanea non crea dèi: li vende.

Le culture dei Nativi Americani, e delle popolazioni indigene africane o amazzoniche, sono culture oppresse, travolte da secoli di colonizzazione, violenza simbolica e cancellazione storica. Ridotte spesso a folklore, romanticizzate o caricaturizzate dai media, sono state rappresentate più di quanto siano state ascoltate. Ecco, io parto proprio da questo nodo irrisolto e cerco di trasformare il simbolo della supremazia culturale occidentale – il supereroe – in uno strumento di riappropriazione e riscatto.

Nei lavori che vi propongo qui su Clorofilla, i Nativi Americani, il capo indigeno africano o lo sciamano amazzonico non sono più spettatori passivi di una narrazione imposta, né vittime iconiche di un passato che si vuole dimenticare. Indossano con fierezza mantelli, scudi e pose eroiche, non come maschere estranee, ma come armi simboliche. In questo gesto si compie una sovversione del codice culturale: il supereroe non è più l’americano bianco che salva il mondo, ma il guerriero indigeno che resiste, protegge e incarna valori di giustizia, connessione con la terra, spiritualità e memoria.

Non travesto i miei soggetti per renderli simili a Superman o Captain America: li incorono, ribaltando la logica del dominio. Il messaggio è chiaro: I veri supereroi non sono quelli che si vedono al cinema. Sono quelli che hanno resistito a 500 anni di cancellazione culturale.

Questo gesto artistico si inserisce in una nuova forma di riappropriazione culturale: non il semplice recupero di simboli perduti, ma la riscrittura attiva del presente visivo. Il supereroe, archetipo moderno del bene, viene rimodellato attraverso un corpo che la storia ha cercato di cancellare. Così facendo, cerco di restituisce dignità, forza e centralità a coloro che il racconto dominante ha relegato ai margini.


Dove vado ora? Suggeriamo di provare Leonardo Cemak, David Riondino e Claudio Farinone

Andrea Clanetti