Non bastano certo un paio di brevi note e cinque poesie a rispecchiare la galassia poetica di RayVi Sunico. Eppure anche una micro-antologia può essere un buon telescopio ed è questo che abbiamo deciso di offrire ai lettori di Clorofilla. RayVi e Ubaldo hanno riletto e riscritto insieme le nuove versioni in italiano fino ad arrivare ai testi che pubblichiamo qui.
What They Say about ScheherazadeShe is the Sultan’s new wife. Though no one sees her, those who hear cannot forget. Her voice is sullen like the first rains of summer that come to wake you from the edge of a sultry night. Her voice is sullen and it soothes. Those who can hear her cannot forget the incessant beauty of her telling; the endless, delicate constructions that move the hearts of people who do not know her. Truly, she is blessed. As to the source of her power, they say her art is bought with great sadness, with pain sharper than the pointed moon. They say she speaks with great longing for the islands she has forever left behind. It is saddening to think of her own people who have lost her. But the Sultan would be a fool to let her go. I myself have witnessed these things. I have heard her stories and wept as vestiges of her voice caromed off the walls of her palace. (A prose poem for Mailin) |

(George Auriol, Scheherazade, 1901, fonte)
Cosa si dice di SherazadeÈ la nuova moglie del Sultano. Nessuno l’ha vista, ma chi la sente non può più dimenticare. Ha la voce cupa come le prime piogge dell’estate che vengono a svegliarti dall’orlo di una notte afosa. Ha la voce cupa e consolante. Chi la sente non riesce più a dimenticare l’incessante bellezza del racconto; le costruzioni inesauribili e delicate che toccano il cuore di chi non la conosce. Davvero, ha un dono prodigioso. Sull’origine di questa dote, si dice che abbia acquistato la sua arte al prezzo di una grande tristezza, con spine più dolorose dell’aguzza falce di luna. Si dice che parli struggendosi per le isole che si è lasciata per sempre alle spalle. Immalinconisce pensare alla sua gente, che l’ha perduta. Ma il Sultano sarebbe uno stolto a lasciarla andar via. Sono cose che ho visto di persona. Ho ascoltato i racconti e ho pianto mentre le vestigia della sua voce carambolavano sulle pareti del palazzo. (Una poesia in prosa per Mailin) |
Due mestieri tradizionali giapponesi
Quelle che seguono sono due poesie scritte nel corso di diversi anni sui mestieri tradizionali giapponesi, arti che ho imparato e praticato. Riflettono anche il mio interesse per la poesia giapponese e per quella classica cinese, dai grandi maestri dell’haiku, Issa e Basho, fino ai maestri della dinastia T’ang, Li Bai e Tu Fu, accomunati dall’attenzione per la misura e dalla preferenza per le immagini piuttosto che per l’oratoria.
Il suminagashi è l’arte giapponese della marmorizzazione della carta (breve video). Diversamente dalle tecniche occidentali o turche, utilizza inchiostro (sumi) e acqua non trattata. Poiché l’inchiostro è molto più fluido, si lavora soffiando sulla superficie dell’acqua, talvolta con l’aiuto di una cannuccia. Le tecniche occidentali, invece, usano strumenti rigidi come un pettine di metallo. Per i colori, ho scelto termini occidentali pensando al suono e alla tonalità, descrivendo l’aspetto, non i pigmenti o i materiali veri e propri.
The Sad Art of Making Paper
In the morning, while the mist tries
to wind its way out of a forest
of birdcalls, the mockingbirds
imitate the sound of scythes
being honed.
It is time
for the women to harvest
grass for the papermakers,
time to tug at grass as lush
as their hair and tear
the leaves from the arms
of the mulberry trees.
So begins their pursuit
of beauty: leaves tumble
into barrels of water and lye,
the green tears of plants
steamed to the clarity of human tears.
Then, the same women take up
their pestels and pound the landscape
into pulp. Mashing daylight and daydreams
into a pale cold mass.
Only then will the men come to drown
their fruits in water, dispersing
the remnants of plants and the aches
of tired white arms.
And having dispersed them, they redeem
with their fine-meshed nets the tissue
of emptiness we now call paper.
It is this paper that captures
the Japanese moonlight. The corpse
of dead leaves on which Basho writes
about the fleetingness of beauty
and the dewdrop world.
By rivers, the monks paint
the soul of mulberry trees
on leaves that have forgotten
the arms from which they were torn.
To love beauty is to despair and so
the sword makers remind us by
etching chrysanthemums on their blades.
La triste arte dei mastri cartai
Al mattino, mentre la foschia
cerca di divincolarsi da una foresta
di canti d’uccelli, i mimi
imitano il suono delle falci
che vengono affilate.
È arrivata l’ora
in cui le donne raccolgono
l’erba per i mastri cartai,
quando tirano erba folta
come i loro capelli e strappano
le foglie dalle braccia
dei gelsi.
Comincia così l’inseguimento
della bellezza: le foglie cadono
nelle botti d’acqua e liscivia,
le lacrime verdi delle piante
al vapore diventano chiare come lacrime umane.
Poi, le stesse donne prendono
i pestelli e battono il paesaggio
fino a farne una polpa. Impastano la luce e le illusioni
in una massa pallida e fredda.
Solo allora arrivano gli uomini ad annegare
i frutti nell’acqua, spargendo con cura
i resti delle piante e le fatiche
delle braccia bianche e stanche.
E, dopo averli sparsi, fanno sorgere
nella rete fitta il tessuto
fatto di vuoto che ora chiamiamo carta.
È questa la carta che cattura
la luce della luna giapponese. Corpi
di foglie morte su cui Basho scrive
della fugacità del bello
e del mondo come goccia di rugiada.
Lungo il fiume, i monaci dipingono
l’anima dei gelsi
su foglie che hanno scordato
le braccia da cui vennero strappate.
Amare la bellezza è disperare,
ce lo ricordano i fabbri forgiatori
che incidono crisantemi sulla lama delle spade.

(Elaborazione di Andrea Clanetti di una xilografia della dinastia Ming che illustra la fabbricazione della carta secondo la tecnica descritta da Cai Lun nel 105 d.C., fonte)
Suminagashi 2
Swirl of blue
on trembling water’s skin
moved by slightest breath
or merest sigh
Wisps of rose madder
and cinnabar
uncoil like smoke
as slow as clouds
Spectacles of inky
cyclones’s eyes
expand, expend themselves
on this meter squared,
shallow liquid sky.
This is art
that tests the subtlety of air:
the mastery of birdlike brushes
and their tiny pointed tongues.
Dip them into cups
of thalo blue
or dark viridian
and with steady godlike hands
let them slip to float
on see-through
slow-mo water’s skin.
Then watch their mute tableaux
where pinwheel, teaspoon galaxies
resolve themselves into involuted
peacock’s eyes.
Suminagashi 2
Spirali d’azzurro
sulla tremula pelle dell’acqua
sospinte dal più lieve dei soffi
o da un sospiro appena
Filamenti di rosa di garanza
e di cinabro
si srotolano come fumo
con la lentezza di una nuvola
Lo spettacolo dell’occhio di un ciclone
fatto d’inchiostro
che si spande, svanisce
in un metro quadrato,
un cielo liquido e basso.
È un’arte questa
che mette alla prova l’astuzia dell’aria:
la maestria di pennelli come uccellini
dalle minuscole lingue appuntite.
Intingili in una coppa
di blu ftalo
o dello scuro verde viridiano
e, con mano sovrumana e salda,
falli galleggiare
sulla pelle trasparente dell’acqua
come al rallentatore
Guarda poi le composizioni mute
le girandole di minuscole galassie
che finiscono per imitare gli occhi
della coda di un pavone.

(Due pagine dei più ricchi manoscritti miniati dell’antico Giappone; argento, oro, colore e inchiostro su carta suminagashi, fonte)
Il mio amore per il libro
Le prossime due poesie parlano della mia vita come editore e della stampa in offset, che seguivo e che l’avvento dell’editoria digitale ha reso obsoleto. Il «nero ricco» è un termine tipografico per indicare un nero più profondo del «nero piatto». Si ottiene usando tutti i quattro colori di base: ciano, magenta, giallo e nero.
Typesetting Song
Your poems emerge,
the flash-white paper
still warm from
the spark of wire—
fusing fine black
powder into serif
and 10-point type.
How are you now?
The page numbers
are as minutes,
the letters,
year-long silences,
Are you happy
where you are?
ciphers that
separate,
I want to say,
symbols
for absence.
“I promise
to write.”
All in all,
poor substitutes
for the shimmer
of voice
and touch,
But I haven’t
written even once.
the memory of which
these letters call up
and must make do
for friendship.
Canzone della composizione tipografica
Le tue poesie stanno emergendo,
la carta candida, lucente
ancora tiepida della
scintilla del filamento—
che fonde la sottile polvere nera
e forgia le grazie
e i caratteri in corpo 10.
Come stai?
I numeri di pagina
sono come minuti,
le lettere,
silenzi che durano un anno,
Stai bene lì
dove sei adesso?
codici che
separano,
Vorrei dire,
simboli
dell’assenza.
«Ti prometto che
scriverò».
Tutto sommato,
pallidi surrogati
del riverbero
della voce
e del tatto,
Ma non ho scritto
nemmeno una volta.
ne evocano il ricordo
queste lettere
e devono bastare
al posto dell’amicizia.

(La Bottega del Tintoretto, Venezia, fonte)
Rich Black
To remember my love
for the printing press
Rich black the printers call it,
not the absence of color
but its indulgence
to lavish
4 inks for the pit, that hole
in the pupil of a captive
panther’s eye: black yes
of course but
cyan too, the postcard blue,
and magenta, that plangent
hint of blood, that sullen pink.
Then yellow last (and because
brightest, less) that stain of sun
or sunflower petal, just a touch of it,
a soft impression, fugitive
the way light plays on a surface.
Pressed together,
impressed, compressed
way past the common black
of a printed page,
pressed past paper
into the blotted eye of a squid,
the hundred shaded lids of night
the open-mouthed kiss
of the abyss
Nero ricco
In ricordo del mio amore
per le macchine da stampa
Nero ricco lo chiamano gli stampatori,
che non è assenza di colore, anzi,
bensì lo scialo
di impiegare
quattro inchiostri per il pozzo, il foro
nella pupilla dell’occhio
di una pantera in gabbia; certo, il nero,
si sa, ma
anche il ciano, l’azzurro delle cartoline,
e il magenta, quella punta sanguinolenta
e funerea, quel rosa smorto.
Il giallo per ultimo (e siccome è
il più squillante, di meno) una chiazza di sole
o dei petali dei girasoli, appena un po’,
un tocco leggero, evanescente
come la luce che gioca su una superficie.
Pressati insieme,
impressi, compressi
molto più in là del nero piatto
di una pagina a stampa,
pressati e stampati più in là della carta
dentro l’occhio maculato di una seppia
le palpebre della notte con cento sfumature
il bacio a labbra socchiuse
dell’abisso

