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Fillosofia — o della mente clorofilliana

02/02/2026

Fabrizio Blini

Dalle cattedre della scolastica medievale, San Tommaso d’Aquino insegnava che «l’arte è imitazione della natura nel suo modo di operare», antico fondamento filosofico (purtroppo dimenticato) e attuale manifesto green (purtroppo disatteso). La natura è madre quanto maestra, nelle sue classi ad alta efficienza didattica chiunque è ammesso, e benvenuto se dotato di tripla AAA: Attenzione, Ascolto, Attesa.

Nelle materie vegetali, la natura mostra l’armonia di grazia e ingegno in proporzioni auree, invita a leggere le foglie della sua enciclopedia, non a caso le specialità universitarie sono dette rami.

Il frattale del broccolo romanesco è l’espressione appetitosa del genio matematico del creatore. La squisita figura geometrica – da mina vegante – è da studiare e ripassare di continuo, soprattutto in padella con aglio e peperoncino o con la voluttuosa compagnia della salsiccia.

Non c’è bisogno di conferme di laboratorio per sapere che le noci fanno bene al cervello, la struttura del gheriglio nella scatola cranica del guscio lo evidenzia da sé.

Nessun designer saprebbe ideare un involucro più funzionale dell’arancia con la sua pratica confezione a spicchi, 100% riciclabile. La bomboniera del grappolo d’uva è il riferimento assoluto nell’arte orafa del cesello. E infiniti sono gli esempi: Deus sive natura.

Ma tra le magistrali lezioni che le piante impartiscono all’umanità, lode particolare merita la fotosintesi clorofilliana. Nel noto processo, le piante aspirano anidride carbonica e restituiscono ossigeno grazie alla luce del sole: vale a dire prendono il peggio circostante e lo riciclano in meglio. È un prodigio che sopravanza la chimica (che studia l’energia della materia), sembra appartenere all’alchimia (che studia l’energia delle forme). È aria pura è pura poesia, vera ispirazione per istruirsi nell’apprendistato della vita.

Un osservatore potrebbe far notare con Acutezza (la quarta A) che l’uomo non ha foglie – Cosa c’è da imparare? E poi come fa? Se mi attacco al tubo di una marmitta non è che poi esalo ossigeno, esalo l’ultimo respiro!

Certo, non fa una piega. Ma traducendo l’aspetto scientifico sul piano filosofico, la naturalezza del fenomeno che rigenera il tossico in essenza vitale diventa un modello etico di conoscenza, un cardine epistemologico per la formazione di una mente clorofilliana che pensa grazie alla luce dell’intelletto. Si può dire «fillosofia».

La mente clorofilliana minimizza le elucubrazioni, tende piuttosto alla respirazione della realtà.

«Pensare è un atto, sentire è un fatto» scriveva Clarice Lispector in L’ora della stella. Più si addentra nel reale, più rimuove le opinioni infestanti, avvicinando quel punto in cui la divisione del male e del bene è un esercizio difficile e il giudizio resta sospeso nell’aria, indivisibile.

Come nella fotosintesi, Il metodo tocca i sotterranei terrestri e accarezza la sostanza del cielo. Il processo non si ferma alla logica ma cerca una comprensione ulteriore. È una fusione tra essere e sapere in cui lo sguardo va al cuore delle cause e le cause al cuore di chi le guarda. In fondo la cultura stessa non che è un sedimento organico, ciò che resta quando le nozioni studiate evaporano.

La fillosofia è un sistema di raffinazione delle idee, «egosostenibile», una silenziosa e paziente osservazione in una paziente osservazione del silenzio, una purificazione che parte dalle radici (sì, d’accordo, l’uomo non ha radici, diciamo dalla pianta dei piedi) per irradiarsi alle cellule cerebrali e oltre: la mente clorofilliana educa a pensare fuori casa uscendo dall’habitat delle certezze, a incontrare l’Altro attivando l’olfatto della conoscenza.

Il pensare clorofilliano è quindi capacità di comprendere il negativo senza essergli contrari, di assorbire il male senza esserne sopraffatto ma facendone strumento di catarsi, via necessaria per la fioritura del bene, quello stato di pace che sappiamo essere immanente ma nessuno sa dov’è.

La mente clorofilliana condivide lo spazio di meditazione col giardinaggio spirituale, antica arte di respiro zen. Anche Adamo era un giardiniere, forse l’inconsapevole iniziatore del pensiero clorofilliano, così affezionato alle piante da tenere sempre una foglia con sé, vicino alle cose a lui più care.

Secondo Anassagora, la vita è il soffio divino che tutto ordina e anima, pneuma che tutto penetra, pan en panti. Le idee sono gas nobili mossi da assoluta reciprocità, come l’aria è dentro e fuori di noi, senza appartenenza, senza gravità soggettive: la mente deve solo aprire le finestre per fare riscontro. Dato lo stato aeriforme del pensiero, la mente clorofilliana tende alla leggerezza, alla freschezza cerebrale, all’ironia che profuma le parole: è una mente piperita.

L’ironia è una qualità d’attenzione, l’attitudine a portare la profondità in superficie, la verità alla luce — come la clorofilla — ma sotto mentite foglie. E questa leggerezza, non futile ma consapevole, ossigena i neuroni, restituisce boccate di purezze smarrite: quando si dice avere un’aria intelligente.

Dicono che parlare alle piante faccia bene, ma è meglio ascoltarle, imparare la loro comunicazione — l’azione del mettere in comune — la condivisione dell’aria, che è l’elemento più comune del mondo. E si ricordi la legge sempreverdissima dell’eccellenza vegetale: «Le case senza piante sono un mortorio, le piante senza casa fanno un vivaio».

In questo tempo che ha moltiplicato la quantità delle informazioni ma non la qualità delle conoscenze; che soffoca l’etere con una cappa di chiacchiere sottili, la mente clorofilliana non è un’opzione ma una necessità: è la transizione ecologica a dimensione individuale.

È l’esame di naturità.

Fabrizio Blini