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L’utopia è un posto libero per il parcheggio

27/03/2026

Fabrizio Blini

La fede nel progresso è oggi un sottofondo etico. Nell’era ipertecnologica, l’idolo della mente lucida come l’acciaio ha illuminato l’ombra delle credenze dissolvendo le utopie dello spirito. Il progresso è chiaro, apodittico, non si discute. Nonostante la spessa letteratura che figurava scenari distopici — la contemporaneità ricorda lo stato di sorveglianza di Orwell e il Mondo Nuovo di Huxley piuttosto che l’armonica società di Thomas More o la solare città di Campanella — anche gli scettici, i pessimisti si sono adagiati nel sistema e nessuno rinuncia alle facilità del totalitarismo morbido: ne siamo tutti alfieri ostentando quotidianamente inespiantabili feticci hi-tech. Chi osa l’audacia eretica di contestare le «magnifiche sorti e progressive» è retrocesso al medioevo.

La questione sul si stava meglio quando si stava peggio è oziosa. Il progresso va così, e soprattutto non torna indietro: apre il cervello e confonde; entusiasma e opprime, evolve e involve; infine abitua, impigrisce. La domanda attuale non riguarda tanto la possibilità di un mondo migliore, quanto la capacità d’immaginarlo. Siamo ancora in grado d’Illuderci d’immenso?

Quando il progresso era giovane non era molto simpatico, disprezzava il passato, sminuiva il sacro, costringeva la conoscenza in un recinto di concretezze da cui il sentimento scappava di continuo. Il limite della scienza era il sapere ex acto che riduceva il vero a verificato relegando a margine il non dimostrabile, così declassato a fantasioso. Ciò che era provato dalla scienza era privato dello spirito. Perciò lo sfizio utopistico resisteva in filigrana, segno di una languidezza dell’anima — ancora divisa tra cielo e terra — deviata in succedanei di magia.

Qualche esempio.

Il secolo dei lumi, che afferma la ragione, accende le abat-jour dell’occultismo, dà successo a illusionisti, sensitivi e mistificatori alla Cagliostro (fonte dell’immagine) che circuiscono le menti ai tavoli delle sedute spiritiche. Dopo la rivoluzione pasteuriana, da cui origina la clinica con una medicina efficiente, tornano di moda i guaritori perché l’asepsi ambulatoriale non cura il morale. Nell’Europa industriale delle catene di montaggio e dei labirinti burocratici nasce il gusto del fantastico, la voglia d’evasione, l’idea di «tempo libero» (tacita ammissione di un tempo imprigionato).

La scienza prototecnologica è brava, dotta, rassicurante nel suo camice stirato, sa come funziona il cuore però non lo fa battere, salva la vita ma non la rende felice. Lo «scientificamente corretto» è un coniuge ideale, l’ottimo partito con cui sistemare i neuroni, ma il nozionismo enciclopedico non intriga, dopo un po’ fa sbadigliare come i documentari sui coleotteri (a volte, per rendersi attraente, lo scienziato in papillon lancia molliche di sapere a grandi e piccioni, curiosità alla forse non tutti sanno che: «Un’equipe di ricercatori dell’Università di Atlanta ha scoperto che innaffiando una piantina di gerani con la Coca-Cola nelle tre settimane che precedono la fioritura, allo schiudersi dei boccioli i fiori ruttano»).

L’eccesso di logica mette le grate alla finestra del sogno vietandogli l’ingresso nella realtà, rimane estranea ai buchi neri dell’intimità che affiorano posando la testa sul cuscino, trascura la sfera del segreto, il desiderio di un amore, di un amore segreto, qualcosa che superi le soddisfazioni pratiche e sazi il recondito profondo. Cuore e testa: eterna coppia in crisi: «Testa, tu non mi capisci!»

Alla gente è sempre piaciuto più l’altro, il Caso, il bel tenebroso, anche se infido, infedele e imprevedibile. Il Caso tira di più, è più sexy. Il popolo stima la scienza ma poi la tradisce col primo ciarlatano che capita, si fa raggirare da ipotesi astrali e astruse, dalle profezie di negromanti, cartomanti, chiromanti che fanno appunto rima con amanti, perché in fondo ciò che seduce è il mistero, lo sconosciuto, «quel certo non so che». È il magico il primo amore e lo si ama in eterno.

La gente è scaromantica, supersfiziosa. Credere, pur in forma distorta, è un istinto che divora la ragione. Quando si tratta di chiedere un miracolo si tocca il cornetto, s’invoca un santo di convenienza, una madonna part-time, un pendolino.

Il conflitto tra ragione e sentimento, tra sacro e profano è stato nei secoli il lievito madre delle utopie: quelle nostalgiche rivolte al mito, alla ricerca di Atlantide (fonte dell’immagine); quelle prospettive, innovatrici proiettate al futuro; nel mezzo fiammanti utopie sociali rivoluzionarie, anarchiche.

Ma il progresso è inesorabile: gli è bastato un secolo per colonizzare ogni angolo del pianeta e dell’inconscio collettivo. Crescendo si è fatto furbo, diabolico, ha imparato a corrompere con lusinghe, miraggi, ascensori. Vuoi l’utopia? Eccomi, sono io. Per soddisfare il desiderio del topos ideale ha fabbricato sogni di cielo e di terra. Ha stupito l’universo conquistando la luna, cosa desiderare di più? Ha addomesticato le masse inventando una comfort zone in cui l’umano delega la vita: alle macchine il lavoro, ai computer la memoria, alla pubblicità i desideri, all’algoritmo il giudizio, che alla fine ci si chiede: cosa fa l’umano tutto il giorno? È più preoccupante l’ibridazione uomo-macchina o l’ibridazione uomo-divano?

Condizione necessaria all’utopia è la capacità visionaria, il coraggio morale, il pensiero critico. Il medio benessere produce società antieroiche, abitate da esseri separati in cellule individuali indifferenti, filosoficamente abulici, indaffarati in una quotidianità formattata in confezioni apri e gusta. Chi fa la rivoluzione quando c’è il black Friday, lo shopping del sabato e domenica la partita? E poi c’è traffico. Le utopie moderne sembrano quegli uccelli dalle ali atrofizzate che un tempo volavano e ora razzolano. Perché impegnarsi per un altrove senza garanzia quando basta fare clic per beccarlo dalla propria mano?

La moltiplicazione dei media digitali ha sfoggiato un caleidoscopio di visioni seriali in dosi massicce che ha saturato l’immaginazione, sedato il potenziale utopico, ipnotizzato lo sguardo. I sogni a occhi aperti non sono più il vizio solitario dell’ignavia ma uno spaccio di prodotti digitali che dà dipendenza. Ormai nessuno insegue più la propria felicità ma i simboli sociali della felicità, si è felici sotto dettatura (o dittatura). L’umanità ha smesso di vagheggiare l’isola che non c’è, troppa fatica. Lo spazio utopico si è ridotto in forme prossime e minuscole: controfigure zodiacali, sogni low cost, fanatismi inferiori. L’utopia è il parcheggio sotto casa, l’utopia è smart (o SUV, Sport Utopian Vehicle).

Sotto la volta stellare, pochi contemplano il cielo, tutti guardano Sky, fantasticano al ribasso, sul cellulare, scommettendo sulla volta buona, inviando desolate richieste di amicizia al destino (fonte dell’immagine). Ammirano le ghirlande colorate dei gratta e vinci, le comete delle lotterie sperando di ricevere una pacca sul culo dal nume dei numeri o dall’ancella della fortuna. E restano delusi, ma quella minima quantità di pensiero oppiaceo fa sopravvivere nell’ovile della civiltà: si potrebbe anche dire «utopia di gregge», la forma del desiderio unico, una condizione standard che si verifica quando la mente diventa passiva, disfunzionale, assuefatta alle illusioni di tendenza.

A febbraio 2026 si è svolto in India un importante summit internazionale per valutare l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla vita umana e mediare l’entusiasmo per il progresso tecnologico con l’allarme del regresso morale. L’ascesa dell’intelligenza artificiale, rapidissima e incontrollata, ha provocato una rivoluzione all’ennesima potenza che ci ha catapultato nel tecnocene senza consapevolezza: non è un upgrading fisiologico ma una mutazione dell’esistenza. I chatbot non sono solo pozzi di sapere a cui chiedere informazioni o simpatici interlocutori con cui fare amicizia, gli agenti AI sono un esercito in grado di manipolare l’intelligenza planetaria e sostituire i processi cognitivi trasformandoci in esseri liberi di pensare ma incapaci di farlo (e chi comanda questi apparecchi di ultima generazione che possono sterminare l’ultima generazione di esseri umani?)

La sfida urgente non consiste solo nel preservare il lavoro che la tecnologia sottrae distopicamente alle persone ma rifondare lo stato indipendente dell’intelletto umano. Più che vagare in realtà incerte, senza meta e senza parcheggio occorre rallentare, scendere dalle macchine, rimettere i pensieri a terra e rialzare lo sguardo verso un’utopia necessaria: un posto libero dove mettere il cervello.

 


 

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Fabrizio Blini