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Tecnica e utopia: pensieri semplici in tre atti

27/03/2026

Adelino Zanini

Prologo

Nel linguaggio comune, il termine utopia ha almeno due significati: uno negativo – indice di qualcosa di irrealizzabile – e uno positivo, sinonimo di grandi speranze in un futuro migliore, perché radicalmente diverso dal presente. Vi è altresì una sfumatura intermedia, che consiste nel guardare al futuro con l’aspettativa di un possibile miglioramento, connesso soprattutto al progresso scientifico e tecnologico. I tre atti che seguono si focalizzano su questa sfumatura, al fine di ragionare, in termini essenziali, sui rapporti fra tecnica e agire umano.

Atto primo

Un’importante opera del secondo Novecento filosofico si apre con la ci­ta­zione del primo stasimo del Coro dell’Antigone di Sofocle, il cui inizio recita:

Molte ha la vita forze
tremende; eppure più dell’uomo nulla,
vedi, è tremendo.

L’opera è Il principio responsabilità, l’autore Hans Jonas, l’intento: indicare una sorta di antici­pato, anti-utopico ammonimento circa il potere dell’agire umano nei confronti del cosmo. Infatti, si può certo cogliere in «eppure più dell’uomo nulla» un’esaltazione del prodigio umano, ma con un tono contenuto, persino im­paurito, per­ché l’uomo vi appare comunque piccolo se com­misurato agli ele­menti che sfida.

L’immagine svanisce, però, nel momento in cui la tec­nica moderna muta radicalmente il potere dell’agire umano, assumendo addirittura una rilevanza etica, in virtù della centralità che essa occupa nella progettualità umana. Non è più ragionevole affidarsi a un’idea di progresso cu­mulativo, u-topico. Anzi, solo la cautela insita in un principio-responsabi­lità, in un’etica anti-utopica, potrebbe indurci a sperare di preservare non solo l’uomo, ma anche l’idea di uomo.

La lezione di Martin Heidegger – di cui Jonas fu allievo – è palese. D’altra parte, lo scenario delineato dalle distopie Novecentesche è molto ampio; e resta una questione aperta dare un senso definito al termine-concetto «utopia», che oscilla tra l’impossibile e il non-ancora… Però, non è que­sto il punto nell’argomentazione di Jonas. L’agire umano è mutato non solo a causa di «un di più», ma di «una differenza» costitutiva, antropologicamente irriducibile. Tale differenza risiede nel fatto che la tecnica non è più un mero ap­parato tecno-logico da usarsi, bensì una questione che riguarda l’essere umano e che è consustanziale alla natura umana.

Antropologicamente irriducibile significa che la tecnica moderna non è più inte­ramente soggetta alla vo­lontà e alla decisione umane. Dunque, non è più riducibile agli usi possibili. Utopico è pensare di poter deciderne liberamente gli usi. La libertà di fare a meno della tecnica non è affatto data. La tecnica non è solo strumento. Non è solo parte dell’esperienza umana, bensì esperire umano.

Eppure, l’esperire umano differisce e questo differire è amplificato dalla tecnica, che crea allo stesso tempo utopie e diseguaglianze. Ebbene, ha un senso concreto riferirsi a questo esperire/differire, o non è piuttosto una costruzione para-filosofica? Un gergo quasi fastidioso?

Atto secondo

Nella mia lunghissima esperienza di docente ho avuto, tra le altre opportunità, quella d’insegnare per un quinquennio Bioetica alla Facoltà di Scienze naturali dell’ateneo di Ancona. Fu un’esperienza molto bella. Io, neofita rispetto alla disciplina, con studi filosofici alle spalle, ma del tutto ignaro dei fondamenti tecnici della bio­logia, mi sentii dapprima osservato, quasi fossi un corpo estraneo. Poi, classi curiose e preparate mi seguirono, con interesse e partecipazione via via crescenti. Sino a un certo punto, fu uno scambio tra eguali: gli studenti ascoltavano me, io imparavo dalle loro domande.

Poi, il nodo: la tecnica nella riflessione della filosofia Novecentesca, il suo non essere mai riducibile agli usi possibili; da cui, l’ingenuità della credenza secondo cui essa non sarebbe stata né buona, né cattiva, perché possono essere buoni o cattivi solamente gli usi decisi da uomini e donne in camice bianco o in doppiopetto blu.

Ai miei studenti e alle mie studentesse, egregiamente formati secondo un sapere scientifico rigoroso, mettere in discussione la neutralità della tecnica, pareva voler dire mettere in discussione la verità scientifica. Non perché non ammettessero l’operare di interessi economici e di altri condizionamenti nell’ambito della ricerca stessa, bensì perché sembrava loro che uno sfruttamento im­proprio di una conoscenza rigo­rosa non avrebbe affatto compromesso la conoscenza stessa, la sua verità scientifica.

Il nodo però non era questo. Fu presto evidente quando nel nostro dialogare, al di là dei principi filosofici ed epistemologici, iniziammo a ragionare sulle «forme di vita»: nascere, crescere, morire; salute, cura, malattia; vita, morte. La loro utopica idea di conoscenza scientifica neutrale dovette qui misurarsi non solo con valori, concezioni del mondo, etiche, interessi, ma anche e, soprattutto, con l’im­possibilità di pensare quelle forme di vita distintamente dalle tecniche che moder­namente e socialmente le inverano.

Perché fu ben presto chiaro che l’esperire umano era indistinguibile dalla tecnica anche – e persino ancor più – laddove si cer­casse di rinunciarvi. Tipiche le molte complesse situazioni connesse al fine vita: ai sussidi man­tenuti a di­spetto di tutto. L’agire tecnico fatica ad accettare l’astensione-da, perché risulta pur sempre un non-fare. Per non dire di quello che si potrebbe defi­nire un fare-a-rovescio: non solo astensione-da, quindi, ma facilitazione-a. Ideo­logie e valori, certo. Ma non solo.

Si potrebbe pensare che tutto ciò rinvii semplicemente a diversi sistemi valoriali o a logiche economiche che, appunto, è difficile ignorare. Entrambi contano, eccome; ma non permettono di sciogliere il nodo. E non è nemmeno necessario seguire sino in fondo la riflessione di Hans Jonas per doverlo ammettere. Decidere gli usi possibili comporta infatti una razionalità che appartiene non al solo agire umano astrat­tamente concepito come informato e responsabile, ma a un agire che è situato e tec­ni­camente razionale. E questo per la semplice ragione che non c’è forma di vita che non sia costantemente attraversata dalla ratio tec­nica – la quale non è perciò solo tecno-logia, strumento, dispositivo. È esperire umano.

Atto terzo

Non di rado le distopie hanno fatto riferimento a una vera e propria autonomia della tecnica: un sistema di macchine in grado di auto-istruirsi. L’intelligenza artificiale, ad esempio? Parrebbe. Però, tale autonomia è rilevante solo se si stabilisce rispetto a chi essa è divenuta rilevante o potrebbe divenirlo. Altrimenti, rimane la cata­strofe.

Certo, l’ipotesi è legittima, soprattutto se messa in relazione con ciò che appare evidente: un agire calcolante, economicamente preponderante, fondato su e produttore di disegua­glianze crescenti e di impatti ambientali palesemente inso­stenibili e irreversibili. Tuttavia, il problema non è riducibile a «l’uso capitalistico delle macchine», per quanto cruciale esso sia stato e sia, in forme varie e mutate.

Torniamo perciò al quesito. Se l’esperire umano differisce e questo differire è amplificato dalla tecnica, che crea utopie e diseguaglianze, ciò accade anche o solo econo­micamente (e quindi politicamente)? Insomma, ciò che si è storicamente imposto non è il legame tra tecnica ed econo­mia? E tale legame non si è imposto sulla base di in­teressi politici e sociali anch’essi storicamente definiti? Ovvia­mente sì, ma l’etno-antropologia insegna che non è solo così o che non è sempre stato così.

La domanda filosofica appena abbozzata resta perciò rilevante. E tocca l’utopia. Bronisław Baczko, nel suo importante studio dedicato alle rappresenta­zioni utopiche in età illuministica, osserva che quando si consideri l’idea di progresso sviluppata, ad esempio, da un autore quale Condorcet, è palese come l’utopia non fosse un’al­ternativa alla scienza. Anzi: storia e utopia potevano essere tenute insieme proprio gra­zie a un discorso sul progresso che pretendeva di essere scientifico.

Certo, dopo quanto detto sopra, non si può ricavarne una generalizzazione. Però, è nelle cose che ai pro­gressi del sapere scientifico si abbini anche un’aspettativa, frutto di comparazioni pos­sibili tra un prima e un ora — e ciò legittima la speranza in un dopo. Il punto non è quindi la fondatezza di un’idea di progresso che abbia le tinte di una sobria utopia, bensì l’igno­ranza delle condizioni alle quali quell’idea dovrebbe invece atte­nersi, nella consapevolezza che la tecnica (invera­mento del sapere scientifico e suo pre­supposto) non è mai semplice strumento a di­sposizione per l’uso.

Opere citate

Hans Jonas. Das Prinzip Verantwortung: Versuch einer Ethik für die technologische Zivilisation (Suhrkamp, 1979, nuova edizione 1984). Trad. it.: Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (Einaudi, 2002).

Bronisław Baczko. Lumières de l’utopie (Payot, 1978). Trad. it.: L’utopia. Immaginazione sociale e rappresentazioni utopiche nell’età dell’illuminismo (Einaudi, 1979).

Le immagini provengono dalla collezione del Science Museum di Londra (fonte)

 


 

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Adelino Zanini