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Allegorie orlandesche

27/03/2026

Diego Marani

La Commedia dantesca è il totem della cultura italiana e con l’istituzione del Dantedì nessuno può più sbullonare il sommo poeta dal suo piedestallo. Ma c’è un altro poeta italiano, più gioioso e non per questo meno profondo che da ferrarese mi sento di celebrare ed è l’Ariosto con il suo Orlando Furioso.

L’Orlando Furioso ha sempre avuto la reputazione di poema leggero rispetto a quel colosso che è la Divina Commedia. L’eloquenza di Dante, il senso di veridicità che il suo racconto ispira, la potenza e la spettacolarità delle scene non hanno pari nella storia della poesia. L’immaginario mondo ultraterreno descritto nei suoi versi diventa reale. Il paesaggio di gironi e bolge ci sembra di vederlo e quasi temiamo un giorno di vederlo davvero, tanto è veritiero il racconto. Le pene inflitte ai dannati le sentiamo sulla nostra pelle con raccapriccio e sono forse solo le beatitudini e le glorie del paradiso a trovarci meno sensibili, perché mentre il peggior male sulla terra esiste e lo possiamo sperimentare, il sommo bene non l’abbiamo mai visto e non è facilmente immaginabile. Ma anche lì, nei cieli eterni, cherubini e serafini ci sembrano esseri reali e restiamo stregati dall’aura di beatitudine che Dante riesce così bene a suscitare.

Ariosto invece descrive un mondo onirico e sfuggente, che appena cantato sembra scomparire come una visione, un inganno della mente. I suoi cavalieri, pure armati e possenti, li percepiamo sempre come favolosi, nel senso di appartenenti al mondo della favola. Le sue creature soprannaturali, dall’orca all’ippogrifo, pur così vivamente descritti, non perdono mai le sembianze di mostri di carta pesta, di macchine circensi. E tutto il poema ha un tono un po’ di presa in giro, con questo Carlo Magno che non riesce a tenere a bada i suoi paladini, che gli sfuggono da tutte le parti e invece di servire la nobil causa si perdono nelle loro passioni, gelosie e rivalità. Ma è proprio nel gioco e nello scherzo la profondità di Ariosto, nel renderci i suoi personaggi così vicini a noi per la loro fragilità e per i loro difetti. Qui non c’è la durezza delle figure dantesche, tutte d’un pezzo nel dolore o nella beatitudine. Non c’è il loro parlare scolpito e memorabile. I personaggi ariosteschi non pronunciano motti fatali, non pensano mai all’aldilà. Tutto qui è vilmente e gioiosamente terrestre, a misura d’uomo perfino nel prodigio. E proprio come tutto quel che è umano, è effimero, passeggero. A richiudere il poema ariostesco sembra che tutto il suo mondo si dilegui con l’ultima pagina, come la nostra esistenza su questa terra.

È un peccato che, messo in ombra dalla Divina Commedia, il poema dell’Ariosto sia sempre meno letto dagli italiani. Le sue ottave hanno ancora molto da dirci, nascondono passaggi e offrono sempre nuove chiavi di lettura. Una fra queste è la vivida allegoria dell’Europa moderna che si nasconde fra le sue trame. E a sorprenderla vengono in mente due cose: o che l’Europa è sempre quella, anche cinquecento anni dopo, oppure è il poema che per la sua natura ogni volta si attaglia alle nuove forme che prende il vecchio continente e come tutto quel che ha pregio, non invecchia mai.

Come si sa, la vicenda dell’Orlando Furioso si dipana in un’Europa messa sottosopra dalla guerra fra cristiani e saraceni, un’epopea che rispecchia quell’altra Europa, ugualmente turbolenta, del tempo di Ariosto. Il poema del resto racconta esplicitamente le recenti guerre condotte dal ducato di Ferrara, ad esempio la battaglia di Ravenna e quella della Polesella, l’una contro il Papa e l’altra contro Venezia. L’Europa ariostesca è instabile, insicura, campo di battaglia ma anche terra di prosperità e cultura. E’ un mosaico di potenze informi, dalle frontiere indefinite e mobili, dominii effimeri che si gonfiano e poi scoppiano, un continente catapultato dalle scoperte geografiche verso distanze sconfinate che però si tirano vicine come un elastico nelle corse incessanti dei paladini ariosteschi. E’ un’Europa spiazzata, che non è più il centro del mondo, in balia della prima globalizzazione portata dalle navigazioni transoceaniche. E allora come non vedere in questa Europa cavalleresca un’allegoria della nostra? Proprio come accade oggi, la varietà dell’Europa anziché aggiungerle forza, sembra diluire la sua potenza. Così nel poema ariostesco suona subito ridondante e dispersiva la rassegna delle forze alleate che sfilano a Londra davanti a Rinaldo venuto a chiedere rinforzi per Carlo Magno: le truppe di Sufolcia, Esenia, Norbelanda, Arindelia, Barclei, Marchia, Ritmonda, Dorsezia, Antona, Devonia, Vigorina, Erbia Osonia, Battonia, Boccingamia, Sarisberia, Trasfordia, Childera e Sormosedia si preparano al primo, vero sbarco in Normandia della storia europea con poca convinzione e molta improvvisazione. Come i nostri 27 paesi che disordinatamente oggi si allineano cercando di fare fronte comune contro la minaccia russa e l’ingerenza americana.

Anche nell’Europa ariostesca tutto il male viene dal sud, dagli innumerevoli regni barbari i cui sovrani dai nomi rutilanti, nell’elenco del canto XV fanno da contrappeso alle schiere alleate: Falsirone, Stordilano, Tesira e Baricondo, Madarasso, Maricoldo, Matalista, Malgarino, Balinverno, Malzarise, Branzardo e Bucifarre. Re di paesi lontani, di un mondo esterno incommensurabile quanto il moderno Oriente che oggi irrompe in casa nostra, una nebulosa di luoghi mai sentiti prima in cui vorticano indistintamente minacciose diversità e, pur così lontane, ci soffocano con la loro brulicante presenza. Nel poema ariostesco questa varietà di guerrieri incalza l’Europa nell’assedio di una Parigi che assomiglia molto alla nostra Bruxelles. Capitale al tempo stesso strapotente e impotente di un impero, quello dell’Unione europea, incapace di far sentire il suo imperio. Simbolo dell’Europa dominio del bene che non sa tradurre la sua nobiltà di spirito in atto e resta solo ideale. Come la Parigi immaginaria del Furioso, cuore dell’Occidente, Bruxelles è assediata da amici e nemici e al tempo stesso non merita il nome di capitale che porta e le aspettative che suscita.

E in tutto questo gioco di specchi chi altri può essere Carlo Magno se non un ugualmente impotente Emmanuel Macron? L’imperatore è incapace di riportare all’ordine i suoi paladini disobbedienti come il Presidente francese non riesce ad allineare gli altri capi di stato sempre reticenti a scendere in campo per l’Europa se è lui che la comanda. Meglio disertare e sottrarsi alla pur decisiva battaglia se c’è in giro un altro Napoleone sotto mentite spoglie. Così però nessuno pensa al bene comune e tutti corrono dietro al miraggio di Angelica, bellezza irraggiungibile e capricciosa, che qui potrebbe essere l’ineffabile Nazione, sull’altare della quale, con due suicide guerre mondiali, l’Europa ha sacrificato la sua potenza e il suo dominio del mondo.

Perché i paladini non si litigassero la principessa, Carlo Magno l’ha affidata a Gano di Magonza, che poi si è rivelato un traditore. Ma Gano di Magonza non è forse tedesco come quella Germania sempre infida? Ci faceva paura per il troppo pacifismo e ora ci fa di nuovo paura perché si riarma. L’eterno problema con i tedeschi è continuano a essere romantici. Tutto coincide nell’ordito del poema. E noi italiani nell’Europa del Furioso come in quella vera siamo puntualmente messi in castigo. I seguenti versi dell’Ariosto potrebbero perfettamente riferirsi all’Italia di oggi:

Or Dio consente che noi siàm puniti
da populi di noi forse peggiori,
per li multiplicati ed infiniti
nostri nefandi, obbrobriosi errori.
Tempo verrà ch’a depredar lor liti
andremo noi, se mai saren migliori,
e che i peccati lor giungano al segno,
che l’eterna Bontà muovano a sdegno

Nel Furioso, che è storia di fughe e viaggi, la geografia ha una parte importante. Conosciamo i luoghi tipici del poema: il palazzo, luogo di illusione e inganno; la Luna, luogo altro e speculare alla terra dove si ammassa tutto quel che qui manca; e la foresta, luogo di smarrimento dove si consuma la follia di Orlando. Ma c’è un altro luogo che serve spesso da perno alle svolte narrative del poema: l’isola. L’isola è nel Furioso luogo della meraviglia e della magia, luogo dove si risolvono e si sbloccano le occlusioni della storia, l’ultimo appoggio prima di ogni grande salto acrobatico dei personaggi. Ed è nella dimensione doppiamente ingannevole dell’isola che più perfettamente si consuma la più profonda differenza fra il poema dantesco e quello ariostesco: il viaggio. Mentre Dante viaggia per conoscere, scortato da Virgilio in un’ascesa di saggezza e completamento, i personaggi dell’Ariosto viaggiano per perdersi ancora di più e per conoscere sempre meno, inseguendo o fuggendo anziché essere scortati.  Mentre nel poema dantesco, con l’avvicinarsi al numinoso tutto si placa e si ricompone, nel poema ariostesco l’accumularsi di prodigio anziché conferire saggezza o pace dell’animo suscita una specie di blocco. Ad esempio Astolfo, dopo essere stato redento da Melissa, è letteralmente paralizzato dai troppi poteri che la maga gli dà. Il libro degli incanti, il corno magico e il prodigioso cavallo Rabicano catapultano il duca inglese in un vortice di imprese, prima contro Orrilo e poi contro Caligorante, che non hanno nessun fine e diventano una specie di distrazione dalla sua missione principale. Così mentre Dante costruisce simmetrico la sua piramide di gironi e sfere, Ariosto srotola senza più controllarle spire infinite di storie inconcludenti. Un arcipelago di storie che i paladini solcano senza sosta veleggiando dall’una all’altra isola.

Tornando appunto alle nostre isole, la prima del poema è la spaventosa Ebuda, dove Angelica e poi Olimpia sono tenute prigioniere:

Bisogna, prima ch’io vi narri il caso,
ch’un poco dal sentier dritto mi torca.
Nel mar di tramontana invêr l’occaso,
oltre l’Irlanda una isola si corca,
Ebuda nominata; ove è rimaso
il popul raro, poi che la brutta orca
e l’altro marin gregge la distrusse,
ch’in sua vendetta Proteo vi condusse

Ebuda è oltre l’Irlanda, quindi ancor più distante da un luogo che già era ai margini dell’Europa di oggi e di allora, ma al centro del mondo mitologico del ciclo bretone da cui Ariosto si ispira. L’Irlanda è l’isola verso cui si lascia andare alla deriva Tristano, ferito dal Morholt ed è in Irlanda che avrà la prima visione di Isotta. E gli irlandesi stessi si dicono originari di altre isole, ancora più settentrionali, come se al settentrione e all’insularità non vi fosse mai fine.

Ebuda è luogo di supplizio, votato solo a quello. E’ un covo di malvagità e mostruosità, come un’altra isola del poema, l’Islanda, che Ariosto dice portava anche il nome di isola Perduta.

Viene poi l’isola ingannatrice del palazzo di Alcina. Non è un’isola ma una balena in false sembianze. E qui ritroviamo una figura ricorrente nell’immaginario europeo. L’aspidochelone, il mostro marino metà bestia, metà isola imperversa nelle saghe norrene come nelle favole persiane, è lo Zaratan che ispirerà anche Melville per la sua balena bianca.

VI, 37

Veggiamo una balena, la maggiore
che mai per tutto il mar veduta fosse:
undeci passi e più dimostra fuore
de l’onde salse le spallacce grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch’era ferma e che mai non si scosse:
ch’ella sia una isoletta ci credemo,
così distante a l’un da l’altro estremo.

La fata malvagia trae in inganno Rinaldo e Ruggiero con la trappola dell’isola finta. Miraggio, mistificazione, la balena travestita da isola semina altra incertezza e diventa il motore di un ulteriore rapimento dei tanti che segnano il poema. Qui è Ruggiero che racconta:

39

Ci venne incontra con allegra faccia
con modi graziosi e riverenti,
e disse: – Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri alloggiamenti,
io vi farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti differenti:
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran più che non ha stelle il cielo.

40

E volendo vedere una sirena
che col suo dolce canto acheta il mare,
passian di qui fin su quell’altra arena,
dove a quest’ora suol sempre tornare.
E ci mostrò quella maggior balena,
che, come io dissi, una isoletta pare.
Io, che sempre fui troppo (e me n’incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.

41

Rinaldo m’accennava, e similmente
Dudon, ch’io non v’andassi: e poco valse.
La fata Alcina con faccia ridente,
lasciando gli altri dua, dietro mi salse.
La balena, all’ufficio diligente,
nuotando se n’andò per l’onde salse.
Di mia sciocchezza tosto fui pentito;
ma troppo mi trovai lungi dal lito.

Ma l’isola è anche seme primigenio, cuore di un luogo, scrigno della sua essenza più intima. Per Jung l’isola è l’utero materno e ritirarsi su un’isola è un gesto che simboleggia un regressum ad uterum, una ricerca delle origini. Così di Parigi Ariosto scrive:

104

Siede Parigi in una gran pianura,
ne l’ombilico a Francia, anzi nel core;
gli passa la riviera entro le mura,
e corre, ed esce in altra parte fuore.
Ma fa un’isola prima, e v’assicura
de la città una parte, e la migliore;
l’altre due (ch’in tre parti è la gran terra)
di fuor la fossa, e dentro il fiume serra.

L’isola è dunque la parte migliore della città e ogni città che si rispetti deve avere un’isola se Ariosto fa menzionare a Rinaldo che passa in barca per Ferrara l’isola oggi scomparsa del Belvedere:

55

– O città bene aventurosa (disse),
di cui già Malagigi, il mio cugino,
contemplando le stelle erranti e fisse,
e costringendo alcun spirto indovino,
nei secoli futuri mi predisse
(già ch’io facea con lui questo camino)
ch’ancor la gloria tua salirà tanto,
ch’avrai di tutta Italia il pregio e ‘l vanto. –

56

Così dicendo, e pur tuttavia in fretta
su quel battel che parea aver le penne,
scorrendo il re de’ fiumi, all’isoletta
ch’alla cittade è più propinqua, venne:
e ben che fosse allora erma e negletta,
pur s’allegrò di rivederla, e fenne
non poca festa; che sapea quanto ella,
volgendo gli anni, saria ornata e bella.

Anche la rocca della fata Logistilla, se non viene definita propriamente un’isola, è circondata dall’acqua. Nella mitologia spesso le isole sono territorio di maghe, fate o sacerdotesse, come Creta che era l’isola sacra dei greci ma anche covo del Minotauro e dunque simbolo del labirinto, dell’inganno, della strada perduta.

Ecco come Ariosto descrive la rocca di Alcina:

X, 43

(…)
Intanto a quello stretto, onde si varca
alla fata più bella, è Ruggier giunto;
dove un vecchio nochiero una sua barca
scioglier da l’altra ripa vede, a punto
come, avisato e già provisto, quivi
si stia aspettando che Ruggiero arrivi.
44

Scioglie il nochier, come venir lo vede,
di trasportarlo a miglior ripa lieto;
che, se la faccia può del cor dar fede,
tutto benigno e tutto era discreto.
Pose Ruggier sopra il navilio il piede,
Dio ringraziando; e per lo mar quieto
ragionando venìa col galeotto,
saggio e di lunga esperienza dotto.

Dopo la sconfitta di Biserta, il sovrano saraceno Agramante medita di togliersi la vita, ma sull’isoletta deserta fra l’Africa e la Sicilia dove ripara, ritrova fiducia in se stesso. E assieme al suo compagno d’armi Gradasso, si prepara a sfidare Orlando a duello:

XL, 43

Il re Agramante all’oriente avea
volta la prora, e s’era spinto in alto,
quando da terra una tempesta rea
mosse da banda impetuoso assalto.
Il nocchier ch’al governo vi sedea:
– Io veggo (disse alzando gli occhi ad alto)
una procella apparecchiar sì grave,
che contrastar non le potrà la nave.

44

S’attendete, signori, al mio consiglio,
qui da man manca ha un’isola vicina,
a cui mi par ch’abbiamo a dar di piglio,
fin che passi il furor de la marina. –
Consentì il re Agramante; e di periglio
uscì, pigliando la spiaggia mancina,
che per salute de’ nocchier giace
tra gli Afri e di Vulcan l’alta fornace.

L’isola è dunque a pieno titolo uno dei luoghi portanti dell’Orlando Furioso. Tanto più che la scena finale del poema si svolge proprio su un’isola: Lampedusa. Ed ecco una nuova, potentissima allegoria. L’invasione saracena dell’Europa ariostesca diventa lo specchio delle migrazioni odierne. Anche noi ci sentiamo invasi e sentiamo l’Islam come una minaccia della nostra integrità continentale. Lampedusa poi è oggi più che mai l’isola dello scontro e dell’incontro, il luogo cardine fra l’Europa e il suo Sud, la nostra eterna frontiera dove continuano a sbarcare i saraceni del tempo moderno.

E parlando delle minacce che incombono sull’Europa, anche in questo Ariosto fu un precursore. Non è un caso che nel suo poema oltre ai saraceni l’altro malvagio sia nient’altro che il re dei greci Costantino. Un re orientale, che non ha nulla a che fare con la grecità a noi familiare ed amica ma che assomiglia più a un despota asiatico. E chi altri se non Erdogan può impersonare questo tiranno? Il tiranno che ricatta l’Europa e rivendica l’antica supremazia ottomana sui Balcani.

Che poi nella storia ariostesca Ruggiero, progenitore della stirpe estense, diventi re di Bulgaria è un episodio che varrebbe la pena di esplorare meglio: si sa mai che la pur estinta casa estense possa oggi rivendicare qualche titolo balcanico.

L’Orlando Furioso è un poema planetario. I suoi personaggi vanno e vengono da tutti i luoghi del mondo conosciuto e Astolfo viaggia perfino sulla luna. Ma l’invenzione dell’Ariosto è contaminata dal teatro in cui va in scena. Non si resta immuni dal contagio del paesaggio ferrarese e da quella che Guido Piovene «la bellezza narcotica della pianura totale». Così fra le pieghe dell’esotismo ariostesco sorprendiamo luoghi che ci sembrano familiari, descrizioni che ci ricordano qualcosa, come questo torrido scorcio di calura che nel poema è Africa ma che assomiglia tanto alla nostra Bassa:

VIII, 19

Tra duri sassi e folte spine gìa
Ruggiero intanto invêr la fata saggia,
di balzo in balzo, e d’una in altra via
aspra, solinga, inospita e selvaggia;
tanto ch’a gran fatica riuscia
su la fervida nona in una spiaggia
tra ‘l mare e ‘l monte, al mezzodì scoperta,
arsiccia, nuda, sterile e deserta.
20

Percuote il sole ardente il vicin colle;
e del calor che si riflette a dietro,
in modo l’aria e l’arena ne bolle,
che saria troppo a far liquido il vetro.
Stassi cheto ogni augello all’ombra molle:
sol la cicala col noioso metro
fra i densi rami del fronzuto stelo
le valli e i monti assorda, e il mare e il cielo.
21

Quivi il caldo, la sete, e la fatica
ch’era di gir per quella via arenosa,
facean, lungo la spiaggia erma ed aprica,
a Ruggier compagnia grave e noiosa.
Ma perché non convien che sempre io dica,
né ch’io vi occupi sempre in una cosa,
io lascerò Ruggiero in questo caldo,
e girò in Scozia a ritrovar Rinaldo.

A leggere questi versi sembra davvero di sentire l’afa ferrarese che ci strozza con il suo abbraccio. E ancora scrive Ariosto:

X, 35

(…)
Percuote il sol nel colle e fa ritorno:
di sotto bolle il sabbion trito e bianco.
Mancava all’arme ch’avea indosso, poco
ad esser, come già, tutte di fuoco.
36

Mentre la sete, e de l’andar fatica
per l’alta sabbia e la solinga via
gli facean, lungo quella spiaggia aprica,
noiosa e dispiacevol compagnia;

Ma c’è ancora un luogo nascosto nel Furioso che traspare e affiora di tanto in tanto fra le ottave. E’ la corte estense a cui l’Ariosto declama il suo poema e che ascolta divertita le gesta dei suoi eroi. Nei ripetuti omaggi a Ippolito d’Este, nell’accenno alle vicende politiche del tempo, nella narrazione delle gesta dei duchi. Ma anche negli indiretti riferimenti alla vita personale dell’Ariosto che il Furioso non racconta e che pure di riflesso pervade il poema. Il poeta è un favorito della corte, al servizio degli Estensi. La sua famiglia fa parte di quella che oggi chiameremmo la casta. Suo padre aveva ricoperto vari incarichi, da comandante militare a giudice dei Savi, uno dei magistrati che governava la città. Grazie agli Estensi si era arricchito, ottenendo terre e privilegi per sé e per la sua famiglia. Il poeta stesso è un funzionario di corte. Anche queste, vecchie storie italiane sempre attuali. Ferrara più volte si era ribellata al dominio estense, con sommosse e moti di popolo. Esisteva in città una letteratura popolare clandestina ostile ai duchi, che prendeva in giro con sonetti e altri scritti il potere dominante. Uno di questi sonetti denuncia proprio il malcostume del padre del poeta, Nicolò Ariosto. E ci ricorda avvenimenti molto simili della nostra attualità:

«Ti vai facendo grasso a poco a poco;
Del tuo rubar si parla in ogni loco;
Già ciascun cittadino afflitto langue…
Nemico di giustizia e di ragione!
A chi offerisce più ti mostri umano…
Tu mangi il legno, il marmore, il sabbione,
Il ferro, è s’egli è cosa ancor più dura…
Di Ferrara sara la distruzione.
A spese del Comun la possessione
Comprasti, e questa non è cosa oscura…»

Queste opere sono il segno che la poesia cavalleresca non godeva di unanime favore nella Ferrara dell’epoca. Esisteva al contrario anche una poesia burlesca popolare, antiumanista, di satira sociale e di denuncia che intorbidiva l’immagine dello sfarzo culturale e artistico estense. Faceva da contrappeso alla corte una città piena di contrasti, con le sue durezze e le sue contraddizioni, che manifestava il suo scontento contro la casta con i suoi «carmina maledica». I toni di questa poesia erano spesso sguaiati e feroci, come nel canto che celebra la morte del corrotto capitano di giustizia Gregorio Zampante, squartato da una folla rabbiosa nel 1496:

«Faciam festa in ogni lato,
Ch’el Zampante è sbudellato.
Tanto lui zampò a Ferrara
Con la zampa ladra e dura
Che si fè per doglia avara
Una acerba sepoltura.»

E un altro sonetto così descrive il tormento dei detestati e molto corrotti fratelli Trotti nell’inferno tutto ferrarese del diavolo Ciuffalmosto:

«Vieni qua tu, Ciuffalmosto,
mangia questi due spiriti cativi:
mangiàti che tu gli hai, cacagli vivi.»

Da questi versi appare una Ferrara molto meno nobile di quella che l’Ariosto celebra nel suo poema. Ma questo epos primitivo e irriverente, portato in giro dai cantori girovaghi, i cantampanchi, è l’espressione di una tradizione orale che indirettamente alimenta anche l’Orlando Furioso e che fa parte dell’ambiente in cui il poema maturò.

Del resto i ferraresi non dovevano essere tutti colti umanisti di gran gusto e eleganza se un cronista bolognese così ne parla attorno al 1480:

«Iniqui e cattivi più che Saracini,
invidiosi, gottardi e maldicenti,
millandatori e son tutti busardi,
nei fatti vivi e nel parlar gagliardi».

Esortandoli poi ad andare a quel paese in questo modo:

«Andate, andate, o gente bestiale, sol da pugnar cum rane e cum zenzale.»

Ugualmente ingeneroso è il giudizio di un ambasciatore veneziano che nel 1476 scrive:

«Non è in Ferrara qui faciat bonum et non se truova massare a stare cum altri e quelle che se trovano, se sono zovene sono putane, et se vecchie, rofiane.»

Eppure questa era la città dell’Ariosto e questo era il pubblico cui era rivolto l’Orlando Furioso.

Ho cominciato questa mia divagazione sottolineando la sorprendente somiglianza dell’Europa ariostesca e della nostra, entrambe turbolente e instabili, capricciose e cangianti. Ho rintracciato nascoste allegorie e curiosi ricalchi di storie ariostesche e di cronache della nostra attualità. Ho concluso rivelando che dietro alle gioiose quinte del Furioso si cela una società piena di contraddizioni e asprezze, rievocatrice dell’Italia in cui viviamo. Alla fine di questa mia passeggiata ariostesca si conferma quindi la premessa. L’Orlando Furioso continua a essere uno specchio della sempre torbida e ribollente società europea e la polvere sollevata dalle cavalcate dei suoi paladini sembra davvero non posarsi mai.

 


 

Le immagini sono tratte dalle illustrazioni realizzate da Giovanni Battista Cipriani per l’edizione dell’Orlando Furioso pubblicata da John Baskerville a Birmingham nel 1773 (fonte)

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Diego Marani