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La fidanzata del signor Kurtz

27/03/2026

Fernando Gentilini

Quando la vide entrare in salone vestita a lutto, con il viso pallido e gli occhi tristi, il capitano Marlow decise che era meglio non dirle tutta la verità. C’era già un’aria da cimitero in quella casa, per colpa delle finestre drappeggiate, del camino di marmo e del pianoforte che pareva un sarcofago; e dunque non era il caso di peggiorare la situazione raccontandole tutti gli orrori di cui si era macchiato il suo promesso sposo prima di morire. Il capitano si limitò quindi a darle le lettere che lui non le aveva mai spedito; e quando dovette rispondere alle domande evitò accuratamente i dettagli. Era la prima volta che la fidanzata del signor Kurtz riceveva in casa qualcuno in grado di portarle notizie di prima mano dal Congo, e il fatto che si trattasse di colui che era stato vicino al suo uomo in punto di morte la rendeva ancora più vulnerabile. Così quando Marlow le mentì, dicendole che Kurtz prima di morire l’aveva chiamata per nome, la povera donna in un primo momento esultò, con un irragionevole grido di trionfo, portando al petto le lettere; ma subito dopo scosse la testa in segno di sconfitta, e iniziò a singhiozzare, coprendosi il viso con le mani e rimanendo immobile in quella posizione come pietrificata. A Marlow parve che la casa dovesse sprofondare da un momento all’altro, e si sentì risucchiato anche lui in un dolore senza fondo che era esattamente ciò che aveva temuto. Ma dopo qualche attimo la poveretta si riprese, trovando anche la forza per ringraziare il capitano della visita e accompagnarlo alla porta.

In realtà la fidanzata del signor Kurtz si era accorta subito, fin dall’inizio della conversazione, che Marlow non le stava parlando onestamente, forse perché era troppo onesto; che insomma le sue parole raccontavano una storia ma i suoi occhi ne raccontavano un’altra. Forse Marlow non sapeva mentire, o fu tradito da un dettaglio, o forse fu semplicemente l’istinto di una donna innamorata: fatto sta che per tutto l’incontro lei aveva continuato a pensare che le cose fossero andate in modo diverso rispetto a quel che il capitano voleva farle intendere, e cioè che il suo uomo non fosse morto di febbre tropicale, come sostenevano i suoi datori di lavoro della Compagnia, ma in circostanze ben peggiori, talmente orribili da non poter essere raccontate. Erano mesi che lo pensava, da quando le avevano comunicato il decesso. E la lettura delle lettere, quella stessa notte, non fece che rinforzare le sue convinzioni. La calligrafia era quella di Kurtz, non c’erano dubbi. Solo che le parole non appartenevano all’uomo che conosceva, quello prima della partenza, l’uomo con la testa piena di progetti grandiosi che per il bene di entrambi aveva tentato la sorte in Congo. Aggettivi come «tenebroso», «macabro» o «demoniaco» comparivano non si sa quante volte, per non parlare di sostantivi come «tragedia», «sventura» o «maledizione»: ma lei quelle parole non gliele aveva mai sentite pronunciare, neanche una volta, perché lui, prima di partire per l’Africa, era sempre stato un uomo pacato, un uomo misurato, un uomo che anche quando sceglieva le parole si capiva che era attratto solo dal lato più luminoso delle cose.

Forse fu anche per questo che il giorno dopo, di buon mattino, decise di tornare alla Compagnia, nonostante non fossero ancora passate le solite quattro settimane. Pensava di doverli ringraziare per l’incontro con Marlow, ma voleva anche capire se stavano pensando di recuperare il cadavere o se erano stati trovati altri oggetti personali, se insomma qualcuno stesse facendo qualcosa per alzare il velo di sciatteria che ammantava l’intera vicenda. Dal suo appartamento alla place du Luxembourg bastarono pochi minuti a piedi per arrivare alla rue Brederode, alle spalle del palazzo reale, dove stava sorgendo il quartiere coloniale della capitale del Belgio. La sede della Compagnia era in quella via dritta, perennemente all’ombra, in un palazzo il cui portone era sempre socchiuso. Salì le scale, si presentò all’ufficio del personale e si ritrovò davanti le solite due donne che sferragliavano a maglia. Sapevano perfettamente chi era, come tutti lì dentro, così quella più grassa non ebbe neanche bisogno di chiederle cos’era venuta a fare e la fece subito accomodare su una poltroncina in attesa del segretario. Era un ometto compassionevole, che come sempre la ascoltò con pazienza prima di ripeterle di non aver nulla da aggiungere rispetto a quel che lei già sapeva. Il signor Kurtz era morto di febbri mentre Marlow lo stava riportando alla base in battello. E per ragioni sanitarie, come da regolamento, lo avevano sepolto immediatamente, in una fossa scavata in riva al fiume Congo, nel tratto tra la Stazione Centrale e la Stazione Interna. Il segretario, prima di congedarla, tenne a ripeterle che era stato un agente di prim’ordine nel rifornire d’avorio la Compagnia. E che anche per questo l’avrebbero tenuta regolarmente al corrente di ogni sviluppo.

L’angoscia però continuò a crescerle dentro nei giorni seguenti, malgrado le parole del segretario, o forse proprio per quelle. Anche perché qualche notte dopo la visita alla Compagnia, il suo Kurtz tornò a trovarla nel sonno. Non si trattò di un sogno vero e proprio, nel senso che lui non apparve. Ma lei sentì chiaramente la sua voce che la chiamava dal fondo della notte, innumerevoli volte, con un risentimento e una disperazione che non erano da lui e la facevano star male. Pensò che era la prima volta che lo sentiva da quando era morto, e che questo spiegasse tutto. Ma il fatto che oltre a pronunciare il suo nome non dicesse altro, e non facesse neanche lo sforzo di rispondere a domande tipo «sei proprio tu?» oppure «sei vivo o sei morto?», era qualcosa a cui davvero non riusciva ad abituarsi, più inconcepibile del pensiero che la stesse chiamando dall’oltremondo. Perché invece tutte le volte che lo aveva sognato quando lui era vivo, il suo fidanzato si era comportato normalmente, nel senso che nei sogni aveva continuato a parlarle come nella vita di tutti i giorni, riempendo i suoi pensieri e comandando i suoi sentimenti, non come adesso che non sembrava più lui… E comunque da quella notte la voce di Kurtz tornò a chiamarla tutte le notti, con lo stesso risentimento e la stessa disperazione, svegliandola ogni volta di soprassalto e tenendola in ostaggio fino alle prime luci dell’alba. Con il risultato che tempo una settimana, i suoi nervi erano talmente a pezzi che la sera andava a letto con il terrore di addormentarsi. Cosa voleva dirle il suo Kurtz? E perché non riusciva a dirglielo e continuava a chiamarla per nome?

Con il passare dei giorni cominciò a farsi strada nella sua testa il pensiero che per trovare le risposte a queste domande non vi fosse che un modo: andarle a cercare in Congo. Se non altro laggiù avrebbe potuto capire com’erano andate davvero le cose, parlare con chi sapeva, trovare il luogo dov’era stato sepolto e magari riportare a casa i suoi resti. Il che di per sé non avrebbe salvato l’anima del suo Kurtz, specie se le sue invocazioni notturne venivano dall’inferno, ma forse a qualcosa sarebbe servito lo stesso… Alla Compagnia cercarono di dissuaderla, compreso il vice direttore in persona, un vecchio amico di suo padre, il quale in quel suo ufficio che era una specie di santuario, con i libri, le mappe e varie reliquie coloniali alle pareti, le disse senza mezzi termini che i tropici non erano un posto per signore, e la invitò a ripensarci. Ma tutto questo non fece che rafforzare la sua voglia di andare, rivelandole una determinazione che non sospettava di avere. Non era una sprovveduta la fidanzata del signor Kurtz, tutt’altro. Sapeva dei rischi che avrebbe corso, che avrebbe potuto ammalarsi, che ci sarebbe voluto un miracolo per ritrovare i resti dell’uomo che amava… Ma il solo fatto di mettersi sulle sue tracce le dava sollievo, il solo pensiero di vedere con i propri occhi i luoghi dov’era morto la faceva sentire meno sola. E così, dopo mille difficoltà, superate solo perché la sua era la famiglia che era, con una rete di conoscenze praticamente infinita, si mise in viaggio sulla rotta dei belgi che partivano per il Congo. Prima in treno fino a Bordeaux, e poi da lì sul piroscafo verso le Canarie e la costa occidentale dell’Africa, verso il Golfo di Guinea e l’estuario del grande fiume. Ci volle un mese per arrivarci, trenta giorni di mare interminabili e tutti uguali. Durante i quali le uniche distrazioni erano la messa, le chiacchiere con i padri bianchi, e gli scali nei piccoli porti lungo la costa africana, dove venivano sbarcati soldati, missionari e agenti di commercio, e ci si riforniva di acqua, provviste e carbone.

La capitale di quell’immenso paese divenuto da cinque anni proprietà privata di re Leopoldo II si chiamava Boma e si trovava all’interno dell’estuario. Ci abitavano un pugno di bianchi, c’era un discreto albergo, persino la linea del tram, ma arrivarci non era affatto piacevole, a causa della cappa pesante e appiccicosa che ti avvolgeva già a largo. Dalla scialuppa che la portava a terra, la fidanzata del signor Kurtz si ritrovò subito a non poter staccare gli occhi dalla banchina, dove una massa indistinta si muoveva al rallentatore e si faceva sempre più grande a ogni colpo di remi. Con il passare dei minuti divenne chiaro che si trattava di un centinaio di neri aggrovigliati l’uno sull’altro, pronti per essere imbarcati come bestiame per chissà dove; e che alcune decine di metri più indietro, piantonata dalle guardie, c’era anche la folla ammutolita delle mogli e dei figli. Scese a terra a pochi passi da quell’orrore, tra l’indifferenza dei portuali, anche se non capitava tutti i giorni che su quel molo sbarcassero donne come lei. Diversamente dagli altri stranieri vestiti di bianco, lei era vestita di nero, in quella che sarebbe diventata la sua uniforme africana: una camicia a collo alto, una gonna lunga e spessa, calze e stivaletti a fasciare le caviglie, e una tracolla di cuoio. Nonostante le avessero consigliato di fermarsi almeno un giorno in città, aveva già deciso di proseguire subito per Matadi, trenta miglia più su dentro l’estuario, da dove il fiume smetteva di essere navigabile e partiva il sentiero verso l’interno. Sennonché dovette tribolare non poco al posto di polizia belga, dove le guardie non volevano farla proseguire in quanto non accompagnata da un uomo. Fortuna che alla fine intervenne il superiore dei padri bianchi che aveva viaggiato con lei. Disse ai belgi di non preoccuparsi, che fino a Matadi l’avrebbero scortata loro. E poi da lì ci avrebbero pensato quelli della Compagnia a prendersi cura di lei.

Al timone del battello su cui prese posto assieme ai padri c’era uno svedese biondo e magro, che in qualche ora li condusse a destinazione. La Stazione Esterna della Compagnia era in cima a una collina brulla, ai limiti della foresta. Il gruppo la raggiunse a piedi che era già buio, guidato dal gruppetto di ragazzini cui avevano affidato i bagagli. Passò la prima notte africana in uno stato di dormiveglia, in una delle capanne, con l’aria spessa che la opprimeva. Aveva un po’ di febbre, era preoccupata, ma a un certo punto sentì il suo Kurtz che la chiamava dopo che per tutto il mese di navigazione non si era fatto sentire, e la sua voce, invece che metterle agitazione, stavolta le diede coraggio, anche perché oltre al suo nome abbozzò anche qualche parola, seppure confusa. Il direttore della Compagnia la ricevette l’indomani mattina. Fu evasivo riguardo a Kurtz e al luogo dov’era sepolto, e cercò più che altro di farla desistere dal proseguire, provando a spaventarla con la storia di un’epidemia di vaiolo che stava falcidiando anche i bianchi. In ogni caso le disse che avrebbe dovuto restare lì alcuni giorni, ad aspettare che si formasse una carovana, perché da sola non poteva certo affrontare la foresta. C’erano oltre duecento miglia a piedi prima della Stazione Centrale, dove il fiume tornava navigabile, e ci volevano almeno tre settimane. E così ancora una volta furono i padri a salvarla, offrendosi di prenderla in carovana con loro fino a destinazione. Sarebbero partiti l’indomani, e avrebbero pensato loro a una tenda in più, ai viveri e al resto. Il che lasciò il direttore della Compagnia senza più scuse per trattenerla.

Nel pomeriggio, mentre i padri si preparavano alla partenza, lei fece un giro nelle vicinanze della stazione. Si sentiva bene, non aveva febbre, e voleva guardarsi intorno. Era in Congo da un giorno ma non aveva ancora visto nulla, anche se lo spettacolo al porto di Boma le aveva fatto capire già molte cose. Ogni tanto qualche segno della ferrovia in costruzione, destinata a unire Matadi con Leopoldville. Carrelli ribaltati, pezzi di macchinari, cataste di rotaie. E a intervalli regolari gli echi delle esplosioni con cui i genieri sbancavano la montagna. Dalla foresta sbucavano in continuazione colonne di congolesi con in testa ceste piene di pietre e di terra. Sfiancati, talmente scheletrici che gli si potevano contare le costole… Mentre in fondo a un dirupo trovò un soldato bianco che frustava un ragazzo nero legato a un albero, e intorno, sparsi nella boscaglia, decine di altri giovani neri che non riuscendo più a lavorare per la fatica, avevano avuto il permesso di lasciarsi morire in quella specie di lazzaretto, senza cibo, acqua o medicinali. Diede loro da bere dalla sua borraccia, fino a che ci fu acqua, sotto lo sguardo attonito del soldato. E la sera, essendo stata invitata a sedere a tavola con il direttore e i suoi collaboratori, pensò bene di manifestare a tutti costoro il proprio sdegno. Erano quelli i metodi con cui re Leopoldo combatteva lo schiavismo? E che differenza c’era tra schiavitù e lavoro forzato? Il direttore e i suoi la guardarono sgomenti: pensarono tutti che una donna non aveva il diritto di parlare loro in quel modo. E quando senza neanche provare ad abbozzare una risposta ripresero a discutere tra loro di avorio e caucciù, lei decise di alzarsi e di ritirarsi per la notte senza aspettare che fosse servita la cena. Era molto provata, e non soltanto dal viaggio e dal caldo torrido. Adesso cominciava a capire cosa voleva dire il suo Kurtz, quando le aveva scritto che laggiù era rimasto «ben poco di umano».

Partì con la carovana dei padri bianchi l’indomani all’alba: lei, i nove padri, sei portatori, due mercenari danesi armati di carabina e cinque asini. Sapeva che sarebbe stato un viaggio duro, durante il quale la cosa fondamentale era non ammalarsi. Ma i padri la coprirono di attenzioni, e il cammino, tutto sommato, le parve meno difficile del previsto. Lei comunque non riusciva a capacitarsi per la tragedia di quel popolo sopraffatto, che ai suoi occhi acquistava ogni giorno dimensioni più apocalittiche. Le colonne dei portatori ridotti a schiavi erano frequenti, in entrambi i sensi di marcia: quelle dirette verso l’interno trasportavano manufatti, perline e cotonine; mentre quelle in direzione del mare, più numerose, portavano a spalla quintali e quintali di avorio. I padri si segnavano la fronte davanti a quei disperati, spesso con l’anello di ferro al collo e uniti dalla stessa catena, ma per il resto facevano finta di nulla. Anche sul suo Kurtz i padri mantenevano un riserbo che insospettiva, anche quando lei li sollecitava durante i bivacchi. E così finiva che di sera restava in tenda la maggior parte del tempo, leggendo la minuscola Bibbia da viaggio o annotando un quaderno. Quel che in nave era nato come un semplice modo per ammazzare il tempo, ora nella foresta era diventata una necessità. Non che prima di allora avesse mai scritto nulla, ma a quel punto, senza neanche capire bene il perché, le parve che annotare tutto quel che vedeva e pensava fosse la cosa più sensata da fare.

Lungo il sentiero mostrava la foto di Kurtz ai bianchi che incontrava. Era frequente imbattersi in cacciatori, agenti di commercio, altri missionari… Nessuno pareva saperne molto però, anche se certe volte dagli sguardi e dalle mezze parole, era chiaro che il signor Kurtz un qualche ricordo in giro lo aveva lasciato… «Ho sentito dire che fosse un uomo notevole» disse una sera un mercenario olandese al bivacco, il quale dopo essersi scolato una bottiglia di whisky cominciò finalmente a parlarle come non aveva mai fatto nessuno fino a quel momento. Fu la prima volta che sentì delle torture, delle sevizie, dei massacri di cui il suo uomo si sarebbe reso responsabile mentre comandava la Stazione Interna. Secondo l’olandese non era l’unico a comportarsi in quel modo per ottenere l’avorio, si trattava di metodi tollerati dalla Compagnia. Solo che il signor Kurtz li aveva applicati su larga scala, esagerando, e per giunta facendosi aiutare da una tribù che a quanto pare praticava il cannibalismo, il che per le autorità belghe, era particolarmente riprovevole. Lei lì per lì non volle credere a una parola, le parevano accuse fuori dal mondo. Ma nei giorni seguenti, mentre anche a qualcuno dei padri iniziava a sciogliersi la lingua, si rese conto che quella storia, anche se le sembrava inverosimile, spiegava molte cose. Anzitutto i silenzi della Compagnia, che essendo già sotto i riflettori internazionali per i suoi metodi poco ortodossi temeva lo scandalo. E poi la reticenza di Marlow, l’imbarazzo dei padri bianchi, il fatto che nessuno volesse parlarle di lui…

Tutto questo la spinse a prestare ancora più attenzione alle parole notturne di Kurtz, che da quando era arrivata in Congo, fin dalla prima notte a Matadi, aveva ripreso a visitarla nel sonno. Oltre a chiamarla per nome adesso però le parlava, o almeno ci provava. Parole che a lei parevano senza senso, in mezzo a frasi spezzate che non volevano dire nulla. E che però, alla luce del racconto del mercenario olandese, un significato pian piano lo acquistavano eccome. Non erano parole facili da capire, perché il più delle volte gli rimanevano strozzate in gola, e poi perché si confondevano con i rumori della natura, perché lui gli parlava proprio dal fitto della foresta. Ma notte dopo notte, da quelle parole prendeva pian piano forma una storia, o qualcosa che somigliava a una storia, o forse a una preghiera, alla preghiera di un’anima che si era perduta… Era come se Kurtz la sentisse arrivare, sentisse il suo respiro, l’eco dei suoi passi, come se riconoscesse il suo odore in mezzo agli odori del fiume. Come se sprofondato in quella buca tremenda che doveva essere la sua tomba, costretto a mangiare fango e a farsi mangiare a sua volta dal fango, avesse capito che lei era l’ultima occasione che aveva per salvarsi: perché lei sapeva chi era, chi era veramente, e quindi sapeva cosa significava per uno come lui ritrovarsi da un giorno all’altro agli albori del mondo, doversi comportare da dio senza essere dio, da bestia senza essere bestia, da uomo senza più essere uomo.

La carovana giunse alla Stazione Centrale nel pomeriggio del quindicesimo giorno, con una settimana di anticipo rispetto alla tabella di marcia. E non appena lei ebbe varcato il recinto, le venne incontro un giovane bianco con la giacca rattoppata da decine di pezze variopinte, uno strano arlecchino dal forte accento russo che le diede il benvenuto per conto del direttore della Compagnia, costretto a letto dalle febbri. Era come se l’arlecchino la stesse aspettando, come se sapesse chi era. Perché quando lei gli disse cosa l’aveva spinta fin lì, mostrandogli la foto di Kurtz, i suoi occhi si illuminarono, e la sua faccia cambiò. Certo che conosceva il signor Kurtz, eccome se lo conosceva! Era l’uomo più straordinario che avesse mai conosciuto le disse, con cui aveva vissuto giorni indimenticabili quando era stato il suo assistente. Passarono la notte a parlare in foresteria, bevendo tè che sapeva di fango. Lei con la voglia di sapere, lui con quella di raccontare. Le disse che le teste mozzate di cui amava circondarsi erano sacrifici necessari, difatti era adorato dagli stregoni; le disse che le piramidi d’avorio erano una preghiera, come i riti del fuoco della tribù che aveva sottomesso; le disse anche che l’unica donna ammessa alla sua capanna era una ragazza dalla pelle scarlatta e dall’acconciatura a forma di elmetto. Il russo continuò a raccontarle di Kurtz nei giorni e nelle notti seguenti, sul vaporetto con cui da Stanley Pools i due risalirono il fiume in cerca della sepoltura. Da quel che si diceva doveva trovarsi a un paio di giorni di navigazione, in una delle anse del fiume. Sarebbe riuscita a trovarla? E cosa avrebbe fatto dei resti? Li avrebbe lasciati al fiume o li avrebbe riportati a Bruxelles?

Sul vaporetto c’erano anche dei cacciatori bianchi armati fino ai denti, che da assassini professionisti quali erano, sparavano agli ippopotami e a tutto quel che si muoveva tra gli alberi. Lei e il russo se ne stavano in disparte, di solito a prua, a parlare del signor Kurtz e di quanto lui non avesse nulla a che spartire con gli altri energumeni che erano venuti a depredare e ammazzare. Certo: anche lui si era lasciato corrompere, e aveva rubato, ucciso e mutilato… Ma a differenza degli altri bianchi, lui apparteneva al fiume e alla foresta, nel senso che era passato dall’altra parte della frontiera. Ora lei iniziava a capire, capiva di cosa era stato capace il suo uomo. Capiva che di fronte all’insensatezza dell’avventura coloniale, aveva compiuto l’unico gesto eroico ancora possibile nella sua condizione: aveva cioè innalzato la barbarie a un livello ancora più alto, un livello supremo, in modo da restituirle sacralità, e poi aveva immolato sé stesso sull’altare del sacrificio per uscirne in qualche modo purificato. Era per questo che il russo la implorò di non dissotterrare il suo corpo e di lasciarlo per sempre al fiume, come il suo Kurtz avrebbe sicuramente desiderato. Lei non era sicura, era combattuta, continuava a ripetere a sé stessa che avrebbe avuto bisogno di un segno. E comunque con quel fiume immenso che cambiava percorso in continuazione, le cui maree potevano essere persino più impetuose di quelle marine, trovare la sepoltura sarebbe stato tutt’altro che facile.

Una mattina, a poche miglia dalla Stazione Interna, apparve nella nebbia del fiume un’ansa a forma di spicchio di luna. Una striscia di sabbia gialla, profonda una cinquantina di metri, al centro della quale brillava la fiamma di un fuoco. Quando lei la vide smise di scrivere e svegliò il russo. Poi andarono insieme dal capitano e gli chiesero di accostare. Man mano che il battello si avvicinava a riva, si resero conto che a fianco al fuoco, in piedi come se montasse di guardia, c’era un uomo con una lancia e un paio di corna in testa, dentro un mantello di piume colorate; e che dall’altro lato era accovacciata una donna, la donna dalla pelle scarlatta e l’acconciatura a forma di elmetto. Il russo la riconobbe, capì che erano arrivati alla fine del viaggio. Poi, mentre il vaporetto accostava, l’uomo e la donna sparirono con un balzo nella boscaglia. Lei e il russo scesero a terra, mentre il capitano restò a bordo con gli altri, a motore acceso. Il corpo di Kurtz, o quel che restava di lui, doveva giacere sotto la fiamma. Lei si avvicinò, guardandosi intorno commossa. Poi si mise in ginocchio, carezzò la sabbia con una mano, e guardando il russo negli occhi annuì con la testa. Quando dopo poco il battello fu di nuovo nel solco della corrente, l’uomo con le corna e la donna con l’acconciatura a forma di elmetto ripresero la loro veglia ai lati del fuoco sacro.

 

Ogni volta che dall’appartamento alla place du Luxembourg ripensava a quella scena, non era più sicura di nulla. Aveva davvero visto quel che aveva visto? Esistevano veramente quella foresta e quel fiume? E il suo Kurtz, era stato giusto lasciarlo in quella buca nel fango? Il viaggio di ritorno l’aveva sfiancata, e non era ancora guarita del tutto dalla dissenteria. Ma in quei primi giorni di nuovo a casa, senza vedere nessuno, ebbe il tempo per ripercorrere mentalmente le tappe del viaggio e ragionare sul da farsi. Il modo migliore per rendere giustizia al suo Kurtz, pensava, era denunciare i responsabili dello scempio congolese. All’inizio, finché era in Congo, aveva accarezzato l’idea di citare in giudizio sia il re che la Compagnia: per aver tradito la nazione e messo in piedi un sistema di lavoro forzato peggiore della schiavitù. Ma poi, conoscendo le leggi della monarchia belga, si era andata rendendo conto che mandare a processo Leopoldo II e i suoi complici, ammesso che ci fosse riuscita, non sarebbe servito a nulla. E così sul vapore che la riportava in Europa, si era convinta che l’unico modo per far crollare il castello di carta dell’avventura coloniale e svelarne tutta l’ipocrisia, fosse di pubblicare il suo diario congolese e far conoscere al mondo la vera storia del signor Kurtz: dell’uomo virtuoso che era stato prima della partenza, e del reietto che era diventato da quando aveva iniziato a lavorare per quella Compagnia di negrieri.

Le dispiaceva che dal giorno in cui aveva pregato sulla sua sepoltura, lui avesse smesso di venirle in sogno. Epperò la consolava il pensiero di uno spirito finalmente placato, e di un viaggio, il suo, che quindi era servito a qualcosa. Kurtz si era macchiato di colpe orrende nei confronti dei suoi simili, oltrepassando ogni barriera morale, e non poteva essere assolto; ma era chiaro che non aveva agito per ignavia come tutti gli altri, né per cupidigia o sete di possesso, e lo aveva dimostrato scegliendo di morire com’era morto, nella selva selvaggia, espiando lontano da tutti quel che doveva espiare. La sua era stata una discesa nell’oltretomba di tipo eroico, come un antico greco o un troiano, ed era quella catabasi che lei voleva raccontare alla gente, perché fosse da esempio. La civiltà europea si stava suicidando nel modo peggiore, senza esserne consapevole, e la vergogna del Congo ne era la prova. Se almeno avesse saputo estinguersi saggiamente, avrebbe potuto reincarnarsi e far nascere una civiltà futura migliore. Kurtz si era infine purificato dalla tara della follia e del decadimento, riconoscendo ed espiando i suoi crimini atroci: forse se gli europei avessero fatto altrettanto, dopo l’orrore, sarebbero potuti risorgere anche loro.

Fu ragionando di queste cose che un pomeriggio uscì per andare al cimitero di Ixelles. Era la prima volta che metteva il naso fuori di casa da quando era rientrata dal Congo, e a spingerla fu il bisogno di pregare sulla tomba della madre del suo promesso sposo, la sola persona che sentisse vicina e alla quale dovesse qualcosa. Si preparava dunque a un pomeriggio tra i ricordi più cari, nella speranza che la aiutassero a decidere meglio. Ma quando lungo la strada cominciò a osservare i brussellesi a passeggio, al solo vederli si innervosì, riempiendosi di risentimento. Aveva l’impressione che fossero delle nullità, dei piccoli uomini capaci solo di rubarsi qualche soldo, ingozzarsi al ristorante e ingurgitare boccali di birra. Le sembrarono insomma particelle insignificanti di un popolo anch’esso insignificante, che non sapeva nulla e non aveva mai visto nulla, un popolo senza la più pallida idea di cosa stesse succedendo dall’altra parte del mare. La loro ignoranza la offendeva, la faceva schiumare di rabbia… Guardava gli abiti, i bastoni, le scarpe tirate a lucido, il modo con cui si pavoneggiavamo in strada o in carrozza, e in cuor suo sentiva che sotto quella maschera di perbenismo e galanteria, si nascondevano degli assassini, gente del tutto priva di umanità e con le mani insanguinate dal sangue congolese. Sentiva inoltre che diversamente da Kurtz, loro non avrebbero espiato, perché neanche sospettavano ci fossero colpe da espiare, e in ogni caso non avevano né la testa né il cuore per farlo come si deve.

Era rientrata a Bruxelles da una decina di giorni, quando una mattina ricevette una lettera da parte della Compagnia. Sapevano che era tornata e la invitavano nei loro uffici. Le due donne che lavoravano a maglia furono stupite nel vederla alla rue Brederode; non pensavano che sarebbe tornata sana e salva. Il segretario la ricevette subito, le fece qualche domanda, e non ci mise molto a fiutare puzza di guai quando sentì con quale risentimento lei gli parlò di quel che aveva visto laggiù e soprattutto quando si lasciò sfuggire che intendeva pubblicare il suo diario di viaggio. Le fece portare una tazza di tè, si assentò qualche minuto e poi, al ritorno, le disse che il signor Thys in persona voleva vederla. Raggiunsero il suo ufficio mentre si apriva la grande porta di mogano e ne usciva un giovane avvolto da un mantello scuro. Distinto, la fronte larga, una bella barba, sicuramente uno della marina pensò lei prima di varcare la soglia di quella specie di santuario. Thys non fece convenevoli, la conosceva già e sapeva che era meglio andare dritto al punto. Le chiese di non pubblicare il diario, per il bene della nazione, prima con le buone e poi con delle minacce neanche troppo velate. Ma lei fu irremovibile, poiché la decisione era presa, e glielo disse senza girarci troppo intorno anche lei. Sicché il signor Thys troncò la conversazione e le indicò la porta, invitandola a pensarci bene prima di fare sciocchezze e coprirsi di ridicolo. Anche perché, le gridò dietro mentre lei se ne andava, sarebbe stato impossibile trovare un editore disposto a mettersi contro la casa reale.

Per la prima volta ebbe paura, non per le minacce, ma perché si rendeva conto che la sua storia rischiava di non vedere la luce. Ci sarebbe stato qualcuno pronto ad aiutarla? Un editore belga o magari inglese disposto a sfidare la casa reale e a rischiare per lei? Era scoraggiata mentre si apprestava a lasciare gli uffici della Compagnia, scoraggiata e confusa. Sennonché, mentre percorreva il corridoio verso l’uscita, trovò nuovamente sulla sua strada il marinaio di poco prima. Lei non aveva idea di chi fosse, sapeva solo che in qualche modo le ricordava il suo Kurtz. Ma la cosa straordinaria fu che lui invece la riconobbe, vedendola per la prima volta, poiché con quegli abiti neri, quei capelli biondi, quel viso emaciato e quella luce di disperazione in fondo agli occhi, non poteva che trattarsi di un suo personaggio. Il marinaio difatti non era solo un marinaio, sebbene avesse appena firmato con la Compagnia un contratto per il comando di un battello in Congo. Era uno scrittore, un romanziere per la precisione, anche se l’unico a saperlo era lui, dal momento che a trentadue anni non aveva ancora trovato un editore.

Dunque lei non sospettava neanche lontanamente di aver incrociato il suo autore, e d’altra parte era ancora troppo sconvolta dall’incontro con Thys per vedere le cose lucidamente. Il marinaio-scrittore, naturalmente, aveva subito fiutato la storia: e così ossequiò il suo personaggio con un gesto del capo, le aprì la porta, la scortò sul pianerottolo, e poi le offrì il braccio per scendere le scale. I due non si dissero nulla, scesero lentamente. Ma quando sul marciapiede fuori il palazzo, sotto la pioggerella, lui le chiese se aveva voglia di una tazza di tè, lei fece di sì con la testa. Dopo poco erano in un locale alle spalle del palazzo reale. «Mi chiamo Josef Teodor Konrad Korzeniowski» disse lui appena si sedettero al tavolo, «e sono un ufficiale della marina in partenza per il Congo». Lei rispose con un lieve gesto del capo, sempre più impressionata dalla somiglianza con il suo Kurtz. Dopo di che, i due iniziarono a parlare come se si conoscessero da sempre. Lui le disse dei suoi viaggi per mare e dei libri che aveva già in testa, e lo fece in un modo che era impossibile non restare ipnotizzati. Mentre lei, riconoscendo la Provvidenza, gli raccontò di essere appena tornata dal Congo, dov’era stata testimone di cose orribili, e di aver annotato tutto su un diario. E così, in quel giorno di primavera del 1890, in una sala da tè nel quartiere coloniale della capitale del Belgio, accadde che il personaggio affidò all’autore il proprio diario di viaggio, sicura che non potesse finire in mani migliori. E che quel gesto decise per sempre il destino del signor Conrad e del signor Kurtz.

 

«Heart of Darkness», il titolo originale di «Cuore di tenebra», fu pubblicato in Inghilterra nel 1899, dopo nove anni da quell’incontro e dopo che Josef Teodor Konrad Korzeniowski, diversamente dal signor Kurtz, era tornato sano e salvo dal Congo e aveva iniziato la sua carriera di scrittore con il nome di Joseph Conrad. La fidanzata del signor Kurtz compare nelle ultime pagine del romanzo, anche se vennero omessi il nome e molte altre cose su di lei, inclusi il suo viaggio in Congo e i suoi taccuini. Nel romanzo, Bruxelles non viene mai nominata esplicitamente, Conrad si limitò a definirla un «sepolcro imbiancato». Una sorte analoga toccò al re Leopoldo II e alla «Société anonyme belge pour le commerce du Haut-Congo». Il primo non fu mai nominato, mentre la seconda fu chiamata semplicemente «la Compagnia».

 


 

Le fotografie sono, nell’ordine, di Toza Productions (fonte), Akshay Chauhan (fonte), Trésor Kande (fonte) e Toza Productions (fonte). Mappa: Société anonyme belge pour le commerce du Haut-Congo : emplacement des 83 factoreries et postes au 1er janvier 1894 : supplément au “Mouvement géographique” du 28 octobre 1894 (fonte)

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Fernando Gentilini