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L’inventario dei domani immaginati: Pratiche di conservazione per futuri possibili

27/03/2026

Manuela Iannetti

Per essere un luogo che non c’è, l’utopia è esistita davvero molto, nel corso della sua storia. E ha aperto mondi, fin dalla prima formulazione: quella che sir Thomas More nel 1516 aveva deciso di dare nel suo Libellus… de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia a un paese ideale, nato dall’unione di due voci greche, οὐ «non», e τόπος, «luogo»; utopia, appunto, «luogo che non esiste».

Da allora l’utopia si è data molto da fare per trovare il suo spazio. Quasi a sottolineare che le intuizioni, come le invenzioni, arrivano al momento giusto per colmare i vuoti in cui sprofondiamo nel tentativo di approssimarci a un indefinito «meglio» in qualche modo preferibile al presente.

Oggi del pensiero utopico facciamo magro bottino. È colpa dell’esaurirsi dello sforzo immaginifico, fiaccato assieme ai desideri non esauditi, ma anche dal proliferare delle sue derivazioni, un tripudio di distopie, ucronie, discronie. Non è una novità, nemmeno questa: succede sempre nei periodi di sconforto dell’umanità e succederà quando la stanchezza della realtà presenterà il conto. Per fortuna però non tutti i sogni sono andati persi.

Ce lo racconta la storia del nostro mondo, e ascoltarla oggi ci fa un gran bene.

L’edificio e l’ingresso della Seed Vault, in una giornata invernale. Fonte: Svalbard Global Seed Vault/Matthias Heyde

È quella che abbiamo raccolto dentro i migliori dispositivi per la memoria che abbiamo creato: gli archivi. È come avere una sorta di Global Seed Vault del pensiero umano, contraltare simbolico di quello preziosamente conservato alle isole Svalbard, luogo freddo e un filo inospitale in cui l’umanità ha prudentemente deciso di mettere al riparo una scorta di biodiversità, casomai a qualcuno venisse in mente di schiacciare un bottone.

Gli archivi, contenuti e contenitori, ci raccontano chi siamo stati e cosa avremmo voluto essere.

Sono la testimonianza di quello che abbiamo deciso valesse la pena conservare, i custodi delle idee di futuro che abbiamo alimentato come esseri umani, con cui poi abbiamo mosso il mondo nell’unica direzione a noi possibile, avanti.

Per rintracciare il segno delle utopie che abbiamo accudito, non c’è luogo migliore in cui affondare mani e sguardo degli archivi.

È così che è nata questa piccola guida, per brevità e senso di realtà condotta con i piedi ben piantati per terra. Anzi, nei depositi d’archivio.

Più che a una strada segnata, assomiglia a un sentiero di sassolini in cui inciampare felicemente. Una via lungo sinapsi d’archivio, salti inattesi e connessioni fortuite per pennellare la complessità della nostra immaginazione e la sua fantasiosa ramificazione. Del resto è proprio degli oggetti d’archivio esistere come singole entità e acquisire senso compiuto solo se in connessione, tra sé e con il contesto.

Primo numero della rivista «Utopia – rivista quindicinale del socialismo rivoluzionario italiano», del 22 novembre 1913, diretta da Benito Mussolini. Fonte: riproduzione dalla versione digitale in www.bibliotecaginobianco.it

Per iniziare

C’è stato un tempo in cui l’utopia è stata anche una rivista. La dirigeva Benito Mussolini, era il 1913 e si parlava di socialismo rivoluzionario. Oggi testimonia che anche le migliori idee possono nel tempo corrompersi. Il fondo è digitalizzato grazie alla Fondazione Kuliscioff, e a conservarlo è la Biblioteca Gino Bianco, dedicata al giornalista e militante socialista che donò gran parte dei suoi volumi e il suo archivio personale alla fondazione Alfred Lewin di Forlì. Queste e altre riviste fanno parte della più generale Biblioteca dell’Utopia, un progetto della Biblioteca del Senato che dal 1997, a Milano, risponde a diverse finalità, tra cui quella di approntare una mappa concettuale del pensiero utopico.

Locandina del dramma di Pedro Calderón de la Barca nella riduzione teatrale regia di Julio Zuloeta Hurtado, allestimento del Gruppo del Teatro Stabile di Torino, che debuttò al Teatro Gobetti di Torino il 28 aprile 1975. Fonte: Archivio storico TST

Di mondi che sono sogni e città che sono specchi

Se l’utopia è l’immaginazione per definizione, l’archivio letterario non può che essere il sogno del mondo. Lo scriveva già il drammaturgo spagnolo Pedro Calderón de La Barca, in piena età barocca, quando in modo lungimirante affidava a Sigismondo, il più pensoso eroe dopo Amleto, le parole che chiudono il monologo del secondo atto e suggellano il titolo del suo dramma teatrale, La vida es sueño: «Che è la vita? Una follia. Che è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione, ed è piccolo il più gran bene, perché tutta la vita è un sogno ed i sogni sono un sogno». L’archivio del Centro Studi del Teatro Stabile di Torino ne conserva diverse traduzioni, comprese quelle che hanno visto la luce sui palchi italiani, così come la Fondazione Giorgio Cini di Venezia tiene da conto adattamenti musicali e partiture.

Cercando la casa delle utopie di carta si inciampa invece negli archivi letterari del Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia. È qui che vivono le pagine di molti autori novecenteschi, raccolti nel fondo nato per impulso di Maria Corti, filologa, critica letteraria, scrittrice e semiologa italiana: dai taccuini di Eugenio Montale alle mappe africane di Ennio Flaiano si naviga tra le carte di Dino Buzzati e Carlo Emilio Gadda, Umberto Eco e Natalia Ginzburg, Ada Negri e Cesare Zavattini…

Mappa del viaggio in Etiopia, dal «Diario di Ennio Flaiano» (1935-36). Fonte: Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia

Ci si trova anche, tra le innumerevoli bellezze, il manoscritto de La speculazione edilizia di Italo Calvino, che proprio utopia non è, dal momento che più che ai costruttori di bellezza si rivolge agli animi traditi di chi ha rinunciato ai propri sogni di palingenesi. Ma tant’è: l’utopia è anche il suo contrario non avverarsi.

Splendide pagine generative rivivono anche nel Fondo Italo Calvino, conservato presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma assieme ad arredi, oggetti, quadri che facevano tutt’uno nell’abitazione di Campo Marzio 5 dove lo scrittore ha vissuto i suoi ultimi anni. Qui si rinviene il Calvino della trilogia degli antenati, che sul mondo aveva gettato uno sguardo trasformativo e decisamente utopico nel suo srotolarsi in modo ironico e dirompente. Lo stesso Cosimo, protagonista del Barone Rampante, ci aveva confermato dalla cima di un ramo che «la sua casa è dappertutto».

Nello stesso fondo abitano anche le pagine di un altro sogno, impossibile eppure bellissimo: quello delle Città invisibili, descritte nel romanzo da un Marco Polo esploratore interrogato dal curioso imperatore dei Tartari, Kublai Khan, sulle città del suo immenso impero. Una rete ramificata e polimorfa in cui ogni nodo è un centro: un utopico mondo fatto di mondi, racchiusi simbolicamente nelle sfere di Fedora, città molteplice di cui una sola versione esiste nella realtà, confinando le restanti nel regno delle fantasie di altri possibili reali. Un non-luogo, generato dalla somma delle idee della città ideale che vive nello sguardo dei suoi abitanti, diversa ogni volta che la si osserva:

In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro. (Le città e il desiderio, IV, sezione 2, Einaudi, 1972).

Interni della Livraria Lello, situata nel Centro di Porto in Rua das Carmelitas. Fonte: @Manuela Iannetti

Di librerie e ancora di ponti

Chi pensa che tutto quello che trova traccia sulla carta non abbia attinenza con il mondo reale, sbaglia assai. E forse non ha visitato la Livraria Lello di Porto, la più antica e babelica libreria della città che per il centoventesimo anniversario dalla sua riapertura – è stata costruita nel 1869 dall’architetto Francisco Xavier Esteves aprendo come Livraria Internacional de Ernesto Chardron, per poi passare di mano ai fratelli Lello che l’hanno inaugurata nel 1906 con il nome che porta tuttora – proprio a Italo Calvino e alle Città Invisibili ha dedicato l’allestimento delle sue vetrine. Un ponte di carta, che appare dietro le vetrate, lo stesso che Marco Polo descrive al Kublai Khan ricordandogli che non sono le pietre a sostenerne la struttura, ma quello che non si vede, l’arco, quello che conferisce al contempo la forma.

Non stupisce allora che un ponte vero, costruito sul fiume Yongding, il fiume dell’eterna tranquillità, nei pressi di Pechino, sia stato ribattezzato con il nome del mercante genovese che lo visitò nel XIII secolo. È la conferma che tutto è collegato da magnifiche correnti sotterranee di significato, che gli archivi fanno emergere come isole, qui e altrove, svelandone i corsi segreti.

Ricostruire la storia del manoscritto del Milione, e delle traduzioni che ne hanno favorito conoscenza e diffusione, è utopia allo stato puro, ma tanto ne è stato scritto, e per chi ama viaggi e archivi e utopie molte tracce interessanti si possono rinvenire presso la Biblioteca Marciana, nella Biblioteca diocesana di Foligno e in molti altri luoghi. La prima edizione digitale dell’opera di Marco Polo si trova sul sito delle edizioni di Ca’ Foscari, in open access e open source.

Copertina della prima edizione della rivista Il Ponte, aprile 1956. Fonte: «Il viaggio di Piero Calamandrei in Cina 24 settembre-24 ottobre 1955». Courtesy Silvia Calamandrei; Archivio Calamandrei, Montepulciano

Di rimandi e di ponti, ci sarebbe anche un’altra storia, quella di una foto, di una rivista, di una delegazione diplomatica di intellettuali in viaggio in Cina e di un anno, il 1955. Si trova nella Biblioteca e archivio storico «Piero Calamadrei» e colora il sogno di un mondo unito dalle culture e da un futuro che appare più confortevole se immaginato assieme a chi abita sull’altra sponda. Per chi vuole approfondire, si viaggia nel tempo in cui si scrivevano le pagine della memoria democratica dell’Italia liberata.

Piero Calamandrei sul ponte di Marco Polo. Pechino, Cina, 1955. Fonte: «Il viaggio di Piero Calamandrei in Cina 24 settembre-24 ottobre 1955». Courtesy Silvia Calamandrei; Archivio Calamandrei, Montepulciano

Universi paralleli

Andando per mondi, si arriva lontano.

In «Quelli di Anarres» ad esempio, l’utopia è grande come un pianeta intero. Il sottotitolo della versione originale con cui Ursula Le Guin lo diede alle stampe nel 1974 è The Dispossessed: An Ambiguous Utopia, e ha immaginato per noi come sarebbe stato vivere su un mondo basato sull’idea della comunione dei beni.

In Italia è uscito come I reietti dell’altro pianeta e ci ha regalato il sogno e il dubbio che abitano sui due pianeti gemelli, Urras e Anarres, volti di uno stesso doppio separati dalla più impenetrabile delle barriere, l’ideologia. Capitalismo lussureggiante e tecnologia avanzata sul primo, collettivismo anarchico e fratellanza anti capitalistica sul secondo, ciascuno dei due mondi si affaccia ogni notte sulla proiezione dell’altro, che sorge puntuale a illuminare il cielo come una luna satellite, assieme alle contraddizioni che ogni visione acritica del mondo porta con sé.

Copertina della prima edizione del romanzo di Ursula Le Guin The Dispossessed. An Ambiguous Utopia, 1974

Ci ha lasciati da poco, Ursula K. Le Guin, ma per fortuna non ci ha privato della memoria del suo pensiero colto e anticonformista, rivolto alla creazione di mondi fantastici e all’illuminazione del nostro, discorrendo di femminismo, ecologia, letteratura, diritti, con l’ironia che è dote di pochi e l’obiettivo di ribaltare punti di vista seminando utopie. Si può godere di un assaggio nella raccolta «I sogni si spiegano da soli. Immaginazione, utopia, femminismo», uscito per SUR nel 2022.

Ma è il cinema che più di ogni altra arte ha dedicato metri di celluloide all’utopia e ai suoi contrari. L’archivio storico della Università Cattolica di Milano per esempio ha concentrato nel 2025 uno studio intero sull’argomento, dai luoghi di produzione a quelli di rappresentazione, passando per punti di vista, retoriche, traiettorie spazio-temporali. L’Atlante delle distopie mediali è una cartografia parlante, che evidenzia l’estrema varietà dei generi e dei linguaggi in cui si esprime la distopia, e soprattutto le sue contaminazioni.

Il dito, e la luna

Ci riporta sulla terra, mostrandoci cosa guardare, l’ultima esperienza in fatto di archivio audiovisivo pubblico, quella che la community di Wikipedia ha creato mettendo a disposizione dell’utenza, in modo gratuito, una piattaforma che raccoglie al momento 4470 film: si chiama wikiflix, e parlando di mondi immaginati ha un sacco di cose da dire.

Schizzo preliminare di Georges Méliès per un poster del suo film Le Voyage dans la Lune, 1902. Autenticato come disegno di Méliès dalla Cinémathèque française (fonte)

Ci sarebbe da perdersi, e allora che si parta da dove tutto ha avuto inizio: Le Voyage dans la Lune di George Méliès, i sedici minuti che nel 1902 cambiano la storia del cinema fantastico. Il fotogramma in cui la navicella atterra proprio nell’occhio della luna è una delle immagini più iconiche che siano state conservate. Il suo verso, nel seminato distopico è certamente Metropolis, di Fritz Lang, lungometraggio muto dell’espressionismo tedesco degli anni Trenta (la pellicola è del 1927) e favola moderna sull’eterna contrapposizione di classe nella città industriale (e sul suo agognato superamento).

Manifesto realizzato da Boris Bilinsky per il film Metropolis di Fritz Lang, distribuito dalla UFA, qui in una versione in lingua francese, 1927. Fonte: Wikipedia/autore Boris Konstantinovitch Bilinsky

La suggestione della Luna, come viaggio verso mondi da abitare, ha generato fascinazioni incontrollate. Seguiamo quella che ci porta dove non ci aspetteremmo: la Cineteca del cinema di Impresa di Ivrea in cui un filmato di famiglia raccorda vacanze estive e allunaggi. Ne Le montagne sulla luna, i frame in bianco e nero mostrano le Alpi italiane negli anni Sessanta e un bambino con la testa dentro un casco di cartone che scende al rallentatore dalla finestra di casa, per approdare, primo e futuro uomo, sull’asse del cortile, fianco all’autostrada, nel sogno di uno sbarco inimmaginabile divenuto possibile.

Fotogramma dal cortometraggio realizzato da Stefania Visetti a partire dai film di famiglia conservati presso l’Archivio Nazionale Cinema Impresa. Fonte: Archivio Nazionale Cinema Impresa

Altri sogni e altri progetti utopici vivono nei fondi dell’archivio a Ivrea, sorto, non a caso, nella città di Olivetti. Le fotografie dell’archivio storico del villaggio operario di Crespi D’Adda ne raccontano una piuttosto importante, in tema di condizioni di vita e di lavoro. Quella del Cotonificio Benito Crespi, fondato nel 1877: un villaggio operario considerato ideale, un po’ feudo paternalistico un po’ città-giardino, benissimo conservato e sito Unesco dal 1995.

Quello che non c’è

Di città ideali sono pienissimi gli archivi. Infaticabili costruttori di sogni, architetti, scultori, artisti hanno disegnato futuri che non sono stati, a torto o a ragione. Se utopica è la costruzione di luoghi che non ci sono, concreta e prolifica è stata invece la descrizione di questo intento.

I progetti di quello che poteva essere popolano ad esempio i cassetti archivistici del Politecnico di Torino. Descrivono la città che alcuni avrebbero voluto al posto della Torino che poi è stata (cemento e cristallo come nei progetti del fondo di Ugo Pozzo negli anni Trenta; di conglomerati di cemento armato, come in quelli di Giovanni Antonio Porcheddu; di strutture metalliche come quelle di Armando Melis de Villa, progettista della Torre Littoria odiatissima dai torinesi, e via così).

C’è spazio per tutto, dai futuri sbagliati al conto della storia all’utopia che invece ha provato a esistere. Le tracce di quest’ultima si ritrovano nel patrimonio dello Studio 65 dell’architetto Franco Audrito. Nel 1965 ha fondato un collettivo di sperimentazione d’avanguardia, riunendo felicemente artisti, pittori, fotografi, registi, aspiranti architetti che con ironia dissacrante hanno triturato i miti perbenisti dell’Italia del dopoguerra, sognando di riprogettare un mondo futuro all’insegna del messaggio dirompente dell’immaginazione al potere. Che si siano divertiti non c’è dubbio, a scorrere anche solo i progetti raccolti nel catalogo «Il mercante di nuvole», tra moduli di capitelli, baby-lonia, discoteche come Barbarella, colonne sonore in 3D.

Summa suprema di questa utopia palingenetica, benché irrealizzata, abita però le sale e i quadri del Museo-archivio di Hendrik Christian Andersen di Roma che mostra le tracce visionarie della «Città mondiale», centro ideale per l’incontro e lo sviluppo delle arti, delle scienze, della filosofia, della religione e della cultura fisica. Una specie di laboratorio permanente per il progresso dell’umanità, verso cui tendere orgogliosi, come era stato nei pensieri dello scultore norvegese-americano.

Gli archivi ci parlano, non c’è che dire. E parlano tra loro.

Il progetto della città ideale come concepito dall’artista e scultore Hendrik Christian Andersen. Le opere sono conservate presso il Museo a lui dedicato, nella casa d’artista a Roma, in via Pasquale Stanislao Mancini. Fonte: @Manuela Iannetti

E poi ci sono i diritti

Se i sogni sono ovunque, quelli più colorati, e sofferti, si trovano nei centri di documentazione della storia delle minoranze, negli archivi che parlano di genere, di battaglie delle donne, di persone trans, della galassia binaria e non binaria, disseminati lungo la penisola e spesso uniti in reti che rendono ragione di movimenti che non conoscono confini se non quelli da superare.

Uno per tutti: Il centro di documentazione del Cassero di Bologna che nasce nel 1982 come community archive e l’intento di raccogliere, conservare e diffondere le testimonianze storiche e culturali del movimento, per promuovere una memoria e conoscenza attiva della storia LGBTI+. Locandine, cartoline, immagini, manifesti e una piattaforma digitale collettiva e partecipata per mostrare la bellezza di una lotta che sembra di qualcuno e invece è di tutti. Sembrerebbe rivoluzionario, e infatti è la libertà.

Di diritti parlano anche, in modo più sommesso, gli archivi della psicologia. Soprattutto quello che raggruppa materiali e scritti di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia.

Che sogno dirompente, il suo. Trasformare la clinica in laboratorio per immaginare nuove forme di relazioni sociali, ridefinendo la cittadinanza su basi più ampie e inclusive. Un progetto più utopico che rivoluzionario, per l’ottica terapeutica con cui guardava al futuro. I progetti di valorizzazione ispirati alle sue parole sono molteplici. Seguendo l’adagio di questa guida, seguiamo un solo sentiero. Ci porta a Gli archivi della follia, il podcast a cura di Vanessa Roghi scritto e diffuso per RaiPlay Sound. Un buon ascolto che ci ricorda dopo cento anni le ragioni di Basaglia e anche quelle del servizio pubblico radiotelevisivo, che male non fa, in tema di utopie.

Senza limiti e confini

Un caleidoscopico cammino anarchico alla ricerca di una via concreta all’utopia non dovrebbe finire mai. Di certo non può avere una fine unica, e si può chiudere dunque in un solo modo, tornando al punto di partenza e rispolverando il motivo per cui si è deciso di intraprendere il viaggio. E cioè che è la somma che crea l’insieme, così come le parti di un archivio risuonano solo se considerati nell’interazione reciproca.

Dovrebbe essere consolante, per noi che in fondo siamo animali sociali, pensare che per quanto ci incaponiamo ad evolverci un individuo alla volta, i traguardi li conquistiamo solo se agiamo assieme, come specie unica e variopinta. Anche quando inseguiamo l’impossibile.

Scrive ancora Calvino*:

La verità si trova solo inseguendola dalle pagine d’un volume a quelle d’un altro volume, come una farfalla dalle ali variegate che si nutre di linguaggi diversi, di confronti, di contraddizioni.

Per dire dei giri immensi.

* Italo Calvino, Il libro, i libri. In: Id., Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi. Milano: Mondadori, 2007, vol. II, p. 1847

 


 

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Manuela Iannetti