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Metamorfosi del condomino

20/11/2025

Fabrizio Blini

L’ingresso dei condominii urbani costituisce un limen dove avviene un fenomeno di metamorfosi sociale di sorprendente frequenza: nei grandi centri abitati, negli agglomerati di città, quando assume lo status di condomino, di norma, qualsiasi essere umano, di qualsiasi genere, attraversa un portone stellare che lo trasporta dalla condizione antropologica di innocuo individuo alla dimensione parossistica di “quello stronzo”.

Persone comuni, onesti lavoratori, conoscenti adorabili, professoresse di liceo, primari, perfino commendatori e cavalieri della Repubblica si trasmutano in portatori passivi di antipatia, come fosse una postilla dell’atto di residenza, macchiati di un peccato che li rende debitori di una tassa esistenziale: forse non totalmente, forse non tutti, forse non è sempre vero, ma per i vicini di casa sì, sprigionando nel microclima rionale quell’inconfondibile e cordiale astio da pianerottolo che si spande nell’aria come l’odore di cavolfiore dal pianoterra.

Emblematico è il caso delle nonnine dai capelli turchesi, fate del biscotto, sacerdotesse dell’omonima torta e caramellose corruttrici di nipotini che si trasformano nella vecchia di m°°°a del piano di sotto, o di sopra.

Nei palazzi reali – reali nel senso di veri e per nulla regali – il condomino si rivela un organismo domesticamente modificato: la mutazione succede in modo automatico nell’incubatore del caseggiato, una forma d’involontariato proprio di edifici che hanno poco di edificante.

Ciascun condomino è al contempo vittima e carnefice, discriminato e discriminante, insofferente e insopportabile, odioso, odiante e odiato perché l’attuale modello di convivenza umana è basato sulla lotta, sulla prevaricazione e non sulla fraternità e sul sodalizio. Ogni condomino patisce la sirena dell’antifurto dei vicini in modo direttamente proporzionale al piacere che prova nel far suonare la propria, per il semplice gusto di disturbare.

Nelle palazzine di quartiere, di qualsiasi ceto, dai casermoni multipiano ai comprensori più chic, non ci si comprende, non esiste solidarietà, al massimo sopravvive una sofferta tolleranza, espressa seconda vari livelli di sgarbo.

La maggior parte dei condominii, pur avendone l’aspetto, sono l’antiformicaio, non c’è predisposizione ad alcun tipo di collaborazione, perché in una società fondata sull’egoismo di massa, dove la propaganda dell’insicurezza è sempre in prima pagina, il vicino non è più considerato aiuto, un’opportunità, ma una minaccia, non un possibile amico ma un probabile rompicoglioni.

La sola vista del condomino è accolta con quel fastidio che solo sa dare un improvviso acquazzone durante il picnic, una raccomandata dell’agenzia delle entrate.

Capita di frequente che l’antipatia nei confronti di un solo condomino contagi rapidamente l’intero nucleo famigliare a cui appartiene, così che una famiglia composta da quattro persone, e specie con animali, diventa una famiglia composta da quattro infami: un’infamiglia.

Ora, è opportuno specificare che questa reciproca diffidenza non è solo frutto di un’ideologia di posizione, di preconcetti, di una mentalità prevenuta, perché spesso ogni condomino non fa niente per non rendersi inviso ai vicini: deposta la maschera di persona perbene, smesse le buone maniere di convenzione, spogliato dei travestimenti imposti dalla vita di relazione e finalmente tolte le scarpe, il condomino rivela il piccolo Doctor Jeckill che nasconde in sé, una natura a tratti orrenda, offrendo al mondo circostante il proprio disimpegno alla convivenza comune, il proprio peggio sociale fatto di meschine pigrizie e piccoli menefreghismi.

Di fatto, tra le mura di casa si allenta l’elastico del decoro, il lassismo porta a più o meno gravi forme di degrado umano, ci si abbandona al basso decoro delle tute felpate, alla mollezza del pile che fanno precipitare il coefficiente di appeal estetico del ritegno umano alla rilassatezza dell’elefante marino.

E i vicini – condomini anch’essi – questo lo sanno, perché lo sentono, lo vedono, lo spiano e soprattutto svaccano anche loro.

Se è vero che il nemico ti ascolta il vicino ti controlla: è il fratello piccolo del grande fratello, non il burattinaio che tira i fili del mondo ma quello che origlia, ti segue e quando può ti molesta, ti diffama, si vendica: dalle piccole vigliacche ritorsioni fino ai riti di magia nera. Ogni vicino di casa sa delle vicine liti domestiche, delle bassezze, delle canzoni stonate cantate in doccia che ognuno crede di conservare in un angolo privato che non ha e non esiste. Perché oggi esistono anche i droni. Ognuno sa chi innaffia fuori orario, sbatte i tappeti senza riguardo, porta i tacchi inutilmente, parcheggia male (già, il «posto auto», probabilmente la forma di paradiso terrestre più degradata e aberrante nell’attuale cittadino) non fa la raccolta differenziata, spia la corrispondenza, incide graffiti e parolacce in ascensore, usa il trapano la domenica mattina, butta i mozziconi di sotto, butta i mozziconi di sopra, manomette antenne e parabole, sputa, russa, bestemmia.
Una delle principali leggi della maleducazione condominiale ricalca il motto: On y soit qui mal pense: ogni condomino è propenso a denunciare gli abusi altrui nella misura in cui questi sovrastano i suoi. Dio condona, il vicino no.

Parafrasando un aforisma di La Rochefoucauld: la maleducazione del vicino è insopportabile perché offende la mia.

Il condominio è diventato così uno dei grandi collettori sociali di frustrazioni individuali – un po’ come gli stadi calcistici – manie, vizi che debordano in azioni maleducate, dispettose, provocatoriamente dolose e poi vendicative. È un campionario di vibrazioni nefaste, ombrose ma sensibili volgarità che ciascuno condanna quanto più compie in un clima velenoso di maldicenze da cortile e segreti di pulcinella, perché tutto ciò che pare nascosto nel privato diventa, a seguito di una sotterranea semina di chiacchiere, malignità, indiscrezioni e «detto tra noi» segretamente manifesto.

In quest’opera di cultura della diffamazione, spicca la figura del portinaio o della portinaia che infatti si occupa anche della manutenzione degli spazi comuni come i cortili e i giardini: il/la portinaio/a sta al condominio come il web sta al mondo: diffonde notizie di cui oltre il 50% false.

La portineria è pettegoogle, fa girare pettegoogolezzi. E anche i googoglioni.

Il condomino, spenti l’automobile e il sorriso usati fino pochi metri dal cancello, prima di entrare nella zona rossa del palazzo, indossa un elmetto militare e un’espressione di fredda indifferenza riservata a indesiderati ma possibili incontri, una coprofaccia che riduce ai minimi termini saluti e gesti di cortesia, come fossero un’incombenza da sbrigare con insofferenza, a mezza bocca, dove si avverte con chiarezza che quel biascicato ‘ngiorno vuol dire in realtà «ti odio testa di…», pronunciato senza degnare dello sguardo lui/lei e il suo cane, testa di… pure lui.

Tra condomini il disprezzo è palpabile in proporzione alle dimensioni del caseggiato, se ne sente anche l’odore, i condomini si fiutano ma si evitano, raramente si affrontano de visu, più spesso preferiscono parlarsi alle spalle, colpirsi a tradimento per mettere in moto la loro piccola macchina del fango, l’utilitaria del fango.

Cosa c’è di più imbarazzante, a volte di terribile, che essere costretti a prendere l’ascensore con un altro condomino? Quanti anni luce dura quel tragitto di tre o quattro piani, trascorso a scrutare le chiavi di casa come se uno non le avesse mai viste? O sentirsi obbligati a dire pure banalità sul meteo pur di spingere il tempo a passare più in fretta? Di mettere fine a quel disagio che a saperlo prima ti saresti arrampicato da fuori scalando i balconi come l’uomo ragno?

C’è solo un’occasione in cui la guerra fredda esplode in scontri manifesti: la riunione di condominio, la goccia che fa traboccare l’astio, l’innesco del tafferuglio.

La riunione di condominio è come il Bimby, una centrifuga che frulla la conversazione in rissa; è come il Bimby perché si comportano tutti in modo infantile.

il regolamento assomiglia a quello del wrestling dove al posto dell’arbitro c’è l’amministratore, il bersaglio più ambito, il detentore del titolo di «Stronzissimus», nomina che avviene per alzata di mano (nel senso che la gente alza le mani per menare), quasi sempre unanime.

Il desiderio di sangue sotteso alle riunioni di condominio è un sapore che tutti sentono in gola e mostrano di apprezzare con sorrisi da piranha avvolti da copiosa salivazione.

Le sedie non sono posti a sedere ma armi bianche, clavi d’emergenza quando il troppo si fa troppo nell’arena del garage o dell’androne, il Colosseo condominiale, il teatro shakespeariano dove le anime nere si fomentano per dare forma esplicita alle minacce — la prossima volta che fai il barbecue in giardino ti bombardo coi droni al letame — o alle nefandezze notturne più ostili: lo sfregio sullo sportello, l’amputazione del tergicristallo, l’accecamento del fanalino, la cera sciolta nelle serrature. I locali dei garage e delle cantine sono confini incustoditi, dominati dalla zanzara perenne e dall’astio sotteso, ombre perfette per l’atto trasgressivo e difficili al controllo.

Perché tanto odio? Perché la società civile ha tradotto la convivenza cittadina in conflitto civile? È ancora possibile risanare l’imperante individualismo di massa per ricostruire, non dico un’armonia cooperativa in cui si possono lasciare le chiavi attaccate alla porta o quell’idillio paesano in cui ci si prestava un limone, una cipolla d’emergenza (ah, quanto era bella l’ignoranza perbene!) ma un vicinato minimamente sano, che saluta? (ah, quanto è brutta la maleducazione diplomata!)

Essendo il condominio una delle più comuni cellule costitutive del tessuto urbano, quale città è possibile? Su quali basi è ipotizzabile una rieducazione di questo analfabetismo sociale?

La bellezza di un alveare è data dalla magica operosità delle api che genera il miele, il frutto del loro dolce stare insieme. Senza resterebbe solo una carcassa urbana, un ecomostro, una triste opera di architettura cimiteriale. Ed è a questo che assomigliano i condominii, a cimiteri di buone intenzioni, ma perdipiù rumorosi.

Lo scenario metropolitano, ricordando Le città invisibili di Calvino, sembra piuttosto quello di città impossibili, località ridotte a teatro di patetiche guerriglie in cui la vita ti spinge a cercare pace oltre il perimetro delle tangenziali.

Il recente fenomeno della gentrificazione ha accentuato l’antisocialità del sistema spopolando le città a favore di una nuova forma di speculazione, riducendo i quartieri a mercato turistico, confinando le residenze in periferie sempre più disagiate e l’idea di democrazia a suburra intellettuale.

L’esplosione del fenomeno B&B ha contribuito a disanimare ancor più velocemente il volto delle città. Il flusso incontrollato dei turisti è equiparabile a una nuova, seppure allegra, invasione barbarica, nonché facile capro espiatorio delle ataviche beghe condominiali: l’immondizia sul marciapiede? La lampadina rotta del pianerottolo? Il portone aperto? Sono stati quelli del B&B.

Per ipotizzare quale futuro attende la vita urbana, nemmeno lo sguardo al passato dà segnali incoraggianti perché le radici storiche di questa mancata cooperazione affondano nei secoli. A differenza di altri paesi europei in cui il bene pubblico è rispettato ma le case sono regno di moquette pelose e acari obesi (nonché bidetless) l’Italia è il paese delle case private pulite e degli spazi pubblici sporchi, delle rivalità paesane, dove i campanili sono ben dritti ma si guardano storto e ogni campanile è fatto di mattoni famigliari, tra loro diversi e in attrito costante. A questo tema, negli anni Cinquanta, il sociologo Edward Banfield dedicò un memorabile saggio parlando di familismo amorale, atomo della nostra inimicizia di zona.

Il condominio è la molecola contemporanea dell’Italia dei Comuni, che in comune mette poco. È piuttosto un’Italia di individui impermeabili all’idea di res-publica, inabili a condividere una proprietà collettiva perché proprietà vuol dire mio, e dove è mio faccio come mi pare.

Il problema delle città, prima di essere di urbanistica è di urbanità.

Si leggono non raramente notizie di crimini simili: vicino uccide dirimpettaio dopo una lite per il posto auto. Le note di cronaca restano spesso sulla superficie dell’incredulità: com’è possibile? Era tanto una brava persona…

In verità, questi delitti vanno ascritti agli omicidi di grande debito: dopo anni di rancore accumulato in soggiorno e mai smaltiti, la rabbia compressa esplode nel gesto inconsulto, la goccia di bile che fa tracimare il fegato.

Dai nemici mi guardi Iddio, che dai vicini mi guardo io.

E alle finestre sventolano le bandiere di pace.

 


 

Tutte le immagini sono tratte dal progetto ROMA150 (fonte)

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Fabrizio Blini